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È stato spento, dopo 34 anni di attività, il reattore B della centrale nucleare di Gundremmingen, nel sud della Germania, 120 chilometri a nord-ovest di Monaco di Baviera.

Dopo la chiusura dell’unità, resteranno funzionanti nel paese solo sette reattori, che saranno spenti progressivame nte entro il 2022, secondo il piano di riduzione dell’energia nucleare previsto dalla Germania dopo il disastro di Fukushima in Giappone del 2011.

Soddisfatti ma non del tutto i Verdi. Il deputato e portavoce del partito, Martin Stuempfig, ha manifestato soddisfazione per la chiusura del reattore, ma chiede che l’intera struttura venga disattivata nel più breve tempo possibile per via dei «numerosi difetti tecnici».

La chiusura dell’ultima unità della centrale di Gundremmingen è prevista per il 2021.Viceversa, il governo giapponese ha dato il via libera alla riaccensione di due reattori dopo il disastro di Fukushima.

 

Fukushima sei anni dopo. Masami Yoshizawa è un allevatore. Fin dall’11 marzo del 2011 fa si è rifiutato di abbandonare il suo ranch e di abbattere le sue mucche. «Oggi infatti siamo qui, dice, in perfetta forma»

«Vedi, volevano ammazzarci, ci volevano morti tutti, me e tutte queste povere bestie. E invece siamo qui. In perfetta forma. Abbiamo vinto noi. Banzai». Le «bestie», centinaia di mucche in apparente ottima forma, ci guardano e sembrano annuire, prima di gettarsi sul fieno appena distribuito. Dall’ultima volta che sono stato qui, subito dopo l’incidente nucleare, sembra di stare in paradiso.

 

SEMBRA INCREDIBILE, ma nel deserto nucleare di Fukushima, a pochi chilometri dalla centrale che continua, a distanza di sei anni, a contaminare uno dei suoli più fertili del Giappone, oltre al cervello dei suoi abitanti, c’è qualcuno che festeggia. Masami Yoshizawa, vecchio, irriducibile combattente di mille battaglie.
Dalle lotte studentesche era passato al sindacato, difendeva i precari, quando in Giappone erano merce rara e lui era uno dei pochi che aveva capito come sarebbe andata a finire la favola dell’impiego a vita.

Poi l’incontro con Kazuo Murata, un ex fricchettone che dopo aver venduto una casa di famiglia a Tokyo era andato a vivere a Minamisoma, sulla costa di Fukushima a coltivare ortaggi biologici e allevare le preziose «Kuroushi», le «Mucche Nere» che una volta macellate producono la prelibata – per chi ama il genere – wagyu. I due sembrano affiatati, e nel giro di pochi anni il loro ranch diventa una struttura modello.

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Foto di Marco Casolino

POI PERÒ, L’11 MARZO 2011, arriva l’Apocalisse, o quasi. Senza sapere assolutamente nulla di quello che stava succedendo, i due soci sono costretti a scappare: il governo ha ordinato l’evacuazione immediata. Ma non dice si che si tratta. «Fino dal primo momento volevo restare. Sono stato sempre un bastian contrario. E un curioso. Avevo capito che c’entrava la centrale nucleare, ma volevo restare per vedere cosa succedeva». Murata, meno sognatore, lo trascina via a forza. Fregatene delle mucche, gli urla, qui sta scoppiando il finimondo. Murata se ne farà subito una ragione: fiutato l’affare, sarà uno dei primi a mettersi d’accordo con la Tepco, la società che gestisce, si far per dire, la centrale di Fukushima: in cambio del silenzio e della rinuncia alla concessione, incassa 400 milioni di yen (quasi 4 milioni di euro) e inizia una nuova attività ad Aizu Wakamatsu, aldilà delle montagne.

