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Commissione scientifica sul decommissioning nucleare

Commissione scientifica sul decommissioning nucleare (32)

In questa sezione troverete materiali di documentazione sullo smaltimento delle scorie nucleari

                         “SI alle Fonti Rinnovabili, NO al Nucleare”                                                                                                 Movimento Ecologista

 

Commissione scientifica sul Decommissioning degli impianti nucleari

Il Programma Nazionale e il Rapporto Ambientale

Sala del Primaticcio – Piazza di Firenze, 27

Roma, 29 settembre 2017

Ore 9.00 Iscrizioni

Ore 9.15 Apertura dei lavori

Le relazioni della Commissione

Prof. Giorgio Parisi, “La Sapienza”, Presidente della Commissione scientifica; Prof. Massimo Scalia, CIRPS, Presidente Comitato Scientifico; Ing. Roberto Mezzanotte, già direttore Dip. Nucleare di Ispra; Dott. Paolo Bartolomei, Commissione scientifica; Prof. Maria Rosa Vittadini, IUAV, Venezia

Il punto di vista parlamentare

On. Alessandro Bratti, Presidente della Commissione Bicamerale di Inchiesta; Sen. Gianni Girotto, Commissione Industria Senato; On. Ermete Realacci, Presidente Commissione Ambiente Camera

Ore 11.15 Breve pausa lavori

Ore 11.30

Il programma nazionale e le aspettative degli stakeholder

Coordina: Romina Maurizi, Direttore “Quotidiano Energia”

Sono stati invitati: Mario Agostinelli, Presidente “Energia felice”; Vittorio Bardi, Presidente “SI’ alle Rinnovabili, NO al Nucleare”; Chiara Bellini, co-redattrice di “Ecosin”; Francesco Bochicchio, Direttore Lab. RI, Istituto Superiore di Sanità*; Fabio Chiaravalli, Direttore Deposito Nazionale, Sogin; Monica d’Ambrosio, giornalista “Ricicla TV”; Stefania Divertito, giornalista e scrittrice; Katiuscia Eroe, Segreteria Nazionale Legambiente; Francesca Farioli , direttrice IASS*; Gian Piero Godio, Legambiente e Pro Natura Vercelli; Stefano Leoni, Osservatorio chiusura ciclo nucleare; Gianni Mattioli, Direttivo CIRPS; Maria Grazia Midulla, Responsabile energia WWF*; Giuseppe Onufrio, Direttore Greenpeace Italia; Silvano Ravera, già Direttore ARPA Piemonte*; Piero Risoluti, già consulente IAEA; Morando Soffritti, Presidente onorario “Istituto Ramazzini”; Pasquale Stigliani, “Scanziamo le scorie”, Scanzano Jonico.

Ore 14.30 Chiusura dei lavori



*in attesa di conferma

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                               

 

SI alle Fonti Rinnovabili, NO al Nucleare”                                                                Movimento Ecologista



Roma, 29 settembre 2017

Commissione scientifica sul Decommissioning degli impianti nucleari

Il Programma Nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi e il Rapporto Ambientale

 

Sala del Primaticcio – Piazza di Firenze, 27

Ore 9.00 – 14.30

 

(a breve il programma definitivo)

 

 

Prof. Massimo Scalia, a nome della Commissione scientifica sul decommissioning

Prof. Vincenzo Naso, in qualità di legale rappresentante del Centro Interuniversitario di Ricerca Per lo Sviluppo sostenibile (CIRPS)

 

 

 

 

Modulo per la presentazione delle osservazioni per i piani/programmi/progetti sottoposti a procedimenti di valutazione ambientale di competenza statale

 

Presentazione di osservazioni relative alla procedura di:

  • Valutazione Ambientale Strategica (VAS) – art.14 co.3 D.Lgs.152/2006 e s.m.i.

Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) – art.24 co.3 D.Lgs.152/2006 e s.m.i.

Verifica di Assoggettabilità alla VIA – art.19 co.4 D.Lgs.152/2006 e s.m.i.

(Barrare la casella di interesse)



Il Sottoscritto Massimo Scalia, a nome della Commissione scientifica sul decommissioning

(Nel caso di persona fisica, in forma singola o associata)

 

Il Sottoscritto Vincenzo Naso, in qualità di legale rappresentante del Centro Interuniversitario di Ricerca Per lo Sviluppo sostenibile (CIRPS)

(Nel caso di persona giuridica - società, ente, associazione, altro)



PRESENTANO

ai sensi del D.Lgs.152/2006, le seguenti osservazioni al

  • Piano/Programma, sotto indicato

Progetto, sotto indicato.

(Barrare la casella di interesse)

Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi

(inserire la denominazione completa del piano/programma ( procedure di VAS) o del progetto (procedure di VIA, Verifica di Assoggettabilità a VIA)



OGGETTO DELLE OSSERVAZIONI

(Barrare le caselle di interesse; è possibile selezionare più caselle):

  • Aspetti di carattere generale (es. struttura e contenuti della documentazione, finalità, aspetti procedurali)

  • Aspetti programmatici (coerenza tra piano/programma/progetto e gli atti di pianificazione/programmazione territoriale/settoriale)

  • Aspetti progettuali (proposte progettuali o proposte di azioni del Piano/Programma in funzione delle probabili ricadute ambientali)

  • Aspetti ambientali (relazioni/impatti tra il piano/programma/progetto e fattori/componenti ambientali)

  • Altro (specificare) Aspetti economici



ASPETTI AMBIENTALI OGGETTO DELLE OSSERVAZIONI

(Barrare le caselle di interesse; è possibile selezionare più caselle):

  • Atmosfera

  • Ambiente idrico

  • Suolo e sottosuolo

  • Rumore, vibrazioni, radiazioni

  • Biodiversità (vegetazione, flora, fauna, ecosistemi)

  • Salute pubblica

  • Beni culturali e paesaggio

  • Monitoraggio ambientale

Altro (specificare)



TESTO DELL’ OSSERVAZIONE



  1. È passato più di anno dalla pubblicazione del rapporto preliminare sul programma nazionale e probabilmente i testi, sui quali sono previste le osservazioni, vengono pubblicati in extremis principalmente per tentare di evitare l’erogazione di una penale in seguito al procedimento di infrazione aperto dalla Unione Europea. È inoltre contraddittorio con l’ampiezza prevista per il dibattito far uscire il materiale da osservare in piena estate, ovvero nel momento in cui è decisamente più difficile che tutti i soggetti interessati possano partecipare; al contrario, data la rilevanza dei problemi da affrontare occorrerebbe il massimo di condivisione e procedure trasparenti intese a tal fine. Inoltre, poiché la nuova normativa sulla VIA prevede che, per quello che riguarda i rapporti ambientali, “l’autorità competente può disporre che la consultazione si svolga nelle forme dell’inchiesta pubblica, nel rispetto del termine massimo di novanta giorni”, siamo convinti che questa debba essere la forma con la quale l’autorità competente deve condurre la consultazione. L’inchiesta pubblica è la modalità di coinvolgimento del pubblico interessato al provvedimento più utilizzata a livello internazionale, ma anche in Italia ci sono già stati molte esperienze nell’ambito di procedure di VIA.



