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Climalteranti.it » I risultati della COP23

La COP23 che si è svolta a Bonn ha prodotto un risultato utile e bilanciato, dimostrando come la spinta della COP21 di Parigi non si sia esaurita.

Alle 6.50 di sabato 18 novembre, dopo una nottata di negoziato ininterrotto, si è conclusa la COP23 di Bonn. Frank Bainimarama, presidente della COP e primo ministro delle Fiji, aveva battuto poco prima il martello che segnava l’adozione del “Fiji Momentum for Implementation”, traducibile come “La spinta di Fiji per l’implementazione” (dell’Accordo di Parigi e di tutta la costellazione di strumenti precedenti o collegati).

Il testo della decisione di questa COP (scaricabile qui assieme agli altri 28 documenti approvati dai tavoli negoziali) rappresenta un successo negoziale della presidenza Fiji, in quanto definisce e struttura il percorso del Dialogo Facilitativo che dovrebbe portare i Paesi a rilanciare ed incrementare l’ambizione dei propri Contributi Determinati a livello Nazionale (NDC) aggregati all’Accordo di Parigi.

Lasciando ad altri post gli approfondimenti sui dettagli, almeno cinque sono le decisioni importanti approvate.

1) Avvio del Talanoa Dialogue

Si tratta di una forma di confronto politico facilitato ed inclusivo, descritto nel dettaglio nell’allegato 2 della decisione, che prevede:

  • una fase preparatoria (descritta nello schema riportato sopra) che inizia a gennaio e si concluderà alla COP24 di Katowice (Polonia), con una sessione negoziale nel maggio 2018, con input da diversi portatori di interesse, sia statali che non-statali, e che si baserà anche sui contributi dello Special Report dell’IPCC su 1,5°C, attualmente in fase di redazione.
  • una fase politica (descritta dallo schema riportato in seguito), che si svolgerà durante la COP24, e che vedrà coinvolti ministri e capi di stato, per fare il punto su quanto fatto dalle Parti verso l’obiettivo a lungo termine di riduzione a zero le emissioni nette di gas climalteranti (articolo 4, paragrafo 1 dell’Accordo di Parigi: raggiungere un equilibrio tra le fonti di emissioni antropogeniche e gli assorbimenti di gas ad effetto serra).

Il Dialogo costituirà un passo essenziale per le modalità di presentazione, i contenuti, l’ambizione e le modalità di reporting dei prossimi NDCs. Su quest’ultimo punto si è registrato uno scontro tra Paesi Sviluppati ed il gruppo “G77”, guidato dalla Cina, che ha cercato di promuovere una cosiddetta “biforcazione”, ovvero l’adozione di linee guida, modalità di contabilizzazione e scadenze di reporting differenziate tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati, sebbene questi ultimi lo considerino come un tentativo di tornare “indietro” rispetto all’unità di intenti e di azione sancita con l’Accordo di Parigi.

2) Azioni Pre-2020

Il testo finale dedicato al pre-2020 è quello più lungo e strutturato della decisione, con una enfasi inaspettata, tenendo conto che all’inizio delle due settimane alcuni Paesi avevano bloccato l’inserimento di tale tema nell’agenda ufficiale dei lavori. L’importanza del tema non può essere sottovalutata.

A Cancùn molti Stati avevano preso impegni su azioni di mitigazione da realizzare prima del 2020, mentre a Copenhagen (2009) era stato assunto l’impegno ad incrementare la mobilitazione di finanziamenti internazionali progressivamente fino a 100 miliardi di dollari all’anno (cifra che è ribadita come punto di partenza per il post-2020). Inoltre, sul piano scientifico, occorre che il picco delle emissioni avvenga prima del 2020 per incrementare la probabilità di rimanere nel carbon budget di “ben al di sotto dei due gradi” se non in quello di 1,5°C, come definito dall’obiettivo dell’Accordo di Parigi.

Tali azioni, seppur in modalità differenziate tra loro, saranno oggetto di rendicontazione (Paese per Paese) fin dal maggio 2018, in modo da rendere più stringente l’impegno da questi sottoscritto.

3) Finanza

L’Art. 2 dell’Accordo di Parigi attribuisce la stessa dignità agli obiettivi relativi a mitigazione, adattamento e finanza. La Finanza è una delle questioni più delicate del negoziato, caratterizzandosi come fattore chiave per l’implementazione e l’ambizione dei futuri NDC e per l’adozione di adeguate misure di adattamento da parte dei Paesi più vulnerabili.