YOSHIZAWA INVECE decide di tornare. Sfida polizia, Tepco, buon senso e radiazioni e ritorna al ranch, per salvare le «sue» mucche. «Non sono un moralista. Ho allevato mucche per poi macellarle per oltre vent’anni. Ma quando ho saputo che le volevano ammazzare così, a sangue freddo, quasi per punirle di essere sopravvissute e per non ritrovarsele in giro malate e contaminate ho deciso di ribellarmi. E mi sono messo di traverso».
Eccome. Prima ha piazzato un paio di ruspe all’entrata del ranch poi ha installato, con l’aiuto di alcuni simpatizzanti (che per anni hanno continuato ad aiutarlo e oggi sono qui a festeggiare con lui), un paio di telecamere per tenere sotto controllo la situazione (ma anche per trasmettere in diretta eventuali blitz delle autorità) e infine è tornato, come se nulla fosse, a fare il suo lavoro.

L’ALLEVATORE DI MUCCHE da macello che non verranno più macellate. «Già. Ecco perché abbiamo vinto. Perché io sono ancora qui, a fare il lavoro che mi piace e circondato da una natura che pian piano si sta prendendo la sua rivincita – dice mostrando i primi germogli di un pesco – mentre queste mucche, colpite dalla tempesta nucleare, alla fine vivranno più di quanto dovevano. Non sono commerciabili, quindi morranno di vecchiaia. Hanno vinto anche loro. E io sono diventato vegetariano».

Yoshizawa e le sue 300 mucche sono però gli unici a festeggiare. Tutto intorno a loro l’atmosfera è ben diversa. Katsunobu Sakurai, il sindaco di Minamisoma divenuto famoso per il suo appello su YouTube alla stampa straniera («venite qui, per favore, venite a vedere come siamo ridotti. Venite voi, perché la stampa nazionale ha paura e noi siamo abbandonati») è stato appena rieletto per un nuovo mandato, ma è disperato. «Abbiamo fatto l’impossibile per resistere, per non perdere le speranze. Ma non ce la facciamo più. Si può combattere contro la natura, sopravvvivere a terremoti , alluvioni e tsunami. Ma non all’imbecillità, all’arroganza, alla malafede, alla cocciutaggine degli uomini». Sakurai, come la maggior parte della gente – poca per la verità, meno del 30% della popolazione, e quasi tutti anziani – che è rimasta o è tornata, ce l’ha con il governo e con le autorità della centrale, che continuano ad alimentare speranze impossibili, a non mantenere gli impegni, a mentire spudoratamente. Un po’ come avviene da noi, gli dico, sperando di alleviarne le pene: «Già, ma qui siamo in Giappone, e non ci siamo abituati. Il concetto di autorità per noi è sacro, se perdiamo fiducia in chi ci guida è finita. Non si fa più nulla».

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Il nucleare illuminerà il nostro futuro (foto di Pio d’Emilia)

In effetti, non è che si sia fatto molto. E non parliamo solo dell’incidente nucleare, di fatto tutt’ora in corso nonostante il mantra governativo che sostiene il già avvenuto ritorno alla «normalità». Anche dello tsunami. Che vale la pena ricordarlo, provocò quasi 19.000 vittime.

DOPO L’INIZIALE REAZIONE – con il mondo colpito dalla forza di volontà, dalla dignità e dall’efficienza mostrata dal popolo giapponese – la ricostruzione si è come dire, fermata. Per carità, le strade sono pulite, non si vede una maceria in giro, i collegamenti, tranne piccole tratte, ripristinati.

Ma non c’è traffico, segno che l’economia non riparte. L’intera costa del Sanriku, che da Aomori scende giù fino a Fukushima sembra disabitata, anche se i dati ufficiali parlano di oltre il 50% della popolazione che è tornata a viverci e a lavorarci. Ma non è così.

KAZUO SASAKI, che guida un’azienda che lavora il pesce con oltre 200 anni di storia, per esempio, ha deciso di chiudere. L’avevo conosciuto pochi giorni dopo lo tsunami, che stava già lavorando, assieme a tutta la famiglia, per liberare la casa dalle macerie. «Ho resistito fino all’anno scorso – mi dice al telefono, quando lo chiamo, come ogni anno da allora, per salutarlo e sapere come sta – ora la casa l’abbiamo ricostruita e ci avanzano anche dei soldi, di quelli che abbiamo ricevuto. Ma l’azienda no, noin ce la faccio più. Io sono vecchio, pensavo di lasciare tutto a mio figlio. Ma ha preferito andare a vivere a Tokyo, a fare l’impiegato. Ci sto male, malissimo. Ma lo capisco. Abbiamo perso la speranza, le cose non saranno mai più come prima».

