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Cambiamenti climatici

Cambiamenti climatici (41)

Climalteranti.it » Cambiamento climatico e conflitti per l’acqua: l’Asia centrale a rischio

 Il cambiamento climatico impatta sulla disponibilità di risorsa idrica e può inasprire i conflitti per l’acqua in bacini transnazionali. Studi recenti mostrano che i paesi dell’Asia centrale sono maggiormente a rischio per via del grande numero di abitanti, della complessa situazione politica e della diminuzione attesa delle risorse idriche derivanti dalle grandi catene montuose. Si riporta qui un sunto di tali studi, con riferimento ad alcuni bacini fluviali dell’Asia centrale. Si mostra anche come l’Italia non sia immune a tale problematica.

 

I recenti risultati dello studio TWAP (Transboundary Waters Assessment Programme), sviluppato dalle nazioni unite (UNEP-DHI), focalizzano l’attenzione sui grandi corpi idrici transnazionali, ove la competizione per l’uso delle risorse, se non regolata da opportuni accordi internazionali, può portare a conflitti di vario livello, anche militare (si veda il post del 2015 su Climalteranti).

Lo studio TWAP, iniziato nel 2013, aveva due obiettivi, ossia i) sviluppare la prima valutazione a scala globale sullo stato dei bacini transnazionali, ii) formalizzare la partnership con istituzioni chiave per assicurare che le problematiche specifiche vengano incorporate nelle strategie di gestione dei grandi bacini fluviali.

Il report individua 286 bacini idrici transfrontalieri in 151 paesi, che coprono più del 40% della superficie terrestre ed includono più del 40% della popolazione mondiale.

Figura 1. Mappa dei bacini transazionali mondiali individuati dal report TWAP (Report TWAP, 2016)

Fra i vari aspetti relativi alla cooperazione in tali bacini fluviali investigati nel report TWAP, è di particolare interesse qui l’aspetto della Governance, declinato nel report TWAP tramite una serie di indicatori (si veda la Nota 1 in fondo), che includono anche gli effetti di potenziali cambiamenti climatici, valutati tramite la risposta dei sistemi fluviali a proiezioni climatiche generate tramite i modelli di IPCC.

Sulla base di tali valutazioni, lo studio TWAP individua alcuni bacini transfrontalieri ad elevato rischio di conflitto nella prima metà del secolo (hot-spots), chiaramente indicati nel riassunto per i decisori politici, Summary for policy makers.

Figura 2. Mappa dei bacini transazionali individuati dal report TWAP come hot-spots per il rischio di conflitti (Report TWAP, 2016, Summary for Policy Makers). Nella legenda relativa ad ogni gruppo di bacini (suddivisi per area con colori diversi), vengono riportati i maggiori fattori di stress, i.e. la crescita di popolazione, l’aumento dei prelievi e la variazione della disponibilità.

 

Come si osserva nella Figura 2, per i fiumi dell’Asia centrale e medio oriente le proiezioni di scenario futuro (al 2050) suggerirebbero una diminuzione misurabile dei deflussi fluviali in risposta ai cambiamenti climatici. Come evidenziato dal riquadro blu presente nell’immagine, “Alcune regioni sono particolarmente esposte allo sviluppo socioeconomico ed ai cambiamenti climatici, con un rischio atteso crescente per molti indicatori”.

Gran parte dei bacini ritenuti critici si trovano in Medio-oriente ed in Asia Centrale. Fra le cause principali dell’incremento dei rischi di conflitto il report TWAP annovera i) l’aumento della popolazione, ii) la maggiore necessità di prelievi, iii) la diminuzione dei deflussi in alveo in risposta ai cambiamenti climatici.

Ad esempio, nel recente lavoro Effects of hydrological changes on cooperation in transnational catchments: the case of the Syr Darya (qui in versione italiana dello studio) gli autori si focalizzano sul fiume Syr Darya, affluente del Lago (Mar) D’Aral.

Gli affluenti a tale lago, Syr Darya e Amu Darya, compresi nello studio TWAP in forma aggregata (bacino del Lago D’Aral) sono considerati fra i  più critici. I fiumi attraversano nove stati fra le repubbliche ex-sovietiche e sono regolati tramite diversi invasi, per scopi idroelettrici, potabili ed irrigui. Tale complesso sistema di gestione genera una situazione di potenziale conflitto tra gli stati coinvolti.

Gli autori dello studio dimostrano come la diminuzione attesa dei deflussi negli affluenti del Lago D’Aral, in seguito alla fusione dei ghiacciai del Tien Shan che li alimentano, potrebbe portare ad un inasprimento dei conflitti, in aggiunta alle consistenti perdite economiche legate alla diminuita produzione elettrica e agricola.

A tale aspetto si unisce la situazione fortemente compromessa del Lago D’Aral. Privato della gran parte delle acque dei suoi affluenti, ha raggiunto una dimensione pari ad un decimo della sua estensione storica (da ca. 70.000 km2 negli anni Sessanta a ca. 7.000 attuali).