  1. Nonostante il documento appaia complessivamente migliorato rispetto al Rapporto preliminare pubblicato nel 2016, continua a presentare numerose imprecisioni e formulazioni approssimative (es. irradiazioni ionizzanti, speciali materie fissili) dalle quali sembra trasparire una non appropriata padronanza della materia specifica da parte dell’estensore. Inoltre, le frequenti ripetizioni dei medesimi concetti in parti diverse, oltre ad appesantire il documento, lo fanno apparire frutto di un lavoro a più mani privo di un coordinamento e di una rilettura finale.



  1. Pur se in sede di prima consultazione vi sono state osservazioni molto precise, il documento risulta ancora carente per quello che riguarda l’enunciazione dei principi generali e la definizione degli strumenti per realizzarli. In particolare, prima ancora di entrare nel merito del quadro legislativo andrebbero chiaramente formulati quelli che sono i principi fondamentali ai quali occorre ispirarsi per la gestione dei rifiuti radioattivi, ovvero:

    1. Proteggere la salute umana

    2. Proteggere l’ambiente e la biodiversità

    3. Proteggere i territori oltre frontiera

    4. Assicurare, in ogni fase, il rispetto dei principi della radioprotezione a partire da quello sulla giustificazione

    5. Garantire la sicurezza degli impianti dedicati alla gestione dei rifiuti radioattivi, per il tempo di vita degli stessi

    6. Assicurare il controllo e la minimizzazione della produzione dei rifiuti radioattivi

    7. Assicurare una gestione integrata dei rifiuti radioattivi

    8. Assicurare l'accesso del pubblico a tutte le informazioni pertinenti

    9. Favorire la partecipazione dei cittadini alle decisioni di merito

    10. Proteggere le future generazioni e non gravarle di oneri impropri

    11. Disporre di un adeguato sistema legislativo e regolamentare nazionale, nonché di un efficace sistema di controlli che assicuri la prevenzione e rilevi prontamente le eventuali violazioni.

 

 

  1. Nel capitolo 1. la descrizione del quadro organizzativo è sostanzialmente assente (a meno di non considerare al riguardo sufficiente l’elenco degli esercenti di cui al paragrafo 1.5), né tale descrizione appare in altra parte del documento. Per quanto attiene al quadro legislativo e regolamentare, esso si riduce sostanzialmente a un elenco delle leggi e dei decreti legislativi vigenti, senza un’articolata ricostruzione storica. Invece di una sia pur sintetica presentazione dell’ampia decretazione successiva, che è specificamente prevista dagli atti legislativi, il documento menziona la generale facoltà del Governo di emanare, nell’ambito delle proprie attribuzioni, decreti per regolare determinate materie. Lo spazio per le descrizioni degli standard industriali appare, nel confronto, surdimensionato; particolarmente ampio è quello riservato alla norma UNI 9498 in materia di decommissioning degli impianti nucleari, documento composto da diverse parti emanate negli anni 1989-1991 e poi nel 1998, alcune delle quali legate a una strategia di disattivazione, quella della “custodia protettiva passiva”, in Italia da tempo superata.



  1. Nel paragrafo 2.2 del cap. 2, dopo un’elencazione dei principi cui si ispira la direttiva comunitaria 2011/70 vengono definiti 10 obiettivi generali per la politica nazionale sui rifiuti radioattivi. Le osservazioni da fare sono principalmente tre:

    1. Mentre la minimizzazione della produzione dei rifiuti è prevista, non c’è invece il principio di giustificazione, in ossequio al quale le attività che comportano l’utilizzo di sorgenti radioattive devono essere consentite solo se i vantaggi siano superiori ai problemi dovuti al loro uso, e comunque deve essere sempre valutata la possibilità di alternative.

    2. Il punto 6 sull’immagazzinamento “temporaneo” dei rifiuti di alta attività appare il punto più debole dell’intero programma, come sarà approfondito in successive osservazioni

    3. Nel punto 9 viene enunciata la necessità di un programma di ricerca, ma nel seguito del documento questo aspetto non viene ripreso. In particolare va segnalato che non viene individuata alcuna linea progettuale di ricerca, come pure non c’è alcun riferimento alla partecipazione a programmi di ricerca internazionali.

Nel corso del corrente anno la Comunità Europea sta preparando un programma comune Europeo di ricerca (European Joint Programme – EJP – 2018-2025) per la risoluzione di questioni tecnico-scientifiche ancora aperte per lo smaltimento finale dei rifiuti radioattivi di alta attività e lunga vita, come richiesto dalla Direttiva Europea 2011/70.

Non partecipare a questo programma sarebbe una scelta profondamente sbagliata da parte del Governo Italiano. Una simile scelta infatti danneggerebbe la comunità scientifica italiana, che verrebbe esclusa dai futuri progetti; danneggerebbe la SOGIN, che non potrà partecipare direttamente alla produzione delle nuove tecnologie assieme con le altre waste management organization europee, e, soprattutto, danneggerebbe il Paese, che ha bisogno di ricerca per evitare che lo stoccaggio dell’alta attività, previsto come “temporaneo”, diventi nei fatti definitivo.

 

 

  1. Nel cap. 3, che riguarda le “tappe significative per l’attuazione del programma nazionale” la parte sul decommissioning degli impianti è solamente enunciata. Andrebbe invece articolata indicando la tempistica perlomeno dei punti più critici del programma di smantellamento, in particolare di quelli che attengono alla gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile irraggiato, quali:

    1. il trattamento delle resine di Caorso (Emilia-Romagna) e di Trino (Piemonte);

    2. la realizzazione dell’impianto CEMEX per il condizionamento dei rifiuti liquidi di Saluggia (Piemonte);

    3. il condizionamento del “prodotto finito” e la messa in sicurezza del combustibile “Elk River” nel centro della Trisaia (Basilicata).

 

Tenendo conto di quanto avvenuto sino a oggi, le previsioni sulla tempistica non appaiono realistiche. Si pensi ad esempio che per il Deposito nazionale, dopo un lentissimo avvio (il decreto legislativo che stabilisce la procedura per la sua realizzazione è del 2010) l’iter è ormai fermo da due anni a uno dei passi iniziali, la pubblicazione della Carta delle aree potenzialmente idonee, che, nelle previsioni dello stesso Programma, non avverrà che entro la fine del 2018.

Considerando le fasi più complesse e delicate che dovranno essere affrontate e i tempi che, in modo ordinatorio, il decreto legislativo indica per alcune di esse, non necessariamente le più lunghe, sembra quanto meno ottimistico che il deposito possa essere disponibile per ricevere i rifiuti ad alta attività di ritorno dall’estero già a partire dal gennaio 2024, come indica invece il Programma.