Perché? Voi non avete il problema nucleare…«Infatti, il nucleare non c’entra. C’entra il fatto che abbiamo tutti paura. E non ci sentiamo più protetti dalle autorità. Hanno sbagliato tutto, prima, durante e dopo lo tsunami. Non ci fidiamo più. E quindi ho chiuso». Se nel nord del Tohoku, colpito dallo tsunami ma non dall’incidente nucleare la situazione è così drammatica, nella regione di Fukushima è ancora peggio.

NEI PICCOLI PAESI attorno alla centrale, le radiazioni sono impercettibili: attorno a 0.4-0,5 microsievert l’ora. Come nel centro di Roma. Il governo dice che si può tornare, offre ulteriori incentivi a chi lo fa. Ma pochi lo fanno. «Solo vecchietti e sciacalli – afferma Kazuhiro Yoshida, che al momento dell’incidente lavorava per la Tepco ma si è poi dimesso diventando un attivista antinucleare – i vecchietti perché per loro venire a morire nella casa dove hanno vissuto tutta la vita è una cosa molto importante, gli sciacalli perché pensano che qui si possa ancora rubare, truffare, far soldi lavorando al nero per la Tepco…»

Al nero? «Beh, è risaputo che oltre la metà degli operai che lavorano all’interno della centrale, almeno un migliaio, siano precari e non qualificati. Molti hanno contratti regolari, ma poi ricevono una parte in nero, dai “mediatori” ai quali si affidano per trovare il lavoro. Mafiosi, che da subito dopo l’incidente sono arrivati qui e procurano la mano d’opera alla tepco. Se ne sentono di tutti i colori. Perfino che ci siano persone talmente disperate, ingenere debitori di grosse somme, che fanno doppi turni, con nomi falsi». Ed il bello, cioè il bruttissimo, è che si stanno giocando la vita, si stanno avvelenando, per niente. È notizia di questi giorni che il governo ha rivisto i tempi per il decommissionamento: ci vorranno ancora tra i 30 e i 40 anni. Ma la gente può tornare. A fare che?

 

 

Giappone. Fukushima oggi è uno «stato d’eccezione»: aggirati i diritti dei lavoratori e i controlli sui contractors. L’importante è mantenere costante la manodopera nell’impianto.

 

Controlli sui lavoratori in procinto di entrare nella zona di Fukushima. (foto Lapresse)

Tokyo Electric (Tepco), l’utility dell’energia che serve la capitale giapponese e alcune zone del Giappone orientale e gestisce l’impianto di Fukushima Dai-ichi, danneggiato da un terremoto e uno tsunami l’11 marzo 2011, ha ammesso che nel corso del 2015, centinaia di lavoratori avrebbero operato senza un effettivo datore di lavoro. Secondo i numeri sono 465, tutti assunti con contratti «mascherati».

PER LA LEGGE SONO IRREGOLARI. Ma a Fukushima, dove l’emergenza è quotidiana – soprattutto a causa delle migliaia di tonnellate di acqua radioattiva che si accumula nel sottosuolo della centrale – la legge è un concetto relativo. La verità è che nessuno, al momento, può dire con sicurezza quanti siano i lavoratori illegali nella centrale nucleare.
Dal 2011, per monitorare la condizione dei lavoratori delle aziende appaltatrici Tepco distribuisce annualmente questionari di valutazione in cui vengono chiesti agli operatori dati sul tipo di contratto, sul datore di lavoro e un commento generico sulle proprie mansioni. Durante l’indagine dello scorso anno, su 3.268 lavoratori, calcolati al netto dei responsabili e dei dirigenti, 465 (circa il 14 per cento del totale) hanno risposto che l’azienda da cui prendono ordini è diversa da quella che li paga. Dopo ulteriori indagini tra le aziende appaltatrici è emerso che una parte di questi lavoratori è in regola. Ma i dubbi permangono. Sono alcune testimonianze di lavoratori, raccolte in queste settimane dalla stampa giapponese ad alimentarli. A cominciare proprio dai questionari.

«CONDIZIONI DURISSIME», ha spiegato un lavoratore anonimo al quotidiano Mainichi Shimbun. «C’è chi è svenuto per la fatica e il caldo. Ma non ho potuto scriverlo». In alcuni casi, infatti, prima di arrivare a Tepco, i questionari compilati vengono consegnati in busta non sigillata ai responsabili dell’azienda responsabile dell’appalto o del subappalto. Anche a Fukushima sono i «caporali» a dettare legge. «Anche se i questionari sono anonimi, loro capiscono chi sei dalla grafia», ha spiegato ancora il lavoratore.

Che ci fossero irregolarità nell’assunzione e nella gestione dei lavoratori è un problema noto da anni. A ottobre 2013, Reuters aveva pubblicato un reportage in cui raccontava delle condizioni di lavoro all’interno della centrale. Queste erano così riassumibili: bassi salari a fronte di rischi altissimi.
In media i lavoratori intervistati potevano contare su uno stipendio compreso tra i 6 e i 12 dollari all’ora, cifre minime anche per un operaio edile. I guai finanziari di Tepco, nazionalizzata nel 2012, hanno spinto in basso i compensi a dipendenti e appaltatori. L’urgenza di mostrare che il Giappone poteva ospitare le Olimpiadi del 2020 – del 2013 le parole del premier Shinzo Abe al Comitato olimpico internazionale: «A Fukushima è tutto sotto controllo» – ha fatto il resto.

MOLTI REGOLAMENTI e standard esistenti, di conseguenza, sono stati aggirati. Fukushima è diventata uno «stato d’eccezione». Dalla legge di agosto 2011 con cui il parlamento sbloccava dei fondi per i lavori di smantellamento e bonifica dell’impianto – il cui costo totale veniva stimato allora in 35 miliardi di dollari – venivano virtualmente escluse o aggirate norme vigenti in tema di diritti dei lavoratori.

I controlli sull’affidabilità dei contractor venivano ridotti al mimino: l’importante era mantenere costante il flusso di manodopera nell’impianto. Si è venuta a creare una piramide di appalti e subappalti alla base della quale si sono gonfiate sacche di illegalità che hanno fatto la felicità dei clan di malavita locale.

Tra il 2011 e il 2013 i principali clan di yakuza hanno spostato a Fukushima oltre mille uomini per gestire il racket della fornitura di manodopera alla bonifica dell’area. A loro si sono appoggiate decine di piccole e medie aziende. Ai lavoratori viene promesso un compenso da cui gli intermediari trattengono una percentuale a proprio beneficio.

In un caso recente a fronte di una paga pattuita di 17.000 yen al giorno (circa 150 euro), un lavoratore se ne era visti assegnati appena 8.000 (circa 70).

CON IL BUSINESS della manodopera illegale si è ingrandito il numero di quelli che in Giappone sono conosciuti come gempatsu gypsy, zingari dell’atomo. Un fenomeno, questo, conosciuto almeno dagli anni 70, quando nel paese arcipelago sorsero i primi impianti nucleari. Fin da allora molti lavoratori nelle centrali nucleari del paese sono stati reclutati ai margini della società : un tempo, erano i quartieri ghetto abitati dai lavoratori giornalieri in grandi cittàa fornire manodopera; oggi i punti di reclutamento sono sparsi in tutto il Giappone. Con l’emergenza a Fukushima, i «cacciatori di teste» hanno iniziato a reclutare anche senzatetto nelle grandi città della regione del Nordest del Giappone. Arrivati nella zona dell’impianto di Dai-ichi, i lavoratori vengono sistemati in villaggi di prefabbricati e sottoposti a ulteriori discriminazioni da parte dei pochi abitanti locali rimasti. Ma trovare manodopera disposta a lavorare a Fukushima continua a essere complesso. I compensi bassi, turni di lavoro massacranti e il rischio radiazioni tengono lontani lavoratori competenti e giovani.