Nello studio gli autori propongono un’analisi della Governance relativa a cinque grandi bacini transfrontalieri indicati come hot-spots nel report TWAP:  i) Gange-Brahmaputra-Meghna (7 paesi, 1.65*106 km2), ii) Indo (7 paesi, 8.56*105 km2), iii) Tigri-Eufrate/Shatt al Arab (6 paesi, 8.78*105 km2), and iv) Tarim (7 paesi, 1.10*106 km2) e v) Mar D’Aral (9 paesi, 1.10*106 km2).

In termini di quadro normativo, i bacini analizzati mostrano una situazione che va una bassa criticità in presenza di trattati rispettosi del diritto internazionale, fino ad un valore molto alto (il Tarim, in assenza di trattati o in presenza di trattati non rispettosi delle leggi internazionali). Il report TWAP classifica il 38% circa dei bacini studiati nella categoria 5, alto rischio.

Per tre casi su cinque (Lago D’Aral, Indo e Tigri-Eufrate), non è stato possibile determinare l’esistenza di un ambiente favorevole alla gestione dei conflitti né ottenere un giudizio informato sulla capacità istituzionale dei paesi coinvolti (uno o più). Benché non si possano trarre conclusioni dall’assenza di informazione, è lecito supporre che tale capacità sia debole o quantomeno non riconosciuta.

Ad esempio nel caso del fiume Syr Darya si osserva storicamente la scarsa capacità/volontà di rispettare gli accordi internazionali, benché esistenti ed in linea con i principi del diritto internazionale.

Tutti i bacini investigati vengono classificati con rischio da moderato ad alto (Tarim), per quanto riguarda le tensioni idro-politiche. Il rischio diviene per lo più alto per quanto riguarda la presenza di fattori esasperanti. Il Lago D’Aral, come il fiume Tarim ha un valore 1 (i.e. almeno un fattore esasperante), con gli altri tre bacini attestati sul valore 2 (i.e. almeno due fattori esasperanti).

Il report TWAP indica in definitiva come la combinazione di un aumento di popolazione, di un basso reddito pro-capite e della diminuzione attesa della disponibilità di risorsa in fase di cambiamento climatico sono fattori esasperanti dei rischi di conflitti per l’uso dell’acqua nei paesi dell’Asia centrale. I cambiamenti climatici presenti ed attesi in futuro potranno sommarsi a situazioni locali di scarsa capacità cooperativa, assenza/inconsistenza dei trattati e/o inadeguatezza degli organi di governo nell’influenzare la stabilità e la cooperazione in bacini transnazionali, potenzialmente portando a situazioni di conflitto tra gli stati. La gestione della risorsa idrica in quei paesi dovrà necessariamente tenere conto di tali aspetti in futuro.


Figura 4. Valore degli indicatori di rischio TWAP relativi per 5 bacini rappresentativi della situazione in Asia centrale e medio oriente. Scala dei colori equivalente al report TWAP. a) Quadro normativo ed ambiente favorevole. b) Tensioni idro-politiche e fattori esasperanti al 2050.

 

Per l’Italia lo studio TWAP considera cinque bacini transnazionali: il Po (condiviso per brevi tratti con Francia e Svizzera), il Roja (in Liguria al confine con la Francia), il Rodano (per un breve tratto in val d’Isère), il Danubio (a cui contribuisce la Drava, in Alto Adige), e l’Isonzo (che fluisce per gran parte in Slovenia, con il nome di Soča, prima di attraversare il confine a Gorizia).

I primi quattro fiumi presentano valori sempre bassi degli indicatori relativi allea Governance, mentre il fiume Isonzo presenta valori stimati di rischio alto (4) per gli indicatori di quadro normativo e tensioni idro-politiche (no data per l’indicatore ambiente favorevole, derivante però da un valore non noto per il lato italiano, ma con un valore 4 sul lato sloveno). In prospettiva fino a metà secolo si evidenzia un potenziale alto (4) in termini di tensione idro-politica.

L’Isonzo è stato oggetto di studio in un recente progetto delle Nazioni Unite (NEXUS), essendo considerato fra gli otto più interessanti bacini idrografici transfrontalieri al mondo. Durante un workshop tenutosi a Gorizia nel maggio 2015, si sono evidenziati due aspetti fondamentali riguardo la cooperazione: i) la continuità dell’Isonzo in termini idrologici e di qualità delle acque, anche in termini di servizi eco-sistemici, e ii) l’eco-turismo visto come un mezzo per lo sviluppo economico della regione. Nell’ambito del progetto NEXUS è stata predisposto un accordo allo scopo di favorire il dialogo tra i due paesi per la gestione congiunta del fiume (tale accordo è disponibile in bozza, o draft assessment).

Nemmeno l’Europa e l’Italia sono quindi totalmente immuni da potenziali conflitti sull’uso dell’acqua ed i cambiamenti climatici potrebbero peggiorare il quadro.