Tale impostazione ottimistica traspare anche dallo schema della figura 2, dove sono dilatate su sei fasi le attività propedeutiche che portano all’approvazione della Carta delle aree idonee (è suddiviso su tre di esse il poco ad oggi fatto) e concentrate in una sola fase le questioni che si preannunciano più complesse, quali le manifestazioni di interesse e i protocolli di accordo con le regioni e gli enti locali.

 

 

  1. Nel cap. 4 si affronta il tema dell’inventario dei rifiuti radioattivi italiano che rappresenta il principale dato di riferimento per la redazione del programma nazionale. Proprio per questo all’inventario si richiedono delle caratteristiche molto precise: innanzi tutto deve essere unico, poi deve essere comprensivo di tutte le situazioni con rifiuti radioattivi presenti in Italia e deve infine contenere tutti le informazioni necessarie per inquadrare la pericolosità delle stesse.

In questa direzione si sono fatti passi in avanti rispetto alla stesura preliminare del documento, nella quale si alimentava confusione con due stime sull’inventario, una effettuata dall’ISPRA e un’altra dall’Arma di Carabinieri. Sono stati poi aggiunti all’inventario i rifiuti provenienti dalle attività di bonifica, rendendo in tal modo più realistica l’analisi della situazione, pur se per la gestione di tali rifiuti saranno necessarie valutazioni più attente e approfondite. Basti pensare che se essi dovessero essere destinati al Deposito nazionale nei volumi stimati riportati nella tabella 6 del paragrafo 4.3, i soli rifiuti presenti nella discarica Capra di Capriano del Colle (BS) – 55 mila metri cubi – occuperebbero oltre la metà del Deposito, almeno per le dimensione con le quali è stato sino ad oggi presentato, circa 90 mila metri cubi.

Nonostante questi miglioramenti, l’inventario presentato non è ancora completo.

    1. Manca la valutazione sulle quantità di rifiuti radioattivi detenute dalle forze armate, in particolare nel centro di San Piero a Grado dove era ospitato il reattore “Galilei”. Questa mancanza viene giustificata dal testo del Governo sulla base di un’interpretazione perlomeno discutibile della direttiva UE 2011/70; un’interpretazione smentita dai fatti dato che la Francia, che è un Paese dotato di armamenti nucleari, ha inserito nel proprio programma nazionale anche i rifiuti radioattivi di carattere militare. Non si capisce allora come dovrebbero essere gestiti i 350 metri cubi di rifiuti attualmente presenti in strutture militari del nostro Paese, in ossequio ai principi di radioprotezione definiti dal corpo legislativo europeo e nell’ambito della gestione del ben più consistente quantitativo complessivo dei rifiuti italiani.

La distinzione tra attività civili e attività militari non può essere operata sulla sola base del fatto che un’attività venga svolta dall’amministrazione della difesa o da altro ente: il reattore Galilei, pur realizzato e gestito dalle forze armate, ha certamente svolto attività di servizio rientranti nell’impiego pacifico dell’energia nucleare.

    1. Manca nel documento il riferimento ai NORM e TENORM, ovvero i rifiuti radioattivi derivanti da cicli tecnologici « non nucleari », come l’uso industriale di materiali ordinari nei quali sostanze radioattive naturali siano contenute in concentrazioni elevate (NORM: Naturally Occurring Radioactive Materials), o cicli tecnologici che aumentino la concentrazione delle sostanze radioattive naturali in materiali abitualmente considerati non radioattivi (TENORM: Technologically Enhanced Naturally Occurring Radioactive Materials). Attualmente la gestione di questi materiali è disciplinata autonomamente dalla normativa nazionale sulla radioprotezione, però entro il 6 febbraio 2018 dovrà essere recepita nella legislazione italiana la direttiva UE 2013/59 sulla protezione dai pericoli delle radiazioni, che modifica la precedente normativa dei radionuclidi di origine naturale. Questo è un problema significativo per i Paesi che hanno una forte attività petrolifera o nella chimica. Infatti, ad esempio, il Regno Unito ha inserito nel programma nazionale la strategia di gestione dei NORM. Anche in Italia abbiamo un’eredità radioattiva non trascurabile connessa alle raffinerie e all’industria chimica e anche con questa dobbiamo cominciare a fare i conti.

    2. Nell’inventario i dati sono articolati soltanto per collocazione geografica e categoria di appartenenza. Solo nel caso dei rifiuti provenienti da attività di bonifica vengono indicati anche i vari tipi di radionuclidi presenti; ma non viene valutato se una migliore caratterizzazione dei rifiuti possa comportare una variazione significativa dell’inventario, soprattutto per quello che riguarda i nuclidi di difficile determinazione.



  1. Il capitolo 5 su “Gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi dalla generazione fino allo smaltimento” appare, in generale, inadeguato: vengono mischiati insieme i problemi dell’alta e della bassa attività, non viene dato un ordine di priorità agli interventi, non vengono compiutamente individuate le criticità e le metodologie per superarle. Più dettagliatamente:

    1. Per quello che riguarda il combustibile esaurito è basilare tener conto dell’urgenza del problema, dal momento che la scadenza del 2025 per il rientro delle 235 tonnellate inviate in Francia per il ritrattamento non appare rinviabile. Il paradosso è che mentre per quello che riguarda la bassa attività siano stati definiti i criteri di localizzazione del sito e ci siano già bozze progettuali dettagliate per il deposito, per l’alta attività si sia in estremo ritardo. Occorre definire i criteri di localizzazione del deposito “temporaneo” per l’alta attività e i requisiti per la sua progettazione definendo le modalità di detenzione per il combustile esaurito e quelle per i rifiuti di radioattività intermedia, le modalità di gestione, monitoraggio ecc.

    2. Per quello che riguarda l’alta attività il problema più urgente è, come si è detto, il combustibile esaurito, ma la volumetria più grande si ha nella quarta categoria, gli ILW ovvero gli intermedi. Si tratta di materiale estremamente disomogeneo che proviene dalla coda del trattamento del combustibile irraggiato come nel caso di Saluggia e della Trisaia, dallo smantellamento degli impianti, ma anche da sorgenti radioattive di origine industriale o ospedaliera. Sugli ILW va fatta un’analisi approfondita; innanzi tutto sull’inventario, che è già aumentato nell’ultimo anno grazie all’attività di censimento dei rifiuti provenienti dalle bonifiche. La volumetria sicuramente aumenterà ancora nel momento in cui verranno considerati anche i rifiuti di provenienza militare. Un ulteriore aumento potrebbe esserci a seguito di una più ampia attività di caratterizzazione radiologica che tenga conto anche dei radionuclidi non misurati precedentemente. Siamo di fronte quindi a un problema quantitativo, ma anche qualitativo, perché per una parte rilevante di questi rifiuti non sono neanche state formulate delle ipotesi sul come trattarli. Ad esempio, in tutto il documento del Governo il problema della grafite contaminata da 14C presente nella centrale di Borgo Sabotino (Latina) non viene neppure citato.

    3. Per quello che riguarda la parte sul condizionamento dei rifiuti vengono presentati i problemi principali con ipotesi di soluzione, ma manca una valutazione complessiva dello stato di avanzamento dell’attività e la tempistica sulle conclusioni

    4. Manca un’analisi complessiva sull’effettiva necessità di depositi provvisori locali, sulla loro volumetria e sul flusso di materiale dai depositi locali a quello nazionale. Manca un riferimento esplicito alle procedure e alle operazioni di qualificazione tecnica del sito scelto come deposito nazionale della bassa attività (VLLW, LLW) – che nelle ipotesi non del tutto esplicitate dal Programma dovrebbe anche ospitare “temporaneamente” l’alta attività – secondo una collaudata e ben definita prassi delle attività nucleari, che ha nell’ISPRA un suo riferimento naturale, ma che deve vedere anche indicazioni esplicite del Governo per la sua attuazione.

    5. In un programma nazionale che si estende sull’arco di un ventennio va assolutamente previsto come superare le attuali criticità dell’ISPRA, che si aggraveranno nel corso degli anni, in termini di personale e risorse disponibili per i controlli sulle procedure e sulle operazioni coinvolgenti materiali nucleari e rifiuti radioattivi, l’ISPRA rimanendo l’Istituto fondamentale di controllo e verifica tecnica.

    6. Merita una considerazione specifica il paragrafo 5.5, dedicato al Deposito nazionale. Si tratta di paragrafo già di per sé scarno, ma che appare ancor più carente se si pensa che la pubblicazione della Carta delle aree potenzialmente idonee, la cosiddetta CNAPI, è stata ulteriormente rinviata, da ultimo, proprio per consentire la preventiva lettura del Programma nazionale. Delle caratteristiche del Deposito non vi è traccia, né qui, né in altra parte del documento, neanche per indicare, come già rilevato, le dimensioni o l’estensione richiesta per il sito.

    7. Per quanto attiene ai motivi che rendono necessario il Deposito vengono messi al primo posto gli obblighi assunti dall’Italia per il rientro dei residui radioattivi derivanti dalle attività di riprocessamento del combustibile (non viene peraltro citato l’accordo con la Commissione europea, che prevede il trasferimento dei rifiuti del Centro Comune di Ispra al Deposito nazionale entro il 2028).

Non viene mai citato il problema della situazione non soddisfacente della gestione dei rifiuti nei siti attuali, il fatto che alcuni di questi siti non avrebbero mai dovuto essere nuclearizzati a causa della loro assoluta non idoneità e il fatto che, secondo i criteri della Guida Tecnica 29 dell’ISPRA, nessuno dei siti attuali appare idoneo per ospitare il deposito definitivo dei rifiuti di bassa attività.

    1. Il documento del Governo introduce con scarsa trasparenza la strategia per cui nel Deposito per la bassa attività (VLLW, LLW) vengano collocati anche gli ILW e l’alta attività tout court. Infatti al paragrafo 1.4 il Programma afferma che: “.. riguardo alla terminologia utilizzata nel presente Programma, in relazione alla gestione dei rifiuti radioattivi nel Deposito Nazionale, quando si fa riferimento ai rifiuti radioattivi ad alta attività si intende anche parte dei rifiuti a media attività, ai sensi del suddetto decreto interministeriale 7 agosto 2015”.

La strategia che sembra delinearsi nel Programma Nazionale pone allora i seguenti e ben noti problemi:

  1. Se il Deposito deve prevedere la collocazione degli ILW e dell’alta attività “accanto” alla bassa attività (VLLW, LLW) allora nella sua progettazione vanno indicati metodi e tecnologie con i quali il Deposito viene abilitato a gestire in sicurezza queste tipologie di rifiuti nucleari; da qui conseguono criteri e operazioni per la qualificazione tecnica del sito e la sua realizzazione.

  2. La presenza nel sito del Deposito di rifiuti radioattivi il cui tempo di dimezzamento va assai oltre i 30 anni della bassa attività (VLLW, LLW) impone di informare con completezza e chiarezza popolazioni e autorità locali e territoriali che l’aggettivo “temporaneo”, usualmente impiegato per la struttura del loro contenimento, ascende a molte decadi. Questo tempo è principalmente legato agli esiti della ricerca, anche fondamentale, necessaria per formulare soluzioni che garantiscano il controllo e/o il confinamento sicuro degli ILW e dell’alta attività.

  3. Progettazione e realizzazione devono in ogni caso rispettare il criterio dell’irrilevanza radiologica – il non superamento dei 10 μSievert all’anno alla popolazione – che anche l’imminente normativa Europea sta assumendo come punto di riferimento nella prospettiva che i rilasci radioattivi, in particolare quelli gassosi, rispettino quel limite anche in una previsione temporale dai 300 ai 1000 anni.

 

  1. Nel Capitolo 6:

    1. il paragrafo 6.1 è dedicato all’indicazione delle Responsabilità per l’attuazione del Programma. Nelle sue otto righe si esaurisce tutta la descrizione dell’organizzazione amministrativa italiana contenuta nel documento, ma, anche come mera indicazione delle responsabilità, meriterebbe almeno una menzione la Sogin, che rappresenta il braccio operativo per l’attuazione del Programma, che invece non risulta. Manca anche la descrizione, espressamente richiesta sia dalla Direttiva 2011/70, sia dal D.lgs. 45/2014, degli indicatori chiave di prestazione per monitorare i progressi compiuti nell’attuazione del Programma.

    2. È sicuramente importante che nel capitolo ci sia un paragrafo specifico, il 6.2, sulla trasparenza e partecipazione, però ora si tratta di tradurlo in indicazioni puntuali quali il diritto all’accesso ai dati, gli strumenti per rendere reale questo diritto, gli strumenti di partecipazione ecc.; tenendo presenti le osservazioni avanzate nel precedente punto h). Visto che è importante partire bene, occorre che già la discussione di questo programma nazionale e la partecipazione siano organizzate in maniera reale e non formale.

    3. Un punto di grande rilevanza, non sufficientemente chiarito e privo di indicazioni, è la necessaria informazione, anche in termini di education e divulgazione programmate e condivise con gli stakeholder, dei problemi legati alla radioattività; in particolare di che cosa si debba intendere con il termine “temporaneo” riferito al deposito di alta attività, e qual è l’impegno di ricerca ed economico del Governo, eventualmente nel contesto UE, per ridurre il tempo, di molte decadi, sotteso a quel termine (vedi h) ii)).



  1. Per quanto riguarda i costi connessi all’attuazione del Programma nazionale, il documento, nel capitolo 7, ribadisce che la copertura di quelli derivanti dalla chiusura del ciclo combustibile nucleare, che costituiscono la parte più rilevante, è assicurata da una specifica componente (A2) della tariffa elettrica ed è pertanto pagata da tutti gli utenti del sistema elettrico, sia pure in modo differenziato in base al tipo di utenza.

    1. È quanto meno discutibile che ciò sia coerente con uno dei principi generali, sui quali si basa la politica nazionale, enunciati al capitolo 2 e cioè che “i costi per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi sono sostenuti da coloro che hanno prodotto questi stessi materiali”.

    2. Va anche osservato che questo metodo di copertura non prevede alcun tetto massimo, non è cioè commisurato a una previsione della spesa che dovrà essere sostenuta, ma può garantire un gettito illimitato nel tempo e ciò non favorisce un uso oculato delle risorse e un reale sforzo per abbreviare la durata delle attività.

    3. Nel merito della componente tariffaria in questione, il documento fornisce alcune informazioni: la parte del gettito che, secondo quanto previsto dalle leggi finanziarie 2005 e 2006, viene destinato al bilancio dello Stato (circa 100 milioni di euro l'anno); la maggiore spesa che grava sull’utente domestico tipo (2-3 euro all’anno). Non indica però quale sia il suo ammontare complessivo, né quale sia stato l’andamento negli anni.

    4. In ogni caso, i costi associati al programma sono rilevanti (6,5 miliardi per il decommissioning degli impianti nucleari e la gestione dei rifiuti presenti in essi; 1,5 miliardi per la realizzazione del Deposito nazionale) e probabilmente sono ancora sottostimati. Al riguardo, il documento informa che dal 2001 a tutto il 2013 (non sono disponibili, nel 2017, dati più aggiornati?), la Sogin ha speso 2,6 miliardi di euro. E’ noto che la Sogin ha spese fisse per circa 100 milioni di euro all’anno. Ciò significa che dal 2014 al termine previsto delle operazioni (2030-2035) dei 3,9 miliardi rimanenti, circa 2 miliardi al valore attuale saranno spesi indipendentemente dal procedere delle operazioni stesse. Se si confronta il residuo con quanto è stato speso in tredici anni per le non rilevantissime operazioni condotte, il timore che le somme dichiarate possano subire incrementi non trascurabili sembra tutt’altro che infondato.

    5. Su questi costi sarà comunque necessaria un’opera di revisione approfondita, magari effettuata da soggetti terzi.

Va poi segnalata una controproducente ambiguità: i fondi previsti per la realizzazione del centro tecnologico annesso al deposito nazionale vengono computati come: “Costi associati alle attività di ricerca e sviluppo per soluzioni sulla gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi”. Il parco tecnologico era stato previsto dalla legge vigente come ‘misura compensativa’ per valorizzare il territorio che avesse accettato la localizzazione del deposito nazionale, ma era anche un’ipotesi ‘interna’ alla strategia di rilancio del nucleare programmato dal Governo di allora. Poiché il ‘parco tecnologico’ ha mantenuto nel tempo il senso derivante da questa sua genesi, e così è sicuramente percepito dalle popolazioni e dagli amministratori locali; poiché va lasciata alle comunità locali che si volessero rendere disponibili la scelta delle forme di valorizzazione, anche tecnologica, per il loro territorio; poiché in ogni caso si tratta di attività che partiranno, auspicabilmente, tra una decina di anni, mentre la direttiva 2011/70 prevede di inserire nel programma nazionale le attività di ricerca correnti e quelle già programmate, per tutti questi motivi appare lungimirante non attuare la previsione legislativa dell’opzione ‘parco tecnologico’, nella chiara prospettiva di un definitivo abbandono del nucleare come fonte energetica e nel rispetto della normativa di recepimento della UE 2011/70. La natura e l’entità delle misure compensative dovrà scaturire dalla trattiva con la comunità che accetterà la localizzazione del deposito nazionale sul proprio territorio.



  1. Per quello che riguarda il Rapporto ambientale la carenza principale è l’assenza di scenari alternativi a quelli del Programma Nazionale. La Valutazione Ambientale Strategica serve per stabilire se e quali tipi di problemi ambientali possano venire derivare da un piano o un programma, indipendentemente dal carattere pubblico o privato dei soggetti proponenti (se così non fosse tutti i piani governativi dovrebbero essere esclusi dalla procedura di VAS, cosa evidentemente smentita dall’iter è in corso). La legge 31/2011 definisce la strategia del deposito unico nazionale e su questo tema si sono protratte per decenni discussioni, valutazioni e proposte. Il deposito unico nazionale è sembrata la scelta più adeguata a due Commissioni d’inchiesta parlamentari, che hanno approfondito anche tecnicamente e a distanza di tempo il problema (Scalia 1999, Bratti 2016), e a due commissioni nominate congiuntamente dal Governo e dalle Regioni.

La VAS è uno strumento di garanzia e per questo, nel momento in cui viene avanzata dal Programma la strategia del deposito unico, peraltro con le ambiguità e le carenze già sottolineate (vedi 8. g),h)), questa soluzione non può essere proposta come unica e indiscutibile. Al contrario, il confronto va fatto con tutte le possibili alternative; un’ulteriore verifica, insomma, che prenda in esame anche l’opzione zero, ovvero ‘lasciare le cose come stanno’. Invece nel rapporto, a pag. 306, si afferma che “non è percorribile ipotizzare strategicamente diverse alternative, rispetto a quelle individuate dal PN e tantomeno un’alternativa zero”; questa frase sembra destituire di credibilità l’intero Rapporto ambientale rispetto a quanto prevede la normativa vigente sulla VAS.

In particolare avrebbe dovuto essere valutato con attenzione proprio il confronto con l’opzione zero in rapporto a nuove soluzioni tecnologiche e/o metodologiche adottate in altri Paesi. In questo senso il ‘lasciare le cose come stanno’ va disambiguato esplicitando che ci si riferisce a mantenere impegnati gli attuali siti, ma procedendo a una revisione della loro qualificazione tecnica – alcuni siti sono stati scelti vari decenni fa, con criteri e metodi oggi del tutto superati – e a una progettazione: i) del condizionamento dei rifiuti ILW e alta attività in essi già presenti, come nel caso della grafite del reattore di Borgo Sabotino (Latina); ii) della custodia in sicurezza del combustibile riprocessato che verrebbe loro conferito al “rientro” da Francia e Inghilterra.

La difficoltà di pervenire in tempi valutabili a una soluzione della questione grafite del reattore di Borgo Sabotino (Latina) e dei 64 elementi di Torio avanzati dal fallito ritrattamento del combustibile irraggiato di Elk River presso l’ITREC dell’ENEA-Trisaia a Rotondella (Matera) – il cui ritorno in patria è stato respinto dagli Stati Uniti, e, avendo Francia, Inghilterra e India rifiutato il ritrattamento, pone il problema di una caratterizzazione del Torio e della collocazione degli elementi irraggiati in contenitori a secco in un deposito “temporaneo” – evidenziano da un lato l’esigenza di procedere alle operazioni appena sopra menzionate, dall’altro la necessità di una VAS che contempli l’opzione zero, visto che almeno per due impianti nucleari importanti, dei pochi presenti nel Paese, non è pensabile un trasferimento del materiale radioattivo al Deposito nazionale, tanto meno nel tempo previsto (2024).

 

  1. Riguardo al Rapporto Ambientale va rilevato che prima di redigerlo l’autorità proponente avrebbe dovuto acquisire tutte le osservazioni dei vari soggetti competenti in materia ambientale (SCA) e tenerne adeguatamente conto. Ebbene, a pag. 22 c’è l’elenco delle osservazioni pervenute dai vari SCA dal quale, però, sono state escluse le osservazioni proveniente dal Dipartimento Nucleare di ISPRA, ovvero il rapporto ISPRA RIS/RT/8/2016/PN 20 Maggio 2016, che nella fase iniziale della procedura era invece presente sul sito del Ministero per l’Ambiente e che ora è sparito. Non si tratta di assenza da poco, dal momento che quel dipartimento aveva allora la funzione di Autorità Nazionale sulla sicurezza nucleare. Non è una questione solo di forma, ma anche di sostanza perché nel rapporto ISPRA venivano poste questioni alle quali non è stata data risposta; come del resto è accaduto per le più importanti osservazioni poste dagli SCA. Si tratta di questioni di merito importanti, come l’esclusione dei rifiuti di origine militare dal programma nazionale, i problemi relativi alla tempistica e all’organizzazione, e, soprattutto, gli studi di scenari alternativi all’interno del Programma Nazionale. Queste omissioni sono state motivate asserendo che le strategie del Programma Nazionale sono “codificate da fonti normative e linee di indirizzo governativo che non prevedono possibili deroghe”. Una motivazione di carattere vagamente autoritario, funzionale a evitare il merito di questioni rilevanti e pertanto debole e insoddisfacente.



  1. Un’altra osservazione di carattere generale è che nel rapporto ambientale la specificità del problema della radioattività viene ‘diluito’ all’interno di tutte le altre questioni ambientali, riducendo la parte radiologica a dei capitoli sviluppati non adeguatamente.



  1. La parte sulla protezione sanitaria del rapporto ambientale è sensibilmente carente. Infatti per le conseguenze sulla salute vengono presi ampiamente in considerazione gli effetti di possibili inondazioni nei siti, mentre per quello che riguarda gli eventuali effetti radiologici ci si limita a citare i risultati di uno studio epidemiologico condotto dall’Istituto Superiore di Sanità sulle popolazioni residenti nei Comuni già sedi di impianti nucleari. Dato che questo studio concludeva che: “.. nell’intero periodo 1980-2008 lo stato di salute della popolazione residente nei comuni sedi di impianti nucleari è generalmente sovrapponibile a quello della popolazione generale delle Regioni di appartenenza” il rapporto conclude che: “.. non è stato quindi ritenuto percorribile definire per la componente Salute Pubblica un ambito di influenza potenziale”. Una conclusione che appare, se non sommaria, affrettata.

E’ opportuno ricordare che fu proprio il Ministero dell’Ambiente tedesco, tramite il competente Ufficio federale, ad affidare all’Università di Meinz (Magonza) un’indagine epidemiologica sulle aree di tutte le centrali nucleari operanti in Germania nel periodo 1980 – 2003: i risultati, consegnati nel 2008, furono scioccanti e senz’altro tra i motivi che indussero il Governo tedesco a programmare, subito dopo l’incidente di Fukushima, l’uscita dal nucleare entro il 2022. E’ evidente l’incomparabilità dei due sistemi di centrali nucleari, quello tedesco e quello italiano, ma qui premeva mettere in risalto il diverso atteggiamento dei due Ministeri, la diversa attenzione verso la salute dei cittadini; quanto al quel “generalmente sovrapponibile” del rapporto ISS, esso pare rimandare all’esigenza di un ‘secondo parere’ più approfondito.



  1. Nel caso delle scorie di alta attività la soluzione sulla quale si stanno orientando vari Paesi è quella del deposito geologico profondo, ma una parte consistente della comunità scientifica ha proposto da tempo la strategia “partitioning and trasmutation”.

Questa strategia è stata posta in contrapposizione a quella del deposito “geologico”, ed è aperta la questione se le due linee possano coesistere e la trasmutazione possa essere un metodo per ridurre la volumetria e la pericolosità dei rifiuti da conferire in seguito alle diverse tipologie di deposito. Ma questi aspetti sono tali da richiedere molta ricerca, addirittura con importanti, e costosi, profili di ricerca fondamentale sia sul terreno della trasmutation che su quello della sicurezza del contenimento geologico rispetto ai tempi della radioattività. Tutto ciò, la ricerca da effettuare per una soluzione del problema, i costi e le modalità della ricerca, le sedi in cui realizzarla e l’impegno pubblico che il Governo vuole garantire sono ignorati dal Programma Nazionale.



  1. Altro punto per il quale vanno esaminate delle alternative tecnologicamente possibili è quello del flusso dei rifiuti dai siti al deposito nazionale. Attualmente la strategia di decommissioning proposta dalla SOGIN e recepita nel PN è quella di condizionare i rifiuti presenti nei siti, metterli all’interno di depositi locali “provvisori”, realizzando così la situazione di “brown field” e successivamente conferirli al deposito nazionale realizzando la situazione di “green field”. Questa strategia ammette delle alternative da prendere in considerazione. Ad esempio, si può evitare di costruire i depositi locali di grande volumetria attualmente previsti realizzandone di più piccoli (solo con la funzione di buffer) e conferendo i rifiuti non appena condizionati al deposito nazionale. Si verrebbe quindi a saltare la fase del “brown field” arrivando direttamente al “green field”. Ovviamente occorre vedere la fattibilità di questo percorso e analizzare i vantaggi e gli svantaggi ambientali rispetto alla strategia del “brown field”, ma questo era esattamente quello che avrebbe dovuto fare il Rapporto Ambientale nell’anno di tempo che ha avuto a disposizione.

In ogni caso va chiarito con precisione che la strategia del “brown field” deve essere limitata a pochi anni e non andrebbe posta di fatto in alternativa alla costruzione del deposito nazionale per i motivi già esplicitati in 11).



  1. Non solo per le strategie ci possono essere delle alternative, ma, a maggior ragione, possono essere proposte e valutate delle alternative sui metodi e sui criteri di gestione dei rifiuti radioattivi. Ci soffermiamo sul caso delle resine a scambio ionico provenienti dagli impianti di Trino e Caorso. In entrambi i casi si è scelto un trattamento che mira a eliminare la componente organica di questo materiale mediante incenerimento (per le resine di Caorso) o ossidazione ad umido “wet oxidation” (per le resine di Trino). L’incenerimento dei rifiuti radioattivi è una tecnologia molto delicata che progressivamente è stata abbandonata (in Europa è rimasta solo la Slovacchia). Uno dei punti critici dell’ossidazione è che comunque viene liberata in ambiente dalla CO2 che potrebbe essere contaminata da radiocarbonio, se questo fosse presente nel materiale da trattare. Il contenuto di 14C nelle resine è molto variabile e dipende dalla tipologia e dalla taglia dell’impianto, e dal tempo di funzionamento, quindi il range può variare da circa 25Bq/g a 10.000 Bq/g.

Ricordiamo che in ogni caso permane il limite invalicabile di contenere i rilasci all’interno del criterio di non rilevanza radiologica, ovvero 10 microSv/anno per la popolazione.

Tenendo conto che si tratta di uno degli interventi prioritari per il decommissioning degli impianti italiani, ci saremmo aspettati che nel rapporto ambientale fossero stati presi in considerazione anche gli eventuali rilasci atmosferici di radiocarbonio e che si fosse fatto il confronto tra l’impatto ambientale del trattamento mediante ossidazione rispetto alle possibili alternative, ovvero:

    1. Cementazione diretta in fusti da 400 litri (progetto TECO)

    2. Condizionamento in sito tramite inglobamento in resine epossidiche

    3. Essiccamento in sito delle resine e stoccaggio in contenitori speciali tipo Mosaik

    4. Super-compattazione ad alta temperatura.

Anche riguardo a questo problema si conferma l’assenza della valutazione delle alternative come un aspetto negativamente caratteristico del Rapporto Ambientale.

 

 

I Sottoscritti dichiarano di essere consapevole che, ai sensi dell’art. 24, comma 7 e dell’art.19 comma 13, del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i., le presenti osservazioni e gli eventuali allegati tecnici saranno pubblicati sul Portale delle valutazioni ambientali VAS-VIA del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (www.va.minambiente.it).

Tutti i campi del presente modulo devono essere debitamente compilati. In assenza di completa compilazione del modulo l’Amministrazione si riserva la facoltà di verificare se i dati forniti risultano sufficienti al fine di dare seguito alle successive azioni di competenza.



ELENCO ALLEGATI

Allegato 1/A e 1/B - Dati personali dei soggetti che presentano l’osservazione

Allegato 2 - Copia dei documenti di riconoscimento in corso

Allegato XX - _______________________________________ (inserire numero e titolo dell’allegato tecnico se presente)





Luogo e data: Roma, 12/09/2017

I dichiaranti





 

 

 

 

 

 

 



Allegato 1/A

DATI PERSONALI



Nel caso di persona fisica (in forma singola o associata)1

Nome e Cognome: Massimo Scalia Codice Fiscale SCLMSM42E27H501J

Nato a Roma (Prov RM)

il 27/05/1942

Residente a Roma (Prov RM)

Via Nemorense, n° 177 CAP 00199

Tel fisso 06/86207671, mob. 3356415237 fax _________

e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

PEC ________________________________________

Documento di riconoscimento: passaporto, rilasciato il 27/03/2012 dal Ministro Affari Esteri































Allegato 1/B



DATI PERSONALI



Nel caso di persona giuridica (società, ente, associazione, altro)



Nome e Cognome: Vincenzo Naso Codice Fiscale NSAVCN44S10F839X

Nato a Napoli (Prov NA) il 10-11-1944

Residente a Roma (Prov RM)

Via Tommaso Grossi n° 6 CAP 00184

Tel +335472195 fax ___________________ e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Documento di riconoscimento: Carta d’identità, rilasciato il 08/05/2015 dal Comune di Roma,

in qualità di2 legale rappresentante del Centro Interuniversitario di Ricerca Per lo Sviluppo Sostenibile (CIRPS) con sede in Valmontone (Prov RM ), Piazza U. Pilozzi snc, Palazzo Doria Pamphilj CAP 00038

Tel +39 06 86984126 fax +39 06 86984261 e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

PEC Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 







TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI



Ai sensi e per gli effetti di cui all’art.13 del D.Lgs.196/2003 dichiaro di essere informato che i dati personali forniti saranno trattati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare in qualità di titolare del trattamento, anche mediante strumenti informatici, esclusivamente nell’ambito del procedimento per il quale le presenti osservazioni sono presentate e per il quale la presente dichiarazione viene resa. Dichiaro inoltre che sono informato circa la natura obbligatoria del conferimento dei dati e che mi sono garantiti tutti i diritti previsti dall’art. 7 “Diritto di accesso ai dati personali ed altri diritti” del D.Lgs.196/2003.



Luogo e data: Roma, 12/09/2017



I dichiaranti













 





















L’Allegato 1 “Dati personali del soggetto che presenta l’osservazione e documento di riconoscimento” e l’Allegato 2 “Copia del documento di riconoscimento” non saranno pubblicati sul Portale delle valutazioni ambientali VAS-VIA del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (www.va.minambiente.it)



1 Nel caso di più soggetti che presentano la medesima osservazione riportare l’Allegato 1 per ciascun soggetto.

2 A titolo indicativo: legale rappresentante, amministratore, altro.



 

 

                                                                                                                               

 

SI alle Fonti Rinnovabili, NO al Nucleare”                                               Movimento Ecologista

 

Commissione scientifica sul Decommissioning degli impianti nucleari

 

Dopo due referendum, cosa si aspetta a smantellare gli impianti nucleari in Italia?

 

Bologna 10 giugno 2017

Facoltà di Giurisprudenza via Belmeloro, 14

Ore 10,30 Apertura dei lavori

Saluto di Vittorio Bardi, Presidente di “Sì alle fonti rinnovabili, no al nucleare”


Presiede il Prof. Massimo Scalia, CIRPS, Presidente Comitato Scientifico

 

- “Lo stato dello smantellamento degli impianti nucleari e della localizzazione del deposito delle scorie”

Dott. Paolo Bartolomei, Commissione sul Decommissioning degli impianti nucleari

 

- “La situazione dei siti italiani “

Gian Piero Godio, Legambiente e Pro Natura del Vercellese

 

- “Il trattato in corso per la messa al bando della bomba nucleare”

Mario Agostinelli, Presidenze “Energia Felice” e “Sì alle fonti rinnovabili, no al nucleare”

 

Sono stati invitati Parlamentari che hanno seguito i lavori della Commissione di Inchiesta Bicamerale “Ecomafie”: “L'attività di inchiesta della Commissione Bicamerale sul Decomissioning

 

Fukushima sei anni dopo. Masami Yoshizawa è un allevatore. Fin dall’11 marzo del 2011 fa si è rifiutato di abbandonare il suo ranch e di abbattere le sue mucche. «Oggi infatti siamo qui, dice, in perfetta forma»

«Vedi, volevano ammazzarci, ci volevano morti tutti, me e tutte queste povere bestie. E invece siamo qui. In perfetta forma. Abbiamo vinto noi. Banzai». Le «bestie», centinaia di mucche in apparente ottima forma, ci guardano e sembrano annuire, prima di gettarsi sul fieno appena distribuito. Dall’ultima volta che sono stato qui, subito dopo l’incidente nucleare, sembra di stare in paradiso.

 

SEMBRA INCREDIBILE, ma nel deserto nucleare di Fukushima, a pochi chilometri dalla centrale che continua, a distanza di sei anni, a contaminare uno dei suoli più fertili del Giappone, oltre al cervello dei suoi abitanti, c’è qualcuno che festeggia. Masami Yoshizawa, vecchio, irriducibile combattente di mille battaglie.
Dalle lotte studentesche era passato al sindacato, difendeva i precari, quando in Giappone erano merce rara e lui era uno dei pochi che aveva capito come sarebbe andata a finire la favola dell’impiego a vita.

Poi l’incontro con Kazuo Murata, un ex fricchettone che dopo aver venduto una casa di famiglia a Tokyo era andato a vivere a Minamisoma, sulla costa di Fukushima a coltivare ortaggi biologici e allevare le preziose «Kuroushi», le «Mucche Nere» che una volta macellate producono la prelibata – per chi ama il genere – wagyu. I due sembrano affiatati, e nel giro di pochi anni il loro ranch diventa una struttura modello.

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Foto di Marco Casolino

POI PERÒ, L’11 MARZO 2011, arriva l’Apocalisse, o quasi. Senza sapere assolutamente nulla di quello che stava succedendo, i due soci sono costretti a scappare: il governo ha ordinato l’evacuazione immediata. Ma non dice si che si tratta. «Fino dal primo momento volevo restare. Sono stato sempre un bastian contrario. E un curioso. Avevo capito che c’entrava la centrale nucleare, ma volevo restare per vedere cosa succedeva». Murata, meno sognatore, lo trascina via a forza. Fregatene delle mucche, gli urla, qui sta scoppiando il finimondo. Murata se ne farà subito una ragione: fiutato l’affare, sarà uno dei primi a mettersi d’accordo con la Tepco, la società che gestisce, si far per dire, la centrale di Fukushima: in cambio del silenzio e della rinuncia alla concessione, incassa 400 milioni di yen (quasi 4 milioni di euro) e inizia una nuova attività ad Aizu Wakamatsu, aldilà delle montagne.

YOSHIZAWA INVECE decide di tornare. Sfida polizia, Tepco, buon senso e radiazioni e ritorna al ranch, per salvare le «sue» mucche. «Non sono un moralista. Ho allevato mucche per poi macellarle per oltre vent’anni. Ma quando ho saputo che le volevano ammazzare così, a sangue freddo, quasi per punirle di essere sopravvissute e per non ritrovarsele in giro malate e contaminate ho deciso di ribellarmi. E mi sono messo di traverso».
Eccome. Prima ha piazzato un paio di ruspe all’entrata del ranch poi ha installato, con l’aiuto di alcuni simpatizzanti (che per anni hanno continuato ad aiutarlo e oggi sono qui a festeggiare con lui), un paio di telecamere per tenere sotto controllo la situazione (ma anche per trasmettere in diretta eventuali blitz delle autorità) e infine è tornato, come se nulla fosse, a fare il suo lavoro.

L’ALLEVATORE DI MUCCHE da macello che non verranno più macellate. «Già. Ecco perché abbiamo vinto. Perché io sono ancora qui, a fare il lavoro che mi piace e circondato da una natura che pian piano si sta prendendo la sua rivincita – dice mostrando i primi germogli di un pesco – mentre queste mucche, colpite dalla tempesta nucleare, alla fine vivranno più di quanto dovevano. Non sono commerciabili, quindi morranno di vecchiaia. Hanno vinto anche loro. E io sono diventato vegetariano».

Yoshizawa e le sue 300 mucche sono però gli unici a festeggiare. Tutto intorno a loro l’atmosfera è ben diversa. Katsunobu Sakurai, il sindaco di Minamisoma divenuto famoso per il suo appello su YouTube alla stampa straniera («venite qui, per favore, venite a vedere come siamo ridotti. Venite voi, perché la stampa nazionale ha paura e noi siamo abbandonati») è stato appena rieletto per un nuovo mandato, ma è disperato. «Abbiamo fatto l’impossibile per resistere, per non perdere le speranze. Ma non ce la facciamo più. Si può combattere contro la natura, sopravvvivere a terremoti , alluvioni e tsunami. Ma non all’imbecillità, all’arroganza, alla malafede, alla cocciutaggine degli uomini». Sakurai, come la maggior parte della gente – poca per la verità, meno del 30% della popolazione, e quasi tutti anziani – che è rimasta o è tornata, ce l’ha con il governo e con le autorità della centrale, che continuano ad alimentare speranze impossibili, a non mantenere gli impegni, a mentire spudoratamente. Un po’ come avviene da noi, gli dico, sperando di alleviarne le pene: «Già, ma qui siamo in Giappone, e non ci siamo abituati. Il concetto di autorità per noi è sacro, se perdiamo fiducia in chi ci guida è finita. Non si fa più nulla».

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Il nucleare illuminerà il nostro futuro (foto di Pio d’Emilia)

In effetti, non è che si sia fatto molto. E non parliamo solo dell’incidente nucleare, di fatto tutt’ora in corso nonostante il mantra governativo che sostiene il già avvenuto ritorno alla «normalità». Anche dello tsunami. Che vale la pena ricordarlo, provocò quasi 19.000 vittime.

DOPO L’INIZIALE REAZIONE – con il mondo colpito dalla forza di volontà, dalla dignità e dall’efficienza mostrata dal popolo giapponese – la ricostruzione si è come dire, fermata. Per carità, le strade sono pulite, non si vede una maceria in giro, i collegamenti, tranne piccole tratte, ripristinati.

Ma non c’è traffico, segno che l’economia non riparte. L’intera costa del Sanriku, che da Aomori scende giù fino a Fukushima sembra disabitata, anche se i dati ufficiali parlano di oltre il 50% della popolazione che è tornata a viverci e a lavorarci. Ma non è così.

KAZUO SASAKI, che guida un’azienda che lavora il pesce con oltre 200 anni di storia, per esempio, ha deciso di chiudere. L’avevo conosciuto pochi giorni dopo lo tsunami, che stava già lavorando, assieme a tutta la famiglia, per liberare la casa dalle macerie. «Ho resistito fino all’anno scorso – mi dice al telefono, quando lo chiamo, come ogni anno da allora, per salutarlo e sapere come sta – ora la casa l’abbiamo ricostruita e ