Home Page by K2 Home Page by JSN PageBuilder

IN PRIMO PIANO

prev next

Ambiente. Il Summit di Parigi è stata l’occasione per un annuncio epocale da parte della Banca Mondiale: dal 2019 non finanzierà più progetti di estrazione di petrolio e gas

Il summit convocato a Parigi dal presidente Emmanuel Macron, a due anni dall’Accordo sul Clima, può apparire come l’espressione della campagna per spingere il tema dopo il sostanziale abbandono da parte degli Usa di Trump e ribadire che su questo tema la Francia vuol giocare un ruolo propulsivo. E certo in buona parte il summit è certamente un modo per tenere aperti i riflettori sulle politiche del clima coinvolgendo un certo numero di leader e il settore privato. La Cop 23 chiusa poche settimane fa a Bonn aveva un contenuto tecnico e preliminare per la revisione degli impegni di riduzione volontari delle emissioni di gas serra, che dovranno essere assunti l’anno prossimo, come previsto dal meccanismo dell’Accordo di Parigi.

Se la grande questione irrisolta rimane quella di trovare i fondi per sostenere le politiche a favore del clima – e aiutare i Paesi poveri che saranno tra i più colpiti dagli effetti del riscaldamento globale – il Summit di Parigi è stata l’occasione per un annuncio epocale da parte della Banca Mondiale: dal 2019 non finanzierà più progetti di estrazione di petrolio e gas (e gas, avete capito bene). Assieme a quest’impegno – che riguarda una cifra media di 1 miliardo di dollari l’anno – anche quello di valutare le emissioni di gas serra dei progetti per i quali si chiedono finanziamenti e di fornire l’informazione su quelle dei progetti finanziati. L’associazione Oil Change International l’ha definito come un «massiccio passo avanti nella giusta direzione». Sottolineando che quest’annuncio arriva dopo che la Norge Bank ha chiesto al governo norvegese di togliere gli asset petroliferi dal fondo pensione del governo (che è nato e cresciuto sugli asset petroliferi del Paese). Gyorgy Dallos di Greenpeace International ha detto che la decisione della Banca Mondiale «ha mandato un pesantissimo voto di sfiducia sul futuro dell’industria fossile».

Se la politica dovrà mostrare l’anno prossimo di essere all’altezza della sfida, alcune buone notizie vengono dall’industria privata e dalla finanza.

Un gruppo di organizzazioni ambientaliste – tra cui l’italiana Re:Common – ha appena lanciato un rapporto – Le banche contro l’Accordo di Parigi – centrato sugli investimenti in carbone. Ne emerge un quadro allarmante e dominato da istituzioni finanziarie cinesi. Ma che presenta anche alcuni esempi positivi come quello degli istituti francesi Bnp Paribas, Credit Agricole, Natixis e Axa, che hanno deciso di uscire anche dagli investimenti nelle sabbie bituminose.

Il gruppo olandese Ing ha annunciato in queste ore criteri molto più restrittivi sul finanziamento a progetti legati all’uso del carbone. Unicredit, va ricordato, è in questa classifica tra le banche che hanno un comportamento negativo sul clima (c’è anche Banca Intesa con un rating meno negativo), si aspetta di capire se e quando deciderà di unirsi al movimento di «disinvestimento» dalle fonti fossili.

Certo, il versante «privato» italiano, dopo l’accordo tra Eni e Fiat Chrysler sul gas naturale (sì gas naturale, avete capito bene) non è entusiasmante: non aiuterà né a tagliare le emissioni di gas serra, né in modo sensibile a ridurre l’inquinamento delle nostre città e che, nel quadro della rivoluzione tecnologica in corso su rinnovabili e auto elettriche o a idrogeno, è come guardare al futuro con la testa rivolta al passato. Per carità, certo neanche da altre parti è tutto oro quello che luccica, e nemmeno in Francia: l’Edf francese ha appena annunciato un piano di investimenti per 25 miliardi di euro sul solare, e mira a un obiettivo di 30GW quando ce ne vorrebbero almeno 100. E inizierà a investire solo dopo il 2020: una decisione che serve forse a prendere tempo sul nucleare che è in difficoltà.

Come alcuni nostri politici che pensano che non dobbiamo far nulla fino al 2020, e si sbagliano: per centrare gli obiettivi della Sen – che non sono adeguati alla sfida – dovremo correre molto di più. Qualcuno forse pensa più ad aiutare il gas naturale (sì, sempre quello) a conquistare spazio magari usando, come ha fatto il ministro Carlo Calenda, l’incidente in Austria per spingere sul Tap. Un’ossessione, quella del gas, contraddetta dagli scenari europei che invece vedono una riduzione delle importazioni. Forse a qualcuno questi scenari non piacciono?

*direttore di Greenpeace Italia

 

 

Se si vuole rispettare l’accordo di Parigi, più di quattro quinti dei combustibili fossili non devono essere utilizzati: che senso ha allora estrarre petrolio nell’Artico, una delle zone più fragili del pianeta?

 

Nei giorni scorsi si è saputo che Donald Trump ha autorizzato nuove trivellazioni nell’Artico per la ricerca di nuovi pozzi petroliferi. La prima compagnia che è stata autorizzata è l’Italiana ENI (vedi qui, qui e qui).