 

Testo di Daniele Bocchiola, con contributi di Stefano Caserini e Sylvie Coyaud

 

Nota 1
Il tema della Governance viene declinato in tre indicatori specifici, quali i) il quadro normativo (i.e. l’esistenza di trattati nazionali ed internazionali in linea con i principi del diritto internazionale, ii) le tensioni idro-politiche (i.e. fonti potenziali di tensioni politiche legate all’acqua) e iii) l’ambiente favorevole (i.e. la capacità istituzionale di implementazione delle politiche cooperative a livello nazionale ed internazionale). Il report fornisce un valore relativo (1-5) di rischio per ogni indicatore, da ‘molto basso’ (situazione ottimale) a ‘molto alto’ (situazione peggiore). Inoltre, viene sviluppato un indicatore chiamato fattori esasperanti delle tensioni idro-politiche (1 o più fattori) nei prossimi 30 anni (al 2050). Tali fattori includono i) elevate variabilità della disponibilità della risorsa idrica dovuta a variazioni climatiche, ii) trend negativi recenti nelle riserve d’acqua, iii) conflitti armati interni agli stati, iv) conflitti armati tra gli stati, v) recenti dispute sull’uso dell’acqua e vi) basso reddito pro-capite.

 

Climalteranti.it » Assegnato il premio “A qualcuno piace caldo” 2016

http://www.climalteranti.it/2017/09/28/assegnato-il-premio-a-qualcuno-piace-caldo-2016/

Anche quest’anno, il raggiungimento dell’estensione minima dei ghiacci artici (nota 1) è l’occasione per l’assegnazione del Premio “A qualcuno piace caldo”, “alla persona o all’organizzazione italiana che più si è distinta nel diffondere argomentazioni e notizie errate sulla fenomenologia dei cambiamenti climatici, sugli impatti e sui costi e benefici delle misure di mitigazione”.

Esaminati i pretendenti per l’anno 2016, i membri del Comitato Scientifico di Climalteranti hanno per la prima volta assegnato il premio ex-aequo, all’associazione Amici della Terra e alla RAI Radio Televisione Italiana.

PREMIO “A QUALCUNO PIACE CALDO” 2016

AMICI DELLA TERRA

Motivazione

Per la continua pubblicazione, nella propria Newsletter L’astrolabio, di articoli che con argomenti deboli se non infondati cercano di mettere in discussione i capisaldi della scienza del clima, la serietà del lavoro degli scienziati che lavorano ai rapporti IPCC, e le preoccupazioni per il riscaldamento globale del pianeta.

RAI RADIO TELEVISIONE ITALIANA

Motivazione

Per aver interrotto Scala Mercalli, l’unica trasmissione esistente nel suo palinsesto in grado di informare in modo adeguato e approfondito sul tema del cambiamento climatico e altri temi ambientali scottanti, venendo meno al suo dovere, come servizio pubblico, di far conoscere i problemi del nostro tempo.

Per approfondimenti sui motivi che hanno permesso agli Amici della Terra di conseguire il premio, si rimanda a questo post Gli amici della serra, o al recente articolo “Dice Lomborg” in cui Giovannangelo Montecchi Palazzi sponsorizza acriticamente le stime economiche dello statistico danese (autore in passato di molte castronerie sul tema), e non è neppure capace di scrivere correttamente i nomi dell’IPCC (chiamato “International Panel for Climatic Changes” e non Intergovernmental Panel on Climate Change) e dell’UNFCCC (chiamata “Framework Conference on Climatic Changes” e non Framework Convention on Climatic Change).

Per quanto riguarda la RAI, si veda il post Appello per reintrodurre Scala Mercalli nel palinsesto RAI.

(Nota 1)

Quest’anno l’estensione minima del ghiaccio marino artico, registratasi il 13 settembre e pari a 4,64 milioni di chilometri quadrati, è stato l’ottavo valore più basso mai registrato nei 38 anni di osservazioni. In figura sono riportati gli andamenti della superficie di ghiaccio artico nel 2017 e nel 2012, insieme alla media 1981-2010.

 

Climalteranti.it » La falsa petizione “contro le eco-bufale” del Prof. Zichichi e Il Giornale

Il 5 luglio è apparso su “Il Giornale” un articolo in cui il Prof. Antonino Zichichi ha ribadito le sue posizioni estreme sulla questione climatica, parlando di “eco-bufale”, di “terrorismo” e criticando in modo radicale la modellistica climatica; l’articolo è stato presentato da un titolo (si presume della redazione) in cui si definivano “ciarlatani” gli scienziati che ritengono che le attività umane stiano modificando il clima del pianeta.

Climalteranti ha già spiegato in un precedente post lo scarso spessore scientifico di questa ulteriore raffica di “zichicche”, nonché la stranezza della sezione intitolata “Appello della Scienza contro le eco-bufale” dove “La Scienza” sembrava rappresentata, oltre che dal prof. Zichichi in persona, dalle firme di venti scienziati.