Così per i responsabili del governo e di Tepco il sistema piramidale degli appalti e delle forniture esterne di manodopera rimane l’unica via percorribile per la bonifica. C’è poi un problema strutturale: il Giappone è un paese sempre più vecchio e così la sua manodopera. Dal 2015, in alcune mansioni in centrale sono entrati anche lavoratori stranieri. Sono una decina di cittadini brasiliani figli e nipoti di emigrati giapponesi. Hanno fatto ritorno al paese di origine dei loro avi per trovare un lavoro.

COME MOLTI DEI LORO COLLEGHI a Fukushima sono stati costretti a vivere in un limbo di legalità. «Quando sono entrato nel 2014 sono rimasto scioccato», ha spiegato ancora al quotidiano Mainichi Roney Tsuyoshi Ishikawa, un saldatore 43enne impiegato nell’assemblaggio delle cisterne di stoccaggio per l’acqua usata nei reattori per raffreddare il combustibile nucleare ancora lì presente. Erano fasi concitate: ogni giorno bisognava assemblare quanto più possibile per far fronte alle perdite di acqua radioattiva da cisterne già installate. Ma «Tutti intorno a me erano anziani o non addestrati. I lavori sembravano fermi» Dopo di lui sono entrati altri suoi connazionali.

È stato Ishikawa, che intanto aveva lasciato il suo lavoro, a metterli in contatto con gli intermediari. La loro paga era poco più alta della media, ma a differenza di altri lavoratori regolari oggi rischiano di non ricevere indennizzi in caso di esposizione eccessiva alle radiazioni. Il sospetto è infatti che anche loro siano entrati in centrale con «contratti mascherati». Sulla carta erano lavoratori di una piccola azienda di saldatura di Tokyo, all’atto pratico, però, era qualcun altro a dar loro indicazioni. «Noi siamo stati tra i primi stranieri, anche se di origine giapponese, a entrare qui», ha detto uno dei lavoratori brasiliani al Mainichi. «Ma sono certo che in futuro ce ne saranno di più».

 

 

Sono passati 5 anni dall’incidente alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi, ma ancora non se ne vede la fine.Il risultato ottenuto in questi anni è stato quello di tenere sotto controllo i reattori e di ammassare tonnellate di acqua e di terra contaminata, creando enormi discariche.Guardare ogni 11 marzo a Fukushima significa prendere coscienza delle conseguenze delle nostre azioni e riflettere su quali forme di energia basare un futuro con meno paure e minori impatti sull’ambiente.

Approfondimento a questo link:

http://www.martinbuber.eu/energia/documenti/quaderno5.pdf

di Marco Zappa da il manifesto 27 febbraio

Giappone. I vertici della compagnia elettrica giapponese Tepco saranno rinviati a giudizio per responsabilità nel disastro nucleare del 2011. L’ammissione di un operatore dell’azienda, sul ritardo colpevole con cui fu dato l’allarme del meltdown in uno dei reattori, apre nuovi scenari. Ma il governo non vuole rinunciare all’atomo e riattiva gli impianti che erano stati spenti all’indomani della catastrofe. Riaperta la centrale Takahama, costruita su una faglia a rischio. Ma per il primo ministro Shinzo Abe: ora «tutto è sotto controllo»

Pochi mesi prima, a gennaio, era arrivato infatti l’ultimo «no» della procura di Tokyo a procedere all’incriminazione dei tre ex vertici della più grande azienda elettrica del paese per insufficienza di prove. Già nel 2013 la procura aveva declinato l’invito di un gruppo di cittadini a mettere sotto inchiesta oltre trenta persone tra dirigenti Tepco e funzionari del governo. LEGGI TUTTO

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