L’Artico è una delle zone più delicate del pianeta, operazioni petrolifere in queste zone sono molto rischiose sia per i gravi danni che un incidente a un pozzo potrebbe causare in acque così fredde, sia perché le emissioni di sostanze inquinanti come il black carbon (emesso in rilevanti quantità dai motori diesel di navi e fiaccole) in quelle zone sono molto efficaci nel ridurre l’albedo del ghiaccio, già in drammatica riduzione.

Ma se si considera il contesto globale delle politiche sul clima, questa operazione ha poco senso anche da altri punti di vista.

 

***

Una delle novità del Quinto rapporto sul clima, pubblicato dall’IPCC nel 2013, era stata di aver mostrato in modo chiaro come sul lungo periodo il riscaldamento globale è legato al totale delle emissioni cumulate di CO2, ed è indipendente dallo scenario, ossia dal percorso con cui le emissioni aumentano. In altre parole, esiste una relazione lineare fra l’aumento delle temperature medie globali e le emissioni cumulate globali di CO2, relazione espressa dall’ultima figura inserita nel Sommario per i decisori politici del Primo Gruppo di Lavoro (qui a fianco). Di conseguenza, l’obiettivo delle politiche sul clima può essere espresso efficacemente in termini di “budget” di emissioni globali di CO2. Per avere una probabilità di 2 su 3 (66%) di contenere il riscaldamento globale a meno di 2°C, le emissioni cumulate di CO2 devono essere inferiore a 3670 gigatonnellate (Gt), che diventano 2900 se si “lascia spazio” per il riscaldamento provocato dagli altri gas serra.

Sulla base dei dati storici dei consumi di carbone, petrolio e gas, si è stimato che dall’inizio della rivoluzione industriale al 2016 sono state emesse circa 2100 GtCO2. Di conseguenza, se si vuole limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, rimangono da emettere circa 800 gigatonnellate di CO2.

Le emissioni annue di CO2 sono state negli ultimi anni circa pari a 36 Gt, quindi ai livelli attuali in soli 22 anni avremmo esaurito lo “spazio di carbonio” disponibile per limitare il riscaldamento globale a +2°C.

Se si utilizzassero tutte le riserve di combustibili fossili accertate (ossia quelli che sono estraibili alle attuali condizioni economiche e con le attuali tecnologie) le emissioni di CO2 aggiunte nell’atmosfera sarebbero circa 3500 Gt, quindi se si vuole rimanere sotto i 2°C, tre quarti dei combustibili fossili che sono già estraibili andrebbero lasciati sotto terra.

***

Uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Nature ha indicato anche dove si trovano le riserve che dovrebbero rimanere inutilizzate, tenendo conto dei costi di estrazione e della distanza dei luoghi di approvvigionamento: più del 90% del carbone degli Stati Uniti e della Russia, il 66% del carbone della Cina, il 50% del gas e il 20% del petrolio della Russia, il 60% del gas e il 40% del petrolio del Medio Oriente, e così via. Nel complesso, non sarebbero da bruciare quattro quinti delle riserve di carbone conosciute e estraibili, metà di quelle del gas e un terzo di quelle del petrolio.

Molti studi negli scorsi anni hanno evidenziato che il valore contabile delle compagnie di produzione di combustibili fossili private o statali considera già le aspettative dei ricavi economici di una buona parte di questo carbone, petrolio e gas che andrebbe lasciato sottoterra. Per questo si parla di “bolla del carbonio”: se si contrasterà seriamente il riscaldamento globale qualcuno dovrà rinunciare a un po’ di profitti, e quelle riserve di combustibili fossili conteggiate come futuri ricavi nei bilanci perderanno valore: diventeranno degli “stranded assets”, ossia degli attivi non recuperabili.

***

 

Come raccontato , gli ambiziosi obiettivi di aumento massimo delle temperature globali approvati dall’Accordo di Parigi hanno ulteriormente ridotto il budget rispetto ai calcoli sopra riportati: se si vuole limitare il riscaldamento globale “ben al di sotto di 2°C e se possibile 1,5°C” il budget di emissioni rimanenti di CO2 da qui a fine secolo si dimezza. Di conseguenza la quantità di combustibili fossili da lasciare sottoterra aumenta ulteriormente (a meno di non ricorrere, in futuro, a tecnologie in grado di fornire emissioni “negative”): i combustibili fossili da lasciare sotto terra sarebbero l’85-90% di quelli che già saremmo in grado di estrarre. Visto che già lo scenario 2°C ipotizzava che quasi il 90% del carbone rimarrà sottoterra, allora è probabile che l’Accordo di Parigi metterà una limitazione ulteriore al petrolio e al gas.

Da questo scenario emergono quindi due semplici domande:

1) qual è il senso di cercare nuovo petrolio nell’Artico?

2) se il Parlamento italiano ha ratificato l’Accordo di Parigi alla quasi unanimità, perché la compagnia petrolifera di cui lo Stato italiano (tramite il Ministero del Tesoro) detiene il controllo si fa coinvolgere in questa operazione?

 

 

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Mario Grosso

 

Ecologia. Uno studio approfondito condotto da scienziati di 13 agenzie governative americane, pubblicato in anteprima sul New York Times, contraddice la politica negazionista della Casa Bianca. Il documento, preparato su mandato del Congresso americano, non è ancora stato approvato dall'amministrazione Trump e rischia di essere insabbiato

 

 

Il negazionista Donald Trump e il suo staff eco-scettico non perderanno tempo per leggere la bozza del U.S.global change research program climate science special report pubblicato in anteprima dal New York Times. Eppure è un documento di 500 pagine che va diffuso ogni quattro anni su mandato del Congresso americano.

Si tratta di un rapporto redatto da scienziati di 13 agenzie governative statunitensi che sottolinea le evidenti ripercussioni dei cambiamenti climatici, sottolineando il contributo antropico come una delle cause più importanti di questo sconvolgimento senza ritorno. Esattamente il contrario di come la pensa il presidente del Paese più inquinante della Terra, che si fa vanto di ritenere carta straccia l’accordo sul clima di Parigi.

“Le prove del cambiamento climatico abbondano, dall’alta atmosfera alle profondità degli oceani”, si legge nel rapporto che è ancora in attesa dell’approvazione (molto improbabile) dell’amministrazione di Donald Trump. Termine ultimo per l’ok alla pubblicazione, il prossimo 18 agosto. Katharine Hayhoe, docente alla Texas Tech University che ha partecipato allo studio su mandato del governo Trump, ha precisato che si tratta di uno dei “rapporti più completi” sul cambiamento climatico. Altri scienziati, che preferiscono restare anonimi, temono che il rapporto possa essere “fatto sparire”.

Eppure, la temperatura media negli Usa è cresciuta rapidamente e di molto a partire dagli anni Ottanta, tanto che gli ultimi tre decenni risultano i più caldi degli ultimi 1.500 anni. Migliaia di studi, dicono gli scienziati, convergono su questa tesi, “vi sono diverse linee di prova che dimostrano come le attività umane, specialmente le emissioni di gas serra, siano primariamente responsabili per i recenti cambiamenti climatici”.

Basterà questo rapporto per spingere l’amministrazione Trump a tornare sui suoi passi? Improbabile. Fra le Agenzie americane che devono approvarlo c’è quella per la Protezione dell’Ambiente (Epa) guidata da Scott Pruitt, uno dei più noti “scettici” secondo cui la CO2 non sarebbe una sostanza climalterante. Ma questa volta la “grana” per lo staff del presidente si presenta più grossa del solito. “E’ la prima volta che un’analisi di questa portata sui cambiamenti climatici emerge in seno all’amministrazione Trump e la comunità scientifica osserverà con molta attenzione come verrà gestita”, ha commentato il professor Michael Oppenheimer dell’università di Princeton (che non ha partecipato alla stesura del rapporto).

Tra le “evidenze” citate dagli scienziati ci sono gli eventi meteorologici “estremi” come l’ondata di caldo che ha colpito l’Europa e l’Australia nel 2013. Nella bozza si legge anche che è “estremamente probabile” che oltre la metà dell’incremento della temperatura globale registrato dal 1951 ad oggi sia collegato alle attività umane (dagli anni ’60 le notti fresche negli Usa sono sempre meno frequenti mentre sono aumentati i giorni estremamente caldi e le ondate di freddo estremo sono diminuite a partire dagli anni ‘80). Secondo altri dati, tutto il territorio degli Stati uniti sarebbe interessato dai cambiamenti climatici ed entro la fine del secolo le temperature cresceranno tra i 2,8 e i 4,8 gradi (molto dipenderà dal livello delle emissioni inquinanti).

Decisamente allarmante è il fenomeno del global warming in Alaska e nel mare Artico, che corre il doppio della media globale e che lascia presagire effetti devastanti: “E’ molto probabile – si legge nella bozza pubblicata dal Nyt anche per fare pressione sulla Casa Bianca – che il tasso accelerato del riscaldamento dell’Artico avrà una conseguenza significativa per gli Stati Uniti a causa di un processo di accelerazione della fusione del ghiaccio terrestre e marino che sta portando a cambiamenti nell’oceano, compreso l’aumento del livello del mare, che minacciano le nostre comunità costiere”.

Tutto questo, per l’amministrazione Trump, non solo va negato ma va anche cancellato dal linguaggio della politica. Come rivelato dal Guardian, è spuntata una lista del ministero dell’agricoltura che “suggerisce” ai dipartimenti quali espressioni non gradite vanno bandite sui report ufficiali. Tre in particolare: “cambiamenti climatici, clima estremo e riduzione dei gas serra”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Climalteranti.it » I climatologi negano l’esistenza di Donald Trump

Pubblichiamo la traduzione di questa interessante notizia apparsa su un blog in Belgio.

 

Oltre 500 climatologi, geologi e scienziati vari si sono riuniti la scorsa settimana a Parigi per un vertice speciale, dedicato a discutere l’esistenza di Donald Trump, presunto 45° Presidente degli Stati Uniti. Benché il fenomeno politico abbia avuto ampio risalto nei media negli ultimi anni e, secondo numerose fonti, sia stato “osservato” anche in Europa, molti prestigiosi specialisti rimangono scettici circa la reale esistenza dell’uomo Donald Trump.

Sin da quando ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi, i ricercatori del clima e gli esperti politici hanno vivacemente discusso dell’effettiva esistenza di Mr. Trump.

 

Non c’è niente di nuovo sui cosiddetti “negazionisti di Trump””, secondo il professor Albert de Gier, responsabile del Dipartimento di Meteorologia dell’Università di Amsterdam. “Ma è dannatamente frustrante vedere come i negazionisti rimangano ostinati davanti alle prove più solide. Se si guardano i soli fatti, possiamo facilmente concludere che l’uomo debba essere almeno stato presente fin dagli anni ’40 e che l’impatto delle sue azioni siadiventato innegabile e sempre più irreversibile.E’ quindi di fondamentale importanza per la sopravvivenza del nostro pianeta che la comunità scientifica faccia luce su questi risultati “.

LEGGI TUTTO SU CLIMALTERANTI.IT

 

 

Tredici Stati che rappresentano quasi il 40 per cento dell'economia statunitense, insieme ai sindaci di quasi 200 città e più di 900 imprenditori, hanno firmato diversi impegni per continuare a combattere i cambiamenti climatici e ridurre le emissioni di combustibili fossili, nonostante la decisione del presidente americano Donald Trump di Ritirarsi dall'accordo sul clima di Parigi. 

Leggi tutta la News

LATEST NEWS
 
[Climate Policy Observer Newsletter.This text is displayed when the image is blocked by an email client]

U.S. subnational entities and businesses ready to take over climate leadership

 

US state and city representatives, along with business leaders, have signed different pledges to continue tackling climate change and reducing fossil fuel emissions, despite the Trump's decision to withdraw from the Paris accord. Read more»

[Climate Policy Observer Newsletter.This text is displayed when the image is blocked by an email client]

EU and China fail to issue statement on climate at summit

At the end of the summit between the European Union and China on June 2, the two global powers fell short of producing an expected joint statement on climate change because they remained divided on trade issues. Read more»

[Climate Policy Observer Newsletter.This text is displayed when the image is blocked by an email client]

Trump pulls U.S. out of the Paris Agreement

 

On June 1 Donald Trump announced the U.S. is going to withdraw from the Paris Agreement. At the same time, Trump pledged to begin negotiations to either re-enter or re-negotiate an entirely new agreement which would be more favorable for the US. Read more»

[Climate Policy Observer Newsletter.This text is displayed when the image is blocked by an email client]

Global Platform for Disaster Risk Reduction calls for action on Sendai

 

The GPDRR conference in Cancun provided the international community with the opportunity to meet for the first time after the adoption of the Sendai Framework and to review progress towards its implementation. Read more»

Edo Ronchi: Trump e l’Accordo di Parigi, 3 considerazioni - Fondazione Sviluppo Sostenibile

Levata di scudi mondiale contro la decisione del presidente Usa. Solo Putin tende la mano. La Ue respinge l'ipotesi di rinegoziare l'accordo. Accordo Bruxelles-Pechino sul clima

Pubblichiamo due importanti interventi:  Giuseppe Onufrio Direttore di Greenpeace Italia e Edo Ronchi Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile

Giusepppe Onufrio: Trump tra ripicche e visione fossile

 

Dopo la rottura al G7, Donald Trump ha annunciato di voler abbandonare l’Accordo di Parigi, con l’intenzione di rinegoziarlo e giudicando gli obiettivi irraggiungibili. Lo ha fatto contro buona parte dell’industria Usa – inclusa quella petrolifera.

E lo ha fatto contro gli stati più importanti e economicamente rilevanti a partire dalla California, che ha appena annunciato un piano per raggiungere il 100 per cento di rinnovabili entro il 2045.

Dunque la rottura al G7 è diventata nel giro di una settimana una specie di «cataclisma» con dichiarazioni contrarie a Trump dentro e fuori gli Stati Uniti.

Il sospetto è che possa aver ragione il premio Nobel Paul Krugman che, sulle pagine del New York Times, commenta che la decisione di Trump non è basata sul nazionalismo ma è una «pura ripicca» nei confronti del predecessore. Ricorda, tra l’altro, che nel 2016 l’industria del carbone ha dato i suoi finanziamenti elettorali per il 97% ai repubblicani. Ma anche che la linea della «ripicca» è generalizzata: cancellare ogni cosa fatta da Obama.

Al di là della dinamica interna agli Stati Uniti, la cosa più rilevante è che la reazione di difesa dell’Accordo di Parigi si è estesa a molti altri Paesi. La conferenza stampa tra Unione Europea e Cina per ribadire gli impegni assunti a Parigi è probabilmente un fatto storico e «surroga» forse quell’accordo di cooperazione promosso dalla Presidenza Obama, che ha inciso non poco sugli esiti della Cop 21.
Cosa serve per realizzare l’Accordo di Parigi? Volendo metterla in «soldoni» vanno circa triplicati gli investimenti annuali in tecnologie pulite. Nel 2015 gli investimenti globali nelle fonti rinnovabili sono stati di circa 286 miliardi di dollari con in testa nettamente la Cina che, da sola, ha investito più di Europa e Usa messe assieme: quasi 103 miliardi contro i circa 49 dell’Europa e 44 degli Usa. E negli Usa già oggi il settore del solare occupa più del carbone che invece continua a perdere terreno.

Un altro fatto positivo a livello globale, che è già in corso da alcuni anni, è che la riduzione di costo delle tecnologie consente di installare più Gigawatt a parità di costo. Allo stesso tempo i costi e le capacità delle batterie vanno migliorando rapidamente così come si sono drasticamente ridotti i costi di tecnologie efficienti come i Led.

Il gioco di squadra fatto da Germania, Francia e Italia al G7 e successivamente è un dato molto positivo: finalmente abbiamo visto una reazione corale e un primo segno di cosa può significare rilanciare la leadership europea, oggi più necessaria che mai.

È dunque tempo di passare a tradurre questa direzione politica in atti concreti, ad esempio alzando gli obiettivi europei fissati al 2030.

Per l’Italia si tratta di rilanciare con decisione il settore delle rinnovabili in stasi da almeno 3 anni. E di fare una riflessione sulla mobilità sostenibile e il ruolo dei veicoli elettrici in un quadro che vede la Fca in posizione di retroguardia, mentre altri importanti gruppi stanno investendo massicciamente.

Ci si propone come «via italiana» per ridurre le emissioni dei trasporti quella del gas, che avrà uno spazio nella transizione, ma che non rappresenta certo il futuro: già oggi i veicoli elettrici implicano emissioni di Co2 molto minori di quelle del gas. Futuro che è più vicino di quanto si possa immaginare: se la collaborazione tra le industrie europee – produttori di auto tedeschi e francesi – e la Cina avrà sviluppi, come è logico aspettarsi, e se in Italia non ci muoviamo celermente, il declino di parte della nostra industria è segnato.

Dunque tocca alla politica di battere un colpo: un segnale importante è stato dato al G7, occorre creare le condizioni perché queste politiche vengano assunte come riferimento dalle principali istituzioni e attori politici, perché l’Italia possa giocare la sua parte e rilanciare la sua economia.

La prima occasione è la discussione sulla Strategia Energetica Nazionale: si alzino gli obiettivi rinnovabili, troppo bassi nella proposta, e si dia un traguardo di totale decarbonizzazione al 2050. Si può fare, ne avrebbe beneficio il clima e l’aria che respiriamo, e le prospettive della nostra economia.

 

Edo Ronchi: Trump e l’Accordo di Parigi, 3 considerazioni - Fondazione Sviluppo Sostenibile

Il Presidente Trump ha annunciato la sua decisione di uscire dall’Accordo di Parigi sul clima. Non ha ancora detto come intende procedere per farlo. I trattati internazionali sono regolati dalla Convenzione di Vienna (1969) che prevede (art.42) che il ritiro da un trattato internazionale possa avvenire secondo le modalità previste dal trattato stesso.

 Il rischio di illegalità

L’Accordo di Parigi – sottoscritto da 175 Paesi, Stati Uniti compresi – è un trattato internazionale in vigore dal 4 novembre 2016, avendo superato i due quorum previsti (sottoscrizione di almeno il 55% dei Paesi che rappresentano almeno il 55% delle emissioni mondiali). L’art.28 dell’Accordo di Parigi  prevede- per consentire l’avvio dei suoi complessi meccanismi – che per tre anni dalla sua entrata in vigore –quindi fino al 4 novembre 2019- nessun Paese possa notificare la decisione per uscirne e che , presentata tale notifica , debba passare almeno un altro anno perché possa avere efficacia. Almeno fino al 4 novembre 2020, quindi, nessuno dei Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi può legalmente uscirne . Poichè le prossime elezioni Presidenziali americane sono fissate il 3 novembre 2020,Trump, se seguisse la via della legalità internazionale, per vedere l’uscita dall’Accordo di Parigi, dovrebbe essere prima rieletto .

Un accordo iniquo?

Pare francamente infondato affermare che l’Accordo di Parigi sia iniquo verso degli Stati Uniti. Secondo i dati pubblicati da IEA nel 2015, la somma delle emissioni di CO2 del settore energetico, dal 1980 al 2014, degli Stati Uniti sono state ben superiori sia a quelle della Cina, sia a quelle dell’Europa: nell’aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera – che sono alla base della crisi climatica- c’è, quindi, una maggiore responsabilità storica degli Stati Uniti. Sempre secondo la IEA, applicando gli impegni dell’Accordo di Parigi (INDC) gli Stati Uniti al 2030 emetterebbero, nel settore energetico, 10,9 tonnellate all’anno di Co2 pro-capite, ben più della Cina che sarebbe a 7 tonnellate all’anno pro-capite e dell’Europa che sarebbe a 4,7 , meno della metà di quelle americane.

Vantaggi e svantaggi economici per gli USA

Colpisce anche nel calcolo della convenienza economica per gli USA il metodo usato da Trump: quello di contare solo i vantaggi di quei settori che lo hanno appoggiato in campagna elettorale (del carbone e dell’industria ad alta intensità energetica fossile) . Non ha infatti nemmeno citato nè i costi della crisi climatica che sono ingenti anche negli Usa (siccità con perdite in agricoltura, enormi costi assicurativi e di riparazione dei gravissimi danni causati dell’aumento della frequenza e della intensità degli eventi atmosferici estremi, costi sanitari delle ondate di calore ecc), né i vantaggi economici e occupazionali generati dagli investimenti sviluppati dalle diverse imprese americane low-carbon della green economy , di gran lunga maggiori di quelli possibili del settore dei combustibili fossili. Se l’annuncio di Trump dovesse concretizzarsi, i danni economici per gli USA sarebbero ben maggiori dei vantaggi procurati ad alcuni dei suoi sostenitori.

 

 

 

da il manifesto

Stati uniti. Decreto esecutivo che nega il riscaldamento climatico e smantella tutto il piano di Obama

L’ordine esecutivo annunciato ieri dalla Casa bianca delinea una radicale «inversione a U» delle politiche ambientali americane col potenziale per incalcolabili conseguenze a livello globale. Dopo lo smacco subíto sull’abrogazione di Obamacare, Donald Trump prende di mira le iniziative energetiche del suo predecessore con un decreto che annulla la direttiva che obbligava ogni agenzia federale a prendere in considerazione costi e conseguenze ambientali in ogni iniziativa ministeriale. Il decreto di Trump invece concretizza una filosofia anti ambientale che privilegia «l’economia» (gli interessi industriali) sulla protezione dell’ambiente.

Come ha dichiarato un portavoce a della Casa bianca con perentorio nonsenso trumpista, «la prosperità è la migliore garanzia di una ambiente sano».

LA NUOVA FILOSOFIA guida della maggiore economia planetaria sarà dunque basata sul fatto che il riscaldamento atmosferico non sussiste o non è imputabile ad attività umane.
Come ha affermato Mick Mulvaney, incaricato del bilancio di Trump, «il governo cesserà di sprecare fondi pubblici per evitare il mutamento climatico». Una sanzione ufficiale del negazionismo che mira a smantellare il Clean Air plan con cui nel 2015 Obama aveva portato gli Usa all’avanguardia sulle normative ambientali per il controllo delle emissioni di anidride carbonica.

L’ambizioso progetto Obama mirava a diminuire entro il 2030 le emissioni di CO2 del 32% sui livelli del 2005, incentivando la conversione a fonti rinnovabili e imponendo severi limiti all’inquinamento soprattutto delle centrali energetiche a gas e carbone.

LA LINEA TRUMP è incentrata invece proprio sull’estrazione e combustione degli idrocarburi. «La guerra al carbone è finite» ha scritto in un tweet trionfale il vicepresidente Mike Pence, riprendendo una formula elettorale prediletta dal presidente. «È cominciata una nuova era per l’energia americana». Il radioso avvenire dell’energia americana assomiglia molto – però -alle politiche energetiche degli anni ‘70. Per il momento la nuova epoca si profila come un regalo alla moribonda industria carbonifera (la produzione è diminuita del 27% dal 2005) già vittima non tanto delle norme ambientali quanto di una riconversione di fatto a concorrenti energie rinnovabili e soprattutto al gas naturale di cui gli Stati uniti sono diventati maggiori produttori mondiali a costi ultracompetitivi grazie al boom del «fracking» idraulico e dell’estrazione da fonti bituminose. Trump aveva comunque mirato la propria campagna elettorale populista ai rimanenti 75.000 minatori di carbone che hanno votato per lui e a cui sostiene ora di voler mantenere la promessa di una «rinascita» anacronistica quanto illusoria.

IL NUOVO PROGRAMMA anti-ambientale consiste nella rottamazione integrale di 40 anni di politiche ecologiche comprese regole sull’inquinamento industriale, le emissioni automobilistiche. In precedenza Trump aveva azzerato le regole per l’inquinamento industriale di corsi d’acqua e autorizzato gli oleodotti Keystone e quello Dakota Access, sulle terre Sioux.
Già in conto inoltre la decurtazione di un terzo dei fondi destinati al Environmental protection agency (Epa) ora sotto la direzione di Scott Pruitt, già avvocato a servizio dell’industria petrolifera.

LA ROTTAMAZIONE del suo dicastero comprende programmi di bonifica delle acque di regioni sensibili come la Chesapeake Bay la baia di San Francisco ed il Puget Sound.. Perfino l’ultraconservatore governatore del Wisconsin Scott Walker si è detto interdetto dal taglio del 90% dei fondi previsti per la bonifica dei Grandi Laghi che forniscono acqua potabile a 40 milioni di cittadini.

«Il mutamento climatico è un fatto non un opinione», aveva affermato due anni fa Obama. Il piano Trump rispecchia invece l’idea della scienza come teoria politica alternativa e «partito d’opposizione».

Una concezione che riconferma il Gop come il partito dell’ignoranza ostinata. A differenza della sanità, l’opposizione alla radicale sterzata sull’ambiente non proverrà dalla destra oltranzista, ma da enti locali, associazioni ambientalist e i tribunali federali. Intanto il regime populista che si è instaurato alla guida dell’ultima superpotenza promette danni incalcolabili, soprattutto se, come sembra ormai assicurato, non riuscisse ad adempiere alla diminuzione del 26% delle emissioni di anidride carbonica prevista dagli accordi internazionali di Parigi entro il 2025.

Mentre Cina e India guidano una conversione che l’anno scorso ha visto la diminuzione di due terzi nella costruzione di centrali a carbone, gli Usa ingranano la retromarcia: un ritorno al passato che pregiudica non solo il loro destino.

 

 

 

 

 

Conferenza GEOPOLITICA, ENERGIA, CLIMA AI TEMPI DI TRUMP - Free-energia.it

­

Mercoledì 15 Febbraio 2017, dalle 14:30 alle 17:30 allo Spazio Europa in Via 4 Novembre 149, Roma, si terrà la Conferenza organizzata dal Coordinamento FREE “GEOPOLITICA, ENERGIA, CLIMA AI TEMPI DI TRUMP”

Introducono:
Dario Fabbri (Consigliere scientifico e coordinatore per l’America di Limes)
Gianni Silvestrini (Direttore scientifico Kyoto Club)

Ne discutono:
Daniele Capezzone (Commissione Finanze Camera dei Deputati)
Pippo Civati (Commissione Attività produttive Camera dei Deputati)
Rossella Muroni (Presidente Legambiente)
Francesco Ferrante (Coordinamento Free)
Ermete Realacci (Presidente Commissione Ambiente Camera dei Deputati)

Conclude:
GB Zorzoli (Presidente Free)

Per poter partecipare si prega di confermare la propria adesione entro il 12 Febbraio 2017 contattando Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

“Spazio Europa, gestito dall’Ufficio d’informazione in Italia del Parlamento europeo e dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea”

Allegati:

 

Intervista ad Al Gore. L’ex vicepresidente Usa spiega la nuova era robotica e il ruolo della leadership mondiale

Al Gore torna a Sundance 11 anni dopo Inconvenient Truth che vide qui l’anteprima che l’avrebbe portato poi all’Oscar e ad un premio Nobel.

Inconvenient Sequel è il seguito alla verità «sconveniente» delineata allora sul mutamento climatico, oggi quantomai attuale, e la necessità ormai critica di una riconversione all’energia sostenibile. Lui, recovering politician, il «politico in terapia di recupero» come ama definirsi, ha passato 17 anni ad elaborare la cocente sconfitta «a tavolino» contro George Bush pur dopo aver vinto il voto popolare per 500.000 schede.

Non si pronuncia, l’ex vicepresidente di Bill Clinton, sulla questione più ineluttabile: il fatto che sia da poco diventato il secondo candidato democratico alla presidenza in 16 anni a vincere il voto popolare ma perdere la casa Bianca : si tratta di semplici «anomalie» o di una più fondamentale crisi della democrazia americana?

Di tutto questo è forse pregno il silenzio – un lungo minuto di assorta, muta, riflessione che fa seguito all’inevitabile domanda. Poi si trincera dietro alla implicita ma diplomatica critica all’anacronistico sistema del collegio elettorale che «per ragioni storiche che tutti conosciamo» (la tutela delle minoranze bianche degli Stati ex schiavisti, ndr) «assegna un peso sproporzionato alle zone rurali e più conservatrici del paese».

All’analisi del sistema che ha regalato a Trump la sua «vittoria» in base a 100.000 voti della rust belt (in barba a 2,7 milioni di voti contrari) Gore preferisce una critica articolata della globalizzazione e dei paradigmi politici e macroeconomici legati al mutamento climatico.

«La portata della sofferenza umana potenzialmente legate al mutamento del clima sono paragonabili solo agli effetti di una guerra nucleare», spiega. «Ne abbiamo ormai esempi sempre più concreti. Uno di questi riguarda la Siria, affetta fra il 2006 e il 2010 da una catastrofica siccità legata la clima. La conseguente aridità ha distrutto il 60% delle fattorie siriane, uccidendo l’80% del bestiame, spingendo un milione e mezzo di profughi nelle città dove già erano arrivati altrettante persone in fuga dalla guerra irachena. Esistono documenti interni del governo siriano pubblicati da Wikileaks, in cui si avverte di un imminente esplosione per via di queste condizioni. Penso sia innegabile che abbiano contribuito a spalancare poco dopo le porte dell’inferno con l’intricata guerra civile in quel paese. E fra gli orrori che pesano sulle coscienze di coloro che si sono limitati ad assistervi, vi è il flusso di profughi che dal Medioriente e dall’Africa settentrionale si sono riversati  in Europa, destabilizzando il progetto europeo e la stessa Unione europea. Ora assistiamo all’ascesa di un populismo autoritario alimentato in parte da uno storico risentimento verso l’immigrazione. E quello siriano è un esempio che potrebbe ripetersi altrove nel mondo. Sta quindi alla nostra “immaginazione morale” di capire la portata delle possibili conseguenze».

Però con Trump si registra una vittoria invece del negazionismo climatico…

Premetto che fra le cause scatenanti del populismo autoritario e dell’attuale crisi dei profughi in Europa c’è quella economica del 2008 iniziata proprio in Usa con la truffa dei mutui subprime e la grande recessione che ne derivò. Ma il problema risale a monte, agli anni ’70, quando si è fermata la crescita dei redditi.

Le cause sono molteplici, in primo luogo globalizzazione e  automazione. La prima ha avuto molti benefici, riducendo drasticamente la povertà di numerose regioni del pianeta. Ma nei  paesi ricchi l’effetto è stato una emorragia di impieghi ben retribuiti. Allo stesso tempo l’automazione si è rivelata ancor più problematica. Da 200 anni gli economisti vanno rassicurandoci che malgrado le apparenze l’automazione in realtà è in grado di produrre più impieghi di quanti ne elimina. Ma negli ultimi dieci anni l’automazione si è estesa fino ad interessare le attività cognitive con l’espansione di robotica e l’avvento delle prime forme di intelligenza artificiale. E tutto indica che questa rivoluzione eliminerà molti più impieghi di quelli che potranno essere creati.

Con la strumentalizzazione politica tutto contribuisce a fenomeni come gli slogan sulla costruzione dei muri di confine e l’ascesa di personaggi come Duterte nelle Filippine e gli omologhi in Europa.

Non è  un quadro confortante.

No, esistono però anche segnali incoraggianti, una governance ambientale più illuminata in Cina e altri esempi positivi di cui parlo nel film.

Esistono due narrazioni: quella delle conseguenze sempre più pericolose  e imminenti, e quella delle soluzioni sempre più a portata di mano e a buon mercato. E accessibili nel preciso momento storico in cui l’economia globale ristagna  e stenta  a trovare risposte adeguate ad automazione e iperglobalizzazione.

Quello che serve per ritrovare la crescita è un progetto globale  che possa impiegare milioni di persone in ogni paese. E io dico che questo esiste: possiamo installare pannelli solari e mulini eolici, creare infrastrutture e ammodernare edifici in ogni comunità.

Quando il mondo riuscirà a decidere di affrontare questa sfida, avremo trovato anche la soluzione alla crisi economica globale.

A Parigi sembrava si fosse cominciato a farlo, poi c’è stata l’elezione di Trump. Potrebbe invertire la rotta?

Siamo certamente agli inizi di una nuova era e in questa storia ci sono molti capitoli ancora da scrivere. Ma io sono convinto che potrebbero esserci più motivi di ottimismo che di timore.

Credo che quella che io chiamo la rivoluzione sostenibile è ora così forte che nessun individuo può fermarla.

Certo, è vero che per fermare la crisi ambientale è essenziale implementare appieno gli accordi di Parigi e poi andare oltre. Perché possa essere così, è importante una leadership americana. Nella sua assenza abbiamo visto con l’intervento del presidente cinese a Davos, da dove sono appena arrivato, che altri sarebbero pronti a riempire il vuoto. Spero che perfino questa amministrazione possa capirlo e ravvedersi.

La politica però non sempre sembra disponibile.

È vero che in politica ben poco si concretizza senza che sia la gente a esigerlo. Per questo abbiamo voluto ricorrere al cinema, un mezzo in grado di comunicare e convincere milioni di persone della realtà scientifica del mutamento climatico e della concretezza delle soluzioni disponibili.

Al di là del governo Trump, quindi, io credo che continueremo a fare progressi soprattutto perché il costo dell’energia rinnovabile compete ormai con quello degli idrocarburi. Sono le stesse aziende, imprenditori ed investitori, a promuovere una rivoluzione che potrebbe abbinare la portata di quella industriale alla rapidità di quella digitale.

Non è un caso che ormai la messaggistica aziendale sia così incentrata sull’essere “verdi.” I consumatori stessi ormai reclamano la responsabilità ambientale. E i giovani, a differenza della mia generazione, danno valore a professioni che contribuiscano alla responsabilità ambientale.

Il trattato di Parigi è stato pensato anche in funzione di questo: mandare un segnale preciso  all’imprenditoria che il treno sta lasciando la stazione e se non sarete a bordo, rischiate di rimanere tagliati fuori.

Uno degli elementi più significativi del film riguarda i suoi sforzi a Parigi per convincere un’India assai scettica a firmare il trattato e quanto questo abbia riguardato anche le politiche bancarie. Quali sono le responsabilità della finanza?

Moltissime. Nel momento in cui i tassi nei paesi ricchi sono i più bassi della storia, quando i paesi poveri cercano finanziamenti per la riconversione energetica sostenibile si trovano in un mercato del denaro che chiede loro tassi esorbitanti, del 12-13%, oltre alle incognite legate al cambio valutario.

I paesi ricchi del mondo hanno il dovere di agevolare l’accesso ai fondi per la conversione energetica  a tassi equi. Sei mesi dopo Parigi la Banca mondiale ha concesso all’India uno storico prestito agevolato di 1 miliardo di dollari grazie al quale quel paese ha annunciato la fine dell’importazione di carbone e la riduzione dei nuovi impianti termici a carbone da molte centinaia a cinquanta.

Ora, naturalmente, le società che dipendono dalla combustione di idrocarburi per i loro enormi profitti usano la propria ricchezza per influire ancor più sui politici. Allo stesso tempo vi sono sempre uomini politici pronti  a fare tutto ciò che essi chiedono. Per questo assistiamo a paradossi come leggi che arrivano a vietare l’accesso a queste tecnologie.

Lo scopo di questo film è di diffondere la verità su questa realtà fra gli elettori e fare in  modo che quei politici che ricevono soldi da quegli interessi per finanziare le proprie campagne elettorali comincino a sentire dagli elettori  che questo non è più accettabile nel nome dei nostri figli.

Quindi non si deve disperare nemmeno di fronte a Trump?

A mio modo di vedere la disperazione è solo un’altra forma di rimozione. Proprio come esistono stadi critici nel mutamento climatico così esistono punti si rottura nel processo politico.

Nella mia vita vi ho assistito di persona, ad esempio in tema di diritti civili, da ragazzo nel profondo Sud. Oggi è incredibile pensare che esistessero davvero quelle leggi di discriminazione razziale. Ma poi tutto è cambiato.

Un grande economista, Rudy Dornbusch, usava dire che “i mutamenti ci mettono sempre più a succedere di quello che ti aspetteresti ma poi avvengono molto più in fretta di quello che avresti creduto.” E così è stato con la massa critica che ha infine modificato rapidissimamente le leggi sul matrimonio gay negli Stati uniti. Fino a cinque anni fa se mi aveste detto che sarebbe successo così rapidamente vi avrei creduto pazzi.

Il movimento per il clima è simile a quello per i diritti civili per i neri e per gli omosessuali e come quello per il suffragio universale, contro l’apartheid o come l’abolizionismo in America 150 anni fa.

Tutti questi movimenti in definitiva hanno dato risposta a una semplice domanda: cos’è giusto e cosa non lo è? E alla fine, quando si ripulisce il sottobosco e riusciamo a guardare non solo coi nostri occhi ma coi nostri cuori, allora la decisione diventa semplice e morale.

Sul clima ci siamo quasi. Ci siamo quasi.

 

 

 


"Surprise Us, President Trump!" Il movimento ambientalista italiano invia una lettera al neo presidente USA

Firma e condividi la lettera per chiedere a Trump politiche ambientali sostenibili negli interessi degli Stati Uniti e del Mondo  

Surprise Us, President Trump! - Surprise Us, President Trump!

 

Pagina 1 di 2

Cerca nel sito

Chi è online

Abbiamo 519 visitatori e un utente online

  • Robertjemak

Login

Vai all'inizio della pagina