Ora, questa cosa è parecchio strana per vari motivi. Il primo è che dei venti firmatari non ce n’è uno, che sia uno, che si occupi di clima. Sono quasi tutti fisici delle particelle o fisici teorici. La seconda stranezza è che non si capisce bene dall’articolo de “Il Giornale” che cosa queste persone abbiano firmato. Di quali “eco-bufale” si tratta, esattamente?

 

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Climalteranti.it » I climatologi negano l’esistenza di Donald Trump

Pubblichiamo la traduzione di questa interessante notizia apparsa su un blog in Belgio.

 

Oltre 500 climatologi, geologi e scienziati vari si sono riuniti la scorsa settimana a Parigi per un vertice speciale, dedicato a discutere l’esistenza di Donald Trump, presunto 45° Presidente degli Stati Uniti. Benché il fenomeno politico abbia avuto ampio risalto nei media negli ultimi anni e, secondo numerose fonti, sia stato “osservato” anche in Europa, molti prestigiosi specialisti rimangono scettici circa la reale esistenza dell’uomo Donald Trump.

Sin da quando ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi, i ricercatori del clima e gli esperti politici hanno vivacemente discusso dell’effettiva esistenza di Mr. Trump.

 

Non c’è niente di nuovo sui cosiddetti “negazionisti di Trump””, secondo il professor Albert de Gier, responsabile del Dipartimento di Meteorologia dell’Università di Amsterdam. “Ma è dannatamente frustrante vedere come i negazionisti rimangano ostinati davanti alle prove più solide. Se si guardano i soli fatti, possiamo facilmente concludere che l’uomo debba essere almeno stato presente fin dagli anni ’40 e che l’impatto delle sue azioni siadiventato innegabile e sempre più irreversibile.E’ quindi di fondamentale importanza per la sopravvivenza del nostro pianeta che la comunità scientifica faccia luce su questi risultati “.

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TUTTI INSIEME PER L'AMBIENTE, CONTRO I G7

Oggi ha vinto l'ambiente, ha vinto la città che non ha paura, hanno vinto le migliaia di persone che hanno attraversato le strade per dire che i g7 non rappresentano affatto la base del nostro futuro.
Ha vinto chi ha affermato con una biciclettata in tangenziale una mobilità sostenibile e necessaria, a scapito di uno sviluppo basato sul cemento e grandi opere inutili.

Oggi invece ha perso chi spendendo centinaia di migliaia di soldi pubblici per la polizia pensava di poter togliere i sorrisi e i contenuti dalla manifestazione, chi imponendo inaccessibilità a luoghi pubblici per proteggere un bel niente sperava che piazza maggiore non potesse raccontare storie diverse da quelle tossiche del g7 ufficiale, chi con confuse dichiarazioni in materia di espressione democratica non ha fatto altro che perdere un'occasione per ascoltare e capire davvero la città.

Oggi infine, ha perso Galletti, che sottraendosi al vero confronto e nascondendosi dietro ad alberi di plastica verde sparsi per la città, non è riuscito a trasformare Bologna nel proprio giardinetto privato.
L'ambiente però non ha bisogno di autocelebrarsi e lo vogliamo dire forte e chiaro: questo è solo l'inizio, perché quando la base si muove ciò che si è eretto finora non può che traballare e mostrare la sua incompatibilità.

G7M - ambiente alla base, non al vertice

https://www.facebook.com/casertasergio

 

Climalteranti.it » Le risposte degli scienziati – prima parte: le prove del riscaldamento globale

Pubblichiamo in questo e nei prossimi due post la traduzione delle risposte degli scienziati ad alcune affermazioni sul tema della scienza del clima avvenute nell’audizione presso lo U.S. House Committee on Science, Space, and Technology, che si è tenuta lo scorso 29 marzo, sul tema “Climate Science: Assumptions, Policy Implications, and the Scientific Method“

In questa audizione sono stati chiamati a partecipare solo quattro “testimoni” che non possono essere considerati rappresentativi di tutti i settori di studio necessari per comprendere un ambito tanto vasto quanto le scienze del clima.

Il network di scienziati Climate Feedback ha perciò chiesto a ricercatori che pubblicano regolarmente sui temi oggetto dell’audizione di fornire un parere sulla validità delle testimonianze, in modo da fornire un quadro più ampio e significativo dello stato della conoscenza scientifica.

Le citazioni degli interventi sono indicate in corsivo fra parentesi quadre, e per ognuna è indicato l’autore; il testo integrale dei commenti è disponibile qui.

[“È un fatto che il clima della Terra si sia complessivamente riscaldato almeno per tutto il secolo scorso. Tuttavia, non sappiamo quanto le attività umane abbiano contribuito a questo riscaldamento e gli scienziati non concordano se le emissioni di gas serra di origine antropica siano la causa principale del riscaldamento recente rispetto alle cause naturali.”]

Judith Curry

 

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da il manifesto

Stati uniti. Decreto esecutivo che nega il riscaldamento climatico e smantella tutto il piano di Obama

L’ordine esecutivo annunciato ieri dalla Casa bianca delinea una radicale «inversione a U» delle politiche ambientali americane col potenziale per incalcolabili conseguenze a livello globale. Dopo lo smacco subíto sull’abrogazione di Obamacare, Donald Trump prende di mira le iniziative energetiche del suo predecessore con un decreto che annulla la direttiva che obbligava ogni agenzia federale a prendere in considerazione costi e conseguenze ambientali in ogni iniziativa ministeriale. Il decreto di Trump invece concretizza una filosofia anti ambientale che privilegia «l’economia» (gli interessi industriali) sulla protezione dell’ambiente.

Come ha dichiarato un portavoce a della Casa bianca con perentorio nonsenso trumpista, «la prosperità è la migliore garanzia di una ambiente sano».

LA NUOVA FILOSOFIA guida della maggiore economia planetaria sarà dunque basata sul fatto che il riscaldamento atmosferico non sussiste o non è imputabile ad attività umane.
Come ha affermato Mick Mulvaney, incaricato del bilancio di Trump, «il governo cesserà di sprecare fondi pubblici per evitare il mutamento climatico». Una sanzione ufficiale del negazionismo che mira a smantellare il Clean Air plan con cui nel 2015 Obama aveva portato gli Usa all’avanguardia sulle normative ambientali per il controllo delle emissioni di anidride carbonica.

L’ambizioso progetto Obama mirava a diminuire entro il 2030 le emissioni di CO2 del 32% sui livelli del 2005, incentivando la conversione a fonti rinnovabili e imponendo severi limiti all’inquinamento soprattutto delle centrali energetiche a gas e carbone.

LA LINEA TRUMP è incentrata invece proprio sull’estrazione e combustione degli idrocarburi. «La guerra al carbone è finite» ha scritto in un tweet trionfale il vicepresidente Mike Pence, riprendendo una formula elettorale prediletta dal presidente. «È cominciata una nuova era per l’energia americana». Il radioso avvenire dell’energia americana assomiglia molto – però -alle politiche energetiche degli anni ‘70. Per il momento la nuova epoca si profila come un regalo alla moribonda industria carbonifera (la produzione è diminuita del 27% dal 2005) già vittima non tanto delle norme ambientali quanto di una riconversione di fatto a concorrenti energie rinnovabili e soprattutto al gas naturale di cui gli Stati uniti sono diventati maggiori produttori mondiali a costi ultracompetitivi grazie al boom del «fracking» idraulico e dell’estrazione da fonti bituminose. Trump aveva comunque mirato la propria campagna elettorale populista ai rimanenti 75.000 minatori di carbone che hanno votato per lui e a cui sostiene ora di voler mantenere la promessa di una «rinascita» anacronistica quanto illusoria.

IL NUOVO PROGRAMMA anti-ambientale consiste nella rottamazione integrale di 40 anni di politiche ecologiche comprese regole sull’inquinamento industriale, le emissioni automobilistiche. In precedenza Trump aveva azzerato le regole per l’inquinamento industriale di corsi d’acqua e autorizzato gli oleodotti Keystone e quello Dakota Access, sulle terre Sioux.
Già in conto inoltre la decurtazione di un terzo dei fondi destinati al Environmental protection agency (Epa) ora sotto la direzione di Scott Pruitt, già avvocato a servizio dell’industria petrolifera.

LA ROTTAMAZIONE del suo dicastero comprende programmi di bonifica delle acque di regioni sensibili come la Chesapeake Bay la baia di San Francisco ed il Puget Sound.. Perfino l’ultraconservatore governatore del Wisconsin Scott Walker si è detto interdetto dal taglio del 90% dei fondi previsti per la bonifica dei Grandi Laghi che forniscono acqua potabile a 40 milioni di cittadini.

«Il mutamento climatico è un fatto non un opinione», aveva affermato due anni fa Obama. Il piano Trump rispecchia invece l’idea della scienza come teoria politica alternativa e «partito d’opposizione».

Una concezione che riconferma il Gop come il partito dell’ignoranza ostinata. A differenza della sanità, l’opposizione alla radicale sterzata sull’ambiente non proverrà dalla destra oltranzista, ma da enti locali, associazioni ambientalist e i tribunali federali. Intanto il regime populista che si è instaurato alla guida dell’ultima superpotenza promette danni incalcolabili, soprattutto se, come sembra ormai assicurato, non riuscisse ad adempiere alla diminuzione del 26% delle emissioni di anidride carbonica prevista dagli accordi internazionali di Parigi entro il 2025.

Mentre Cina e India guidano una conversione che l’anno scorso ha visto la diminuzione di due terzi nella costruzione di centrali a carbone, gli Usa ingranano la retromarcia: un ritorno al passato che pregiudica non solo il loro destino.