Alla COP23, uno dei punti più dibattuti ha riguardato l’Art. 9.5 dell’Accordo di Parigi, relativo proprio alle “informazioni qualitative e quantitative” che, su base biennale, i Paesi dovrebbero comunicare relativamente alle risorse finanziarie fornite.

Su questo punto è stato forte lo scontro tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, con questi ultimi che hanno fatto il possibile per provare ad inserire in extremis la definizione di modalità e vincoli di reporting finanziari più precisi nell’agenda del Paris Work Programme (PAWP), ovvero l’insieme degli elementi dell’Accordo di Parigi che dovrebbero essere definiti in maniera chiara entro e non oltre il 2018. La “soluzione” attuale probabilmente scontenta entrambe le parti, e sicuramente su questo tema si focalizzeranno molte delle discussioni previste per il 2018.

Inoltre, è stato rinviato al 2018 il definitivo transito del Fondo per l’Adattamento (Adaptation Fund), oggi finanziato dagli strumenti di Kyoto, sotto l’egida dell’Accordo di Parigi.

Nel frattempo, vari governi hanno intrapreso impegni unilaterali di finanziamento: i nuovi 50 milioni della Germania, cui si sommano i 7 milioni dell’Italia, fanno sì che il Fondo per l’Adattamento superi il target previsto per il 2017. Spicca inoltre la Francia, con l’impegno a sostituire integralmente il mancato contributo economico all’IPCC da parte dell’amministrazione Trump e la decisione di organizzare un vertice mondiale dedicato alla finanza sul clima, a Parigi, il 12 dicembre 2017. L’Italia, inoltre, ha aperto una nuova finestra, dedicata al finanziamento delle attività di capacity-building.

Tutto ciò, ma ancor di più il finanziamento delle sezioni “condizionali” degli NDC dei paesi in via di sviluppo, dovrebbe dare fiducia e slancio alla revisione al rialzo nei prossimi impegni.

4) Gender Action Plan

È stato approvato il Piano d’Azione per l’Inclusione di Genere, un programma permanente che mira a garantire pari rappresentanza a donne e uomini all’interno dell’UNFCCC e il rispetto e la leva delle donne nelle azioni di mitigazione ed adattamento. A commento e proposta su questo tema vi è stato l’intervento nella plenaria UNFCCC di Chiara Soletti di Italian Climate Network.

5) Azione delle comunità locali

E’ stata formalizzata come draft decision della COP23 la Piattaforma dell’azione climatica dei popoli indigeni e delle comunità locali, già lanciata l’anno scorso ed oggetto di submission, discusse e riassunte a maggio, da parte dei Paesi. In sostanza si tratta di un tema importante per i Paesi dove vi sono popoli indigeni in senso stretto, che vivono (o vivevano) normalmente con uno stile di vita a bassissime emissioni (sia nei consumi che nella produzione, ad esempio praticando caccia e pesca con metodi tradizionali), colpiti però per primi dagli impatti del cambiamento climatico sulle foreste, gli ecosistemi marini, ecc. Ma si tratta di un risultato rilevante anche per l’Italia, dove le comunità locali possono trasmettere e rinnovare modalità produttive più sostenibili (agricoltura biologica, bio-edilizia, ecc.).

Oltre al risultato del negoziato, nelle intense due settimane di COP 23 sono emersi altri aspetti interessanti e che vanno evidenziati come notizie positive quali:

  • un’ampia partecipazione sia della società civile, specie nella “Bonn Zone”, che delledelegazioni governative, in tutto hanno partecipato a COP 23 16028 delegati, di cui 9202 parties, 5543 observer e 1283 nei media;
  • gli Stati Uniti, nonostante l’annuncio (non seguito da alcuna comunicazione formale) di uscita dall’Accordo di Parigi) non hanno fatto, come durante l’Amministrazione Bush Jr, ostruzionismo o bloccato il negoziato; sempre gli Stati Uniti hanno presentato gli “American Pledge”, piani di azione per la riduzione delle emissioni da parte di diversi Stati e città;
  • è stata presentata la “Powering Past Coal Alliance”, una dichiarazione di 25 Stati, fra cui l’Italia, che hanno annunciato l’abbandono del carbone nella produzione di elettricità;
  • l’Italia ha annunciato la sua candidatura per ospitare la COP 26 nel 2020.

Fra i diversi commenti utili sui risultati della COP23 segnaliamo quello di Carbon Brief, del Centre for Alternative Technology, dell’Italian Climate Network, oltre al tradizionale dettagliato resoconto dell’IISD.

 

Testo di Stefano Caserini e Valentino Piana, con il contributo di Luca Lombroso.

 

Climalteranti.it » Cambiamento climatico e conflitti per l’acqua: l’Asia centrale a rischio

 Il cambiamento climatico impatta sulla disponibilità di risorsa idrica e può inasprire i conflitti per l’acqua in bacini transnazionali. Studi recenti mostrano che i paesi dell’Asia centrale sono maggiormente a rischio per via del grande numero di abitanti, della complessa situazione politica e della diminuzione attesa delle risorse idriche derivanti dalle grandi catene montuose. Si riporta qui un sunto di tali studi, con riferimento ad alcuni bacini fluviali dell’Asia centrale. Si mostra anche come l’Italia non sia immune a tale problematica.

 

I recenti risultati dello studio TWAP (Transboundary Waters Assessment Programme), sviluppato dalle nazioni unite (UNEP-DHI), focalizzano l’attenzione sui grandi corpi idrici transnazionali, ove la competizione per l’uso delle risorse, se non regolata da opportuni accordi internazionali, può portare a conflitti di vario livello, anche militare (si veda il post del 2015 su Climalteranti).

Lo studio TWAP, iniziato nel 2013, aveva due obiettivi, ossia i) sviluppare la prima valutazione a scala globale sullo stato dei bacini transnazionali, ii) formalizzare la partnership con istituzioni chiave per assicurare che le problematiche specifiche vengano incorporate nelle strategie di gestione dei grandi bacini fluviali.

Il report individua 286 bacini idrici transfrontalieri in 151 paesi, che coprono più del 40% della superficie terrestre ed includono più del 40% della popolazione mondiale.

Figura 1. Mappa dei bacini transazionali mondiali individuati dal report TWAP (Report TWAP, 2016)

Fra i vari aspetti relativi alla cooperazione in tali bacini fluviali investigati nel report TWAP, è di particolare interesse qui l’aspetto della Governance, declinato nel report TWAP tramite una serie di indicatori (si veda la Nota 1 in fondo), che includono anche gli effetti di potenziali cambiamenti climatici, valutati tramite la risposta dei sistemi fluviali a proiezioni climatiche generate tramite i modelli di IPCC.

Sulla base di tali valutazioni, lo studio TWAP individua alcuni bacini transfrontalieri ad elevato rischio di conflitto nella prima metà del secolo (hot-spots), chiaramente indicati nel riassunto per i decisori politici, Summary for policy makers.

Figura 2. Mappa dei bacini transazionali individuati dal report TWAP come hot-spots per il rischio di conflitti (Report TWAP, 2016, Summary for Policy Makers). Nella legenda relativa ad ogni gruppo di bacini (suddivisi per area con colori diversi), vengono riportati i maggiori fattori di stress, i.e. la crescita di popolazione, l’aumento dei prelievi e la variazione della disponibilità.

 

Come si osserva nella Figura 2, per i fiumi dell’Asia centrale e medio oriente le proiezioni di scenario futuro (al 2050) suggerirebbero una diminuzione misurabile dei deflussi fluviali in risposta ai cambiamenti climatici. Come evidenziato dal riquadro blu presente nell’immagine, “Alcune regioni sono particolarmente esposte allo sviluppo socioeconomico ed ai cambiamenti climatici, con un rischio atteso crescente per molti indicatori”.

Gran parte dei bacini ritenuti critici si trovano in Medio-oriente ed in Asia Centrale. Fra le cause principali dell’incremento dei rischi di conflitto il report TWAP annovera i) l’aumento della popolazione, ii) la maggiore necessità di prelievi, iii) la diminuzione dei deflussi in alveo in risposta ai cambiamenti climatici.

Ad esempio, nel recente lavoro Effects of hydrological changes on cooperation in transnational catchments: the case of the Syr Darya (qui in versione italiana dello studio) gli autori si focalizzano sul fiume Syr Darya, affluente del Lago (Mar) D’Aral.

Gli affluenti a tale lago, Syr Darya e Amu Darya, compresi nello studio TWAP in forma aggregata (bacino del Lago D’Aral) sono considerati fra i  più critici. I fiumi attraversano nove stati fra le repubbliche ex-sovietiche e sono regolati tramite diversi invasi, per scopi idroelettrici, potabili ed irrigui. Tale complesso sistema di gestione genera una situazione di potenziale conflitto tra gli stati coinvolti.

Gli autori dello studio dimostrano come la diminuzione attesa dei deflussi negli affluenti del Lago D’Aral, in seguito alla fusione dei ghiacciai del Tien Shan che li alimentano, potrebbe portare ad un inasprimento dei conflitti, in aggiunta alle consistenti perdite economiche legate alla diminuita produzione elettrica e agricola.

A tale aspetto si unisce la situazione fortemente compromessa del Lago D’Aral. Privato della gran parte delle acque dei suoi affluenti, ha raggiunto una dimensione pari ad un decimo della sua estensione storica (da ca. 70.000 km2 negli anni Sessanta a ca. 7.000 attuali).

Nello studio gli autori propongono un’analisi della Governance relativa a cinque grandi bacini transfrontalieri indicati come hot-spots nel report TWAP:  i) Gange-Brahmaputra-Meghna (7 paesi, 1.65*106 km2), ii) Indo (7 paesi, 8.56*105 km2), iii) Tigri-Eufrate/Shatt al Arab (6 paesi, 8.78*105 km2), and iv) Tarim (7 paesi, 1.10*106 km2) e v) Mar D’Aral (9 paesi, 1.10*106 km2).

In termini di quadro normativo, i bacini analizzati mostrano una situazione che va una bassa criticità in presenza di trattati rispettosi del diritto internazionale, fino ad un valore molto alto (il Tarim, in assenza di trattati o in presenza di trattati non rispettosi delle leggi internazionali). Il report TWAP classifica il 38% circa dei bacini studiati nella categoria 5, alto rischio.

Per tre casi su cinque (Lago D’Aral, Indo e Tigri-Eufrate), non è stato possibile determinare l’esistenza di un ambiente favorevole alla gestione dei conflitti né ottenere un giudizio informato sulla capacità istituzionale dei paesi coinvolti (uno o più). Benché non si possano trarre conclusioni dall’assenza di informazione, è lecito supporre che tale capacità sia debole o quantomeno non riconosciuta.

Ad esempio nel caso del fiume Syr Darya si osserva storicamente la scarsa capacità/volontà di rispettare gli accordi internazionali, benché esistenti ed in linea con i principi del diritto internazionale.

Tutti i bacini investigati vengono classificati con rischio da moderato ad alto (Tarim), per quanto riguarda le tensioni idro-politiche. Il rischio diviene per lo più alto per quanto riguarda la presenza di fattori esasperanti. Il Lago D’Aral, come il fiume Tarim ha un valore 1 (i.e. almeno un fattore esasperante), con gli altri tre bacini attestati sul valore 2 (i.e. almeno due fattori esasperanti).

Il report TWAP indica in definitiva come la combinazione di un aumento di popolazione, di un basso reddito pro-capite e della diminuzione attesa della disponibilità di risorsa in fase di cambiamento climatico sono fattori esasperanti dei rischi di conflitti per l’uso dell’acqua nei paesi dell’Asia centrale. I cambiamenti climatici presenti ed attesi in futuro potranno sommarsi a situazioni locali di scarsa capacità cooperativa, assenza/inconsistenza dei trattati e/o inadeguatezza degli organi di governo nell’influenzare la stabilità e la cooperazione in bacini transnazionali, potenzialmente portando a situazioni di conflitto tra gli stati. La gestione della risorsa idrica in quei paesi dovrà necessariamente tenere conto di tali aspetti in futuro.


Figura 4. Valore degli indicatori di rischio TWAP relativi per 5 bacini rappresentativi della situazione in Asia centrale e medio oriente. Scala dei colori equivalente al report TWAP. a) Quadro normativo ed ambiente favorevole. b) Tensioni idro-politiche e fattori esasperanti al 2050.

 

Per l’Italia lo studio TWAP considera cinque bacini transnazionali: il Po (condiviso per brevi tratti con Francia e Svizzera), il Roja (in Liguria al confine con la Francia), il Rodano (per un breve tratto in val d’Isère), il Danubio (a cui contribuisce la Drava, in Alto Adige), e l’Isonzo (che fluisce per gran parte in Slovenia, con il nome di Soča, prima di attraversare il confine a Gorizia).

I primi quattro fiumi presentano valori sempre bassi degli indicatori relativi allea Governance, mentre il fiume Isonzo presenta valori stimati di rischio alto (4) per gli indicatori di quadro normativo e tensioni idro-politiche (no data per l’indicatore ambiente favorevole, derivante però da un valore non noto per il lato italiano, ma con un valore 4 sul lato sloveno). In prospettiva fino a metà secolo si evidenzia un potenziale alto (4) in termini di tensione idro-politica.

L’Isonzo è stato oggetto di studio in un recente progetto delle Nazioni Unite (NEXUS), essendo considerato fra gli otto più interessanti bacini idrografici transfrontalieri al mondo. Durante un workshop tenutosi a Gorizia nel maggio 2015, si sono evidenziati due aspetti fondamentali riguardo la cooperazione: i) la continuità dell’Isonzo in termini idrologici e di qualità delle acque, anche in termini di servizi eco-sistemici, e ii) l’eco-turismo visto come un mezzo per lo sviluppo economico della regione. Nell’ambito del progetto NEXUS è stata predisposto un accordo allo scopo di favorire il dialogo tra i due paesi per la gestione congiunta del fiume (tale accordo è disponibile in bozza, o draft assessment).

Nemmeno l’Europa e l’Italia sono quindi totalmente immuni da potenziali conflitti sull’uso dell’acqua ed i cambiamenti climatici potrebbero peggiorare il quadro.

 

Testo di Daniele Bocchiola, con contributi di Stefano Caserini e Sylvie Coyaud

 

Nota 1
Il tema della Governance viene declinato in tre indicatori specifici, quali i) il quadro normativo (i.e. l’esistenza di trattati nazionali ed internazionali in linea con i principi del diritto internazionale, ii) le tensioni idro-politiche (i.e. fonti potenziali di tensioni politiche legate all’acqua) e iii) l’ambiente favorevole (i.e. la capacità istituzionale di implementazione delle politiche cooperative a livello nazionale ed internazionale). Il report fornisce un valore relativo (1-5) di rischio per ogni indicatore, da ‘molto basso’ (situazione ottimale) a ‘molto alto’ (situazione peggiore). Inoltre, viene sviluppato un indicatore chiamato fattori esasperanti delle tensioni idro-politiche (1 o più fattori) nei prossimi 30 anni (al 2050). Tali fattori includono i) elevate variabilità della disponibilità della risorsa idrica dovuta a variazioni climatiche, ii) trend negativi recenti nelle riserve d’acqua, iii) conflitti armati interni agli stati, iv) conflitti armati tra gli stati, v) recenti dispute sull’uso dell’acqua e vi) basso reddito pro-capite.

 

Climalteranti.it » Assegnato il premio “A qualcuno piace caldo” 2016

http://www.climalteranti.it/2017/09/28/assegnato-il-premio-a-qualcuno-piace-caldo-2016/

Anche quest’anno, il raggiungimento dell’estensione minima dei ghiacci artici (nota 1) è l’occasione per l’assegnazione del Premio “A qualcuno piace caldo”, “alla persona o all’organizzazione italiana che più si è distinta nel diffondere argomentazioni e notizie errate sulla fenomenologia dei cambiamenti climatici, sugli impatti e sui costi e benefici delle misure di mitigazione”.

Esaminati i pretendenti per l’anno 2016, i membri del Comitato Scientifico di Climalteranti hanno per la prima volta assegnato il premio ex-aequo, all’associazione Amici della Terra e alla RAI Radio Televisione Italiana.

PREMIO “A QUALCUNO PIACE CALDO” 2016

AMICI DELLA TERRA

Motivazione

Per la continua pubblicazione, nella propria Newsletter L’astrolabio, di articoli che con argomenti deboli se non infondati cercano di mettere in discussione i capisaldi della scienza del clima, la serietà del lavoro degli scienziati che lavorano ai rapporti IPCC, e le preoccupazioni per il riscaldamento globale del pianeta.

RAI RADIO TELEVISIONE ITALIANA

Motivazione

Per aver interrotto Scala Mercalli, l’unica trasmissione esistente nel suo palinsesto in grado di informare in modo adeguato e approfondito sul tema del cambiamento climatico e altri temi ambientali scottanti, venendo meno al suo dovere, come servizio pubblico, di far conoscere i problemi del nostro tempo.

Per approfondimenti sui motivi che hanno permesso agli Amici della Terra di conseguire il premio, si rimanda a questo post Gli amici della serra, o al recente articolo “Dice Lomborg” in cui Giovannangelo Montecchi Palazzi sponsorizza acriticamente le stime economiche dello statistico danese (autore in passato di molte castronerie sul tema), e non è neppure capace di scrivere correttamente i nomi dell’IPCC (chiamato “International Panel for Climatic Changes” e non Intergovernmental Panel on Climate Change) e dell’UNFCCC (chiamata “Framework Conference on Climatic Changes” e non Framework Convention on Climatic Change).

Per quanto riguarda la RAI, si veda il post Appello per reintrodurre Scala Mercalli nel palinsesto RAI.

(Nota 1)

Quest’anno l’estensione minima del ghiaccio marino artico, registratasi il 13 settembre e pari a 4,64 milioni di chilometri quadrati, è stato l’ottavo valore più basso mai registrato nei 38 anni di osservazioni. In figura sono riportati gli andamenti della superficie di ghiaccio artico nel 2017 e nel 2012, insieme alla media 1981-2010.

 

Appello | Energia per l'Italia

Appello al Governo

Conferenza Nazionale sul Cambiamento Climatico

Siamo un gruppo di docenti e ricercatori dell’Università e dei Centri di ricerca di Bologna che sentono il dovere di dare un contributo, attraverso la condivisione di conoscenze e informazioni scientificamente corrette, per superare le difficoltà poste dal cambiamento climatico nel nostro Paese.

Per questo motivo abbiamo deciso di inviare una lettera aperta al Presidente del Consiglio ed ai Ministri competenti e di lanciare un appello al Governo affinché i problemi dovuti al cambiamento climatico vengano urgentemente discussi in una Conferenza Nazionale al fine di mettere in atto appropriati interventi di mitigazione e di adattamento.

Dopo mesi di siccità, temperature ben più alte della media stagionale, ghiacciai che si sciolgono, foreste che vanno in fumo, chi può dubitare che il cambiamento climatico sia già oggi un problema che colpisce duramente l’Italia? Il nostro Paese, collocato in mezzo al Mediterraneo, è uno dei punti più critici del pianeta in termini di cambiamento climatico, fenomeno globale dovuto principalmente alle emissioni di gas serra causate dalle attività umane.

 L’ultimo rapporto dell’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change) prevede  un aumento in frequenza ed intensità degli eventi estremi e incrementi della temperatura media per fine secolo ben superiori al valore di 2°C, obiettivo degli accordi di Parigi.

Non è certo da oggi che si parla di cambiamento climatico in atto nel nostro Paese, ma solo un governo, nell’ormai lontano 2007, ha pensato di dedicare a questo tema strategico una Conferenza Nazionale. Da allora la situazione è molto peggiorata ma, paradossalmente, si fa sempre meno per porvi rimedio. Eppure non c’è settore economico e sociale che non sia colpito (se non addirittura sconvolto) dal cambiamento climatico: l’agricoltura, fortemente danneggiata dalla siccità; la sanità, che deve far fronte agli effetti diretti (canicola, inquinamento atmosferico) e indiretti (nuovi vettori di malattie) che mettono in pericolo la salute della popolazione; il turismo invernale, che non può più contare sulla neve naturale, e quello estivo, danneggiato dalla erosione delle spiagge; il territorio, degradato da disastri idrogeologici (frane, alluvioni) che hanno forti conseguenze sulla abitabilità e sulla viabilità; gli ecosistemi, devastati dal cambiamento climatico; le città che, come Roma, hanno gravi difficoltà di approvvigionamento idrico.

In altri paesi c’è una forte presa di coscienza sul problema del cambiamento climatico. Ad esempio in Germania un recente sondaggio pre-elettorale ha mostrato che circa il 71% degli interpellati è preoccupato dal cambiamento climatico più che dalla possibilità che si verifichino nuovi attacchi terroristici (63%). In Francia, la notizia che le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno sono già state tutte consumate prima del 2 agosto (Earth overshoot day) è stata riportata in prima pagina da Le Monde e commentata in un lungo video dal ministro della Transition écologique et solidaire, Nicolas Hulot.

Come da molto tempo affermano gli scienziati e come è stato unanimemente riconosciuto nella Conferenza di Parigi del 2015, il cambiamento climatico è principalmente causato dall’uso dei combustibili fossili che producono anidride carbonica e altri gas serra. In Italia, in media ogni persona ogni anno provoca l’emissione di gas serra per una quantità equivalente a sette tonnellate di anidride carbonica.

Gran parte di queste emissioni non possono essere addebitate direttamente ai singoli cittadini poiché sono l’inevitabile conseguenza di decisioni politico-amministrative errate, a vari livelli. Ad esempio: le scelte urbanistiche (uso del territorio e localizzazione dei servizi) da parte dei comuni e delle regioni; le decisioni prese in tema di mobilità locale, regionale e nazionale che, direttamente o indirettamente, favoriscono l’uso dell’auto; gli incentivi, diretti ed indiretti, alla ricerca, estrazione, trasporto (spesso da  regioni molto remote) e commercio dei combustibili fossili; la costruzione di infrastrutture superflue o addirittura inutili (autostrade, gasdotti, supermercati); la mancanza di una politica che imponga o almeno privilegi il trasporto merci su rotaia; le limitazioni e gli ostacoli burocratici che frenano lo sviluppo delle energie rinnovabili; gli incentivi alla produzione e consumo di carne; la mancanza di una politica culturale che incoraggi la riduzione dei consumi e l’eliminazione degli sprechi.

Nel nostro Paese sembra che molti settori della politica, dell’economia e del’informazione abbiano gli occhi rivolti al passato e siano quindi incapaci di capire che oggi siamo di fronte a problemi ineludibili con cui è necessario e urgente confrontarsi: le risorse del pianeta sono limitate e limitato è anche lo spazio in cui collocare i rifiuti, l’uso dei combustibili fossili va rapidamente abbandonato e altrettanto rapidamente è necessario sviluppare le energie rinnovabili.

Se non si tengono ferme queste realtà, si finisce per procedere con decisioni scollegate e perfino contrastanti che non portano ad alcun risultato. Ad esempio, si afferma di voler diminuire l’inquinamento e le emissioni di anidride carbonica e poi ci si rallegra perché aumenta il PIL grazie alle vendita di un numero di automobili maggiore del previsto. Si fanno convegni sull’economia circolare e sulla sostenibilità ecologica e sociale, ma si continuano a progettare discariche e inceneritori, si chiudono le fabbriche di autobus e si incoraggia la produzione di SUV lussuosi e potenti, vere icone del consumismo e delle disuguaglianze cha a parole tutti dicono di voler combattere. Ci si ostina ad estrarre dal nostro suolo e dai nostri mari quantità marginali di combustibili fossili con l’impiego di un numero sempre minore di persone e si frena lo sviluppo delle energie rinnovabili capaci di portare molta occupazione nel settore manifatturiero. Se puntassimo seriamente sulla messa in atto di una politica di mitigazione e adattamento climatico avremmo grandi benefici: aumento dell’occupazione, minori costi per emergenze e calamità naturali, minori spese sanitarie e un miglioramento nella bilancia commerciale (minori importazioni di combustibili fossili).

Nella Strategia Energetica Nazionale e nei piani di sviluppo dell’ENI si parla  della necessità di passare dall’uso dei combustibili fossili a quello delle energie rinnovabili, ma questa transizione è collocata in un futuro non ben definito e comunque lontano, che sarà possibile raggiungere, si dice, solo aumentando il consumo di metano. Si parla anche della necessità di sviluppare la produzione di biocombustibili, ignorando che nel settore dei trasporti si va verso un mondo “elettrico” perché l’efficienza di conversione dei fotoni del sole tramite la filiera che dal fotovoltaico porta alle auto elettriche è almeno 50 volte maggiore dell’efficienza della filiera basata sulla produzione e uso di biocombustibili. Nel frattempo, mentre Volkswagen adotta lo slogan “Think New” e lancia auto e miniautobus elettrici, osserviamo increduli che quella che era la “nostra” grande industria automobilistica (FCA) si ostina a produrre automobili tradizionali che fra non molti anni saranno fuori mercato.

Bisogna anche rendersi conto che la transizione dall’uso dei combustibili fossili a quello delle energie rinnovabili, pur essendo una condizione necessaria, non è di per sé sufficiente per mitigare il cambiamento climatico e tanto meno per costruire un futuro sostenibile. E’ indispensabile anche ridurre il consumo di energia e di ogni altra risorsa, particolarmente nei paesi sviluppati come il nostro dove regna lo spreco. Attualmente, un cittadino europeo usa in media 6.000 watt di potenza, mentre negli anni ’60 la potenza pro capite usata in Europa era di 2000 watt per persona, corrispondenti ad una quantità di energia sufficiente per soddisfare tutte le necessità. La Svizzera nel maggio scorso ha approvato con un referendum un piano energetico per ridurre i consumi pro capite da 6000 watt attuali a 2000 watt entro il 2050. Ci piaccia o no, anche noi saremo chiamati a mettere in atto misure di questo tipo. E’ anche importante capire che la riduzione dei consumi non può essere basata solo su un aumento di efficienza delle “cose” che usiamo (automobili, condizionatori, lampade ecc.), perché in tal caso può verificarsi l’effetto rebound (rimbalzo): una persona quando risparmia denaro per l’aumento di efficienza delle cose che usa è portata a spendere quel risparmio in altri modi, causando ulteriori consumi. Prima di puntare su aumenti di efficienza delle “cose” che usiamo, è necessario diffondere una cultura della sufficienza per far sì che le persone diventino consapevoli dei vantaggi di vivere in un modo sobrio, riducendo l’uso delle “cose” stesse. La sobrietà è uno degli elementi fondamentali per il successo di adeguate politiche di mitigazione e adattamento climatico.

Chiediamo ai colleghi delle Università e Centri di ricerca italiani e a tutti i cittadini che condividono quanto sopra riportato di firmare questo appello sul sito energiaperlitalia per stimolare il Governo ad organizzare una Conferenza Nazionale sul cambiamento climatico e a mettere in atto i provvedimenti necessari.

Il Comitato Promotore

 

“Agisci come se quello che fai facesse la differenza. Lo fa.”
William James

Firma l’appello

 

CONVEGNO NAZIONALE

Cambiamento Climatico Globale: responsabilità, rischi e strategie

Castello Aragonese (Taranto)

9 settembre 2017

Promosso da ISDE Italia con la collaborazione di Marina Militare e Ordine dei Medici di Taranto

Leggi il programma

Scarica la scheda di iscrizione

RAZIONALE

La città di Taranto, riconosciuta sito SIN dal 1998, caratterizzata dalla presenza di una tra le più grandi acciaierie d'Europa e che presenta elevati tassi di mortalità e morbilità per patologie ambiente-correlate, sembra essere un luogo d'elezione per discutere degli impatti sulla salute attribuibili alle variazioni climatiche indotte dalle emissioni correlate alle attività antropiche.

Esaminare e prevenire gli effetti sulla salute delle variate condizioni metereologiche insistenti su tutto il pianeta, costituisce un tema di importanza prioritaria. Per questo ISDE Italia, unitamente a Marina Militare e Ordine dei Medici di Taranto, ha invitato esperti del settore per approfondire, mediante un'accurata analisi, le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici onde favorire azioni di prevenzione e mitigazione degli impatti sulla salute.

Questo convegno si prefigge di sollecitare l’impegno di diversi settori sul cambiamento climatico globale e di coinvolgere in misure di prevenzione primaria il personale sanitario ma anche gli autori delle politiche energetiche e produttive e delle politiche di tutela ambientale e del territorio.

OBIETTIVI DELL’EVENTO

Informare diventa un passo verso la prevenzione: i pericoli possono essere evitati o contrastati solo se li conosciamo. Questo Convegno Nazionale si prefigge di fornire elementi scientifici che possano aiutare cittadini e decisori politici, a rivalutare alcune pratiche ritenute sinora valide per l'economia globale. Il confronto di personale esperto porterà ad esaminare con opportuna scienza e coscienza, le preoccupanti ricadute sulla salute umana e sulla biosicurezza degli ecosistemi, delle variazioni climatiche indotte dalle costanti e spropositate emissioni di CO2.

Dalle relazioni emergerà come un cambiamento climatico senza precedenti e non imputabile a cause naturali rappresenti, in questo momento storico, uno stato d'urgenza decisionale. Risulterà quindi indispensabile approfondire con metodologia critica e costruttiva questa tematica ai fini di elaborare e proporre nuove collaborazioni strategiche tra le varie istituzioni coinvolte nel rispetto della sicurezza di persone, animali e piante.

Potremo facilmente renderci conto che le uniche battaglie che valgono la pena di essere combattute dall’uomo e che possono assicurare un futuro alle prossime generazioni sono di carattere scientifico ed etico e che la comunicazione di un corretto bagaglio conoscitivo è la base indispensabile per la partecipazione informata dei cittadini.

La precauzione non sembrerà più un concetto astratto o estremista ma l'unica possibile strada per ridurre le conseguenze di un'alterazione climatica che ha ed avrà pesanti ricadute su tutte le forme di vita del pianeta terra.

 

 

Climalteranti.it » La falsa petizione “contro le eco-bufale” del Prof. Zichichi e Il Giornale

Il 5 luglio è apparso su “Il Giornale” un articolo in cui il Prof. Antonino Zichichi ha ribadito le sue posizioni estreme sulla questione climatica, parlando di “eco-bufale”, di “terrorismo” e criticando in modo radicale la modellistica climatica; l’articolo è stato presentato da un titolo (si presume della redazione) in cui si definivano “ciarlatani” gli scienziati che ritengono che le attività umane stiano modificando il clima del pianeta.

Climalteranti ha già spiegato in un precedente post lo scarso spessore scientifico di questa ulteriore raffica di “zichicche”, nonché la stranezza della sezione intitolata “Appello della Scienza contro le eco-bufale” dove “La Scienza” sembrava rappresentata, oltre che dal prof. Zichichi in persona, dalle firme di venti scienziati.

Ora, questa cosa è parecchio strana per vari motivi. Il primo è che dei venti firmatari non ce n’è uno, che sia uno, che si occupi di clima. Sono quasi tutti fisici delle particelle o fisici teorici. La seconda stranezza è che non si capisce bene dall’articolo de “Il Giornale” che cosa queste persone abbiano firmato. Di quali “eco-bufale” si tratta, esattamente?

 

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