 

 

 

 

 

ZERO CARBON

FOR A EUROPEAN STAND AGAINST CLIMATE CHANGE

Il 25 marzo si terrà a Roma il Consiglio dell’Unione Europea in occasione del 60° anniversario della firma del Trattato di Roma. Di fronte alla crisi democratica e sociale che investe l’Europa, le cittadine e i cittadini europei hanno organizzato tre giornate di discussione e mobilitazione per rivendicare una svolta radicale al processo di unificazione europea e alle politiche europee. Tra le sfide della nostra epoca c’è quella di combattere gli effetti dei cambiamenti climatici e disinnescare il perverso intreccio dei fenomeni delle migrazioni ambientali e delle guerre.

L’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, ottenuto anche grazie alla sempre più diffusa mobilitazione globale, indica la direzione di marcia verso un futuro libero dai fossili. Gli impegni assunti dai vari paesi però sono inadeguati, non all’altezza dell’obiettivo e delle sfide ambientali e sociali che i cambiamenti climatici pongono.

L’Unione Europea deve porsi obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti e climalteranti più ambiziosi, intervenendo su tutte le politiche industriali, energetiche, sociali. La giusta transizione verso una produzione energetica priva di fossili rappresenta una formidabile occasione per dare concreto avvio allo sviluppo sostenibile, rilanciare l’economia, garantire la sicurezza energetica, creare nuova e qualificata occupazione.

Nella giornata del 24 marzo invitiamo tutte le organizzazioni, i comitati, i gruppi e le singole cittadine e cittadini impegnati nella difesa dell’ambiente, alla partecipazione ad un’assemblea pubblica sul tema delle politiche energetiche e climatiche europee e nazionali, presso l’Università La Sapienza di Roma in cui si svolgeranno le attività delle tre giornate.

Vogliamo sfruttare questo momento di confronto tra cittadini, convinti europeisti, per analizzare collettivamente le politiche energetiche dell’Unione Europea e degli Stati del continente, concentrandoci in particolare su alcuni aspetti:

  • Il ruolo dell’Unione, degli Stati nazionali e delle imprese. Le politiche energetiche sono processi che si strutturano su vari livelli, spesso in maniera contraddittoria o incoerente, tra il piano nazionale e quello sovranazionale, tra obiettivi assunti e azioni concrete. Inoltre le politiche industriali delle singole multinazionali della produzione energetica spesso sono determinanti sia nell’orientare le scelte politiche delle istituzioni, sia nel rendere inefficaci le normative di salvaguardia ambientale previste in un limitato contesto nazionale a causa della loro azione a livello transnazionale. Perciò è fondamentale condividere una analisi delle politiche energetiche nel loro complesso.

  • Gli obiettivi comuni delle lotte ambientali europee. Nel XXI secolo le lotte ambientali si sono diffuse in tutto il mondo e tante sono le esperienze maturate dal basso che dimostrano che è possibile aumentare il benessere sprecando meno risorse ed energia. Il nostro continente è attraversato da piccoli e grandi conflitti, vertenze, proposte. Allo stesso modo le vertenze nazionali per ottenere un cambio di rotta nelle politiche energetiche troppo spesso si limitano entro i confini degli Stati. Per dare maggiore forza alla lotta contro il cambiamento climatico vogliamo individuare alcuni obiettivi che diventino il punto di riferimento delle tante e differenti esperienze per la sostenibilità ambientale nel nostro continente.

  • Il consenso e la partecipazione alla lotta contro il cambiamento climatico. Viviamo un’epoca di crisi economica e sociale devastante. E’ sempre più difficile costruire il consenso intorno alla critica alle politiche energetiche, in una fase in cui il Presidente degli USA smentisce le evidenze scientifiche. Per tutelare la vita e l’ambiente è necessario integrare le lotte apparentemente differenti, dalla rivendicazione di maggiore democrazia e partecipazione fino alla lotta per la giustizia sociale, la giusta transizione, il lavoro dignitoso, fino alla decarbonizzazione della produzione energetica.

Con questi brevi spunti di riflessione vi invitiamo a portare in Assemblea i vostri punti di vista e le vostre esperienze di lotta. A partire da questo momento di discussione sosteniamo la giusta transizione verso un modello energetico democratico ed equamente distribuito, basato su efficienza energetica ed energie rinnovabili!

 

Intervista ad Al Gore. L’ex vicepresidente Usa spiega la nuova era robotica e il ruolo della leadership mondiale

Al Gore torna a Sundance 11 anni dopo Inconvenient Truth che vide qui l’anteprima che l’avrebbe portato poi all’Oscar e ad un premio Nobel.

Inconvenient Sequel è il seguito alla verità «sconveniente» delineata allora sul mutamento climatico, oggi quantomai attuale, e la necessità ormai critica di una riconversione all’energia sostenibile. Lui, recovering politician, il «politico in terapia di recupero» come ama definirsi, ha passato 17 anni ad elaborare la cocente sconfitta «a tavolino» contro George Bush pur dopo aver vinto il voto popolare per 500.000 schede.

Non si pronuncia, l’ex vicepresidente di Bill Clinton, sulla questione più ineluttabile: il fatto che sia da poco diventato il secondo candidato democratico alla presidenza in 16 anni a vincere il voto popolare ma perdere la casa Bianca : si tratta di semplici «anomalie» o di una più fondamentale crisi della democrazia americana?

Di tutto questo è forse pregno il silenzio – un lungo minuto di assorta, muta, riflessione che fa seguito all’inevitabile domanda. Poi si trincera dietro alla implicita ma diplomatica critica all’anacronistico sistema del collegio elettorale che «per ragioni storiche che tutti conosciamo» (la tutela delle minoranze bianche degli Stati ex schiavisti, ndr) «assegna un peso sproporzionato alle zone rurali e più conservatrici del paese».

All’analisi del sistema che ha regalato a Trump la sua «vittoria» in base a 100.000 voti della rust belt (in barba a 2,7 milioni di voti contrari) Gore preferisce una critica articolata della globalizzazione e dei paradigmi politici e macroeconomici legati al mutamento climatico.

«La portata della sofferenza umana potenzialmente legate al mutamento del clima sono paragonabili solo agli effetti di una guerra nucleare», spiega. «Ne abbiamo ormai esempi sempre più concreti. Uno di questi riguarda la Siria, affetta fra il 2006 e il 2010 da una catastrofica siccità legata la clima. La conseguente aridità ha distrutto il 60% delle fattorie siriane, uccidendo l’80% del bestiame, spingendo un milione e mezzo di profughi nelle città dove già erano arrivati altrettante persone in fuga dalla guerra irachena. Esistono documenti interni del governo siriano pubblicati da Wikileaks, in cui si avverte di un imminente esplosione per via di queste condizioni. Penso sia innegabile che abbiano contribuito a spalancare poco dopo le porte dell’inferno con l’intricata guerra civile in quel paese. E fra gli orrori che pesano sulle coscienze di coloro che si sono limitati ad assistervi, vi è il flusso di profughi che dal Medioriente e dall’Africa settentrionale si sono riversati  in Europa, destabilizzando il progetto europeo e la stessa Unione europea. Ora assistiamo all’ascesa di un populismo autoritario alimentato in parte da uno storico risentimento verso l’immigrazione. E quello siriano è un esempio che potrebbe ripetersi altrove nel mondo. Sta quindi alla nostra “immaginazione morale” di capire la portata delle possibili conseguenze».

Però con Trump si registra una vittoria invece del negazionismo climatico…

Premetto che fra le cause scatenanti del populismo autoritario e dell’attuale crisi dei profughi in Europa c’è quella economica del 2008 iniziata proprio in Usa con la truffa dei mutui subprime e la grande recessione che ne derivò. Ma il problema risale a monte, agli anni ’70, quando si è fermata la crescita dei redditi.

Le cause sono molteplici, in primo luogo globalizzazione e  automazione. La prima ha avuto molti benefici, riducendo drasticamente la povertà di numerose regioni del pianeta. Ma nei  paesi ricchi l’effetto è stato una emorragia di impieghi ben retribuiti. Allo stesso tempo l’automazione si è rivelata ancor più problematica. Da 200 anni gli economisti vanno rassicurandoci che malgrado le apparenze l’automazione in realtà è in grado di produrre più impieghi di quanti ne elimina. Ma negli ultimi dieci anni l’automazione si è estesa fino ad interessare le attività cognitive con l’espansione di robotica e l’avvento delle prime forme di intelligenza artificiale. E tutto indica che questa rivoluzione eliminerà molti più impieghi di quelli che potranno essere creati.

Con la strumentalizzazione politica tutto contribuisce a fenomeni come gli slogan sulla costruzione dei muri di confine e l’ascesa di personaggi come Duterte nelle Filippine e gli omologhi in Europa.

Non è  un quadro confortante.

No, esistono però anche segnali incoraggianti, una governance ambientale più illuminata in Cina e altri esempi positivi di cui parlo nel film.

Esistono due narrazioni: quella delle conseguenze sempre più pericolose  e imminenti, e quella delle soluzioni sempre più a portata di mano e a buon mercato. E accessibili nel preciso momento storico in cui l’economia globale ristagna  e stenta  a trovare risposte adeguate ad automazione e iperglobalizzazione.

Quello che serve per ritrovare la crescita è un progetto globale  che possa impiegare milioni di persone in ogni paese. E io dico che questo esiste: possiamo installare pannelli solari e mulini eolici, creare infrastrutture e ammodernare edifici in ogni comunità.

Quando il mondo riuscirà a decidere di affrontare questa sfida, avremo trovato anche la soluzione alla crisi economica globale.

A Parigi sembrava si fosse cominciato a farlo, poi c’è stata l’elezione di Trump. Potrebbe invertire la rotta?

Siamo certamente agli inizi di una nuova era e in questa storia ci sono molti capitoli ancora da scrivere. Ma io sono convinto che potrebbero esserci più motivi di ottimismo che di timore.

Credo che quella che io chiamo la rivoluzione sostenibile è ora così forte che nessun individuo può fermarla.

Certo, è vero che per fermare la crisi ambientale è essenziale implementare appieno gli accordi di Parigi e poi andare oltre. Perché possa essere così, è importante una leadership americana. Nella sua assenza abbiamo visto con l’intervento del presidente cinese a Davos, da dove sono appena arrivato, che altri sarebbero pronti a riempire il vuoto. Spero che perfino questa amministrazione possa capirlo e ravvedersi.

La politica però non sempre sembra disponibile.

È vero che in politica ben poco si concretizza senza che sia la gente a esigerlo. Per questo abbiamo voluto ricorrere al cinema, un mezzo in grado di comunicare e convincere milioni di persone della realtà scientifica del mutamento climatico e della concretezza delle soluzioni disponibili.

Al di là del governo Trump, quindi, io credo che continueremo a fare progressi soprattutto perché il costo dell’energia rinnovabile compete ormai con quello degli idrocarburi. Sono le stesse aziende, imprenditori ed investitori, a promuovere una rivoluzione che potrebbe abbinare la portata di quella industriale alla rapidità di quella digitale.

Non è un caso che ormai la messaggistica aziendale sia così incentrata sull’essere “verdi.” I consumatori stessi ormai reclamano la responsabilità ambientale. E i giovani, a differenza della mia generazione, danno valore a professioni che contribuiscano alla responsabilità ambientale.

Il trattato di Parigi è stato pensato anche in funzione di questo: mandare un segnale preciso  all’imprenditoria che il treno sta lasciando la stazione e se non sarete a bordo, rischiate di rimanere tagliati fuori.

Uno degli elementi più significativi del film riguarda i suoi sforzi a Parigi per convincere un’India assai scettica a firmare il trattato e quanto questo abbia riguardato anche le politiche bancarie. Quali sono le responsabilità della finanza?

Moltissime. Nel momento in cui i tassi nei paesi ricchi sono i più bassi della storia, quando i paesi poveri cercano finanziamenti per la riconversione energetica sostenibile si trovano in un mercato del denaro che chiede loro tassi esorbitanti, del 12-13%, oltre alle incognite legate al cambio valutario.

I paesi ricchi del mondo hanno il dovere di agevolare l’accesso ai fondi per la conversione energetica  a tassi equi. Sei mesi dopo Parigi la Banca mondiale ha concesso all’India uno storico prestito agevolato di 1 miliardo di dollari grazie al quale quel paese ha annunciato la fine dell’importazione di carbone e la riduzione dei nuovi impianti termici a carbone da molte centinaia a cinquanta.

Ora, naturalmente, le società che dipendono dalla combustione di idrocarburi per i loro enormi profitti usano la propria ricchezza per influire ancor più sui politici. Allo stesso tempo vi sono sempre uomini politici pronti  a fare tutto ciò che essi chiedono. Per questo assistiamo a paradossi come leggi che arrivano a vietare l’accesso a queste tecnologie.

Lo scopo di questo film è di diffondere la verità su questa realtà fra gli elettori e fare in  modo che quei politici che ricevono soldi da quegli interessi per finanziare le proprie campagne elettorali comincino a sentire dagli elettori  che questo non è più accettabile nel nome dei nostri figli.

Quindi non si deve disperare nemmeno di fronte a Trump?

A mio modo di vedere la disperazione è solo un’altra forma di rimozione. Proprio come esistono stadi critici nel mutamento climatico così esistono punti si rottura nel processo politico.

Nella mia vita vi ho assistito di persona, ad esempio in tema di diritti civili, da ragazzo nel profondo Sud. Oggi è incredibile pensare che esistessero davvero quelle leggi di discriminazione razziale. Ma poi tutto è cambiato.

Un grande economista, Rudy Dornbusch, usava dire che “i mutamenti ci mettono sempre più a succedere di quello che ti aspetteresti ma poi avvengono molto più in fretta di quello che avresti creduto.” E così è stato con la massa critica che ha infine modificato rapidissimamente le leggi sul matrimonio gay negli Stati uniti. Fino a cinque anni fa se mi aveste detto che sarebbe successo così rapidamente vi avrei creduto pazzi.

Il movimento per il clima è simile a quello per i diritti civili per i neri e per gli omosessuali e come quello per il suffragio universale, contro l’apartheid o come l’abolizionismo in America 150 anni fa.

Tutti questi movimenti in definitiva hanno dato risposta a una semplice domanda: cos’è giusto e cosa non lo è? E alla fine, quando si ripulisce il sottobosco e riusciamo a guardare non solo coi nostri occhi ma coi nostri cuori, allora la decisione diventa semplice e morale.

Sul clima ci siamo quasi. Ci siamo quasi.

 

 

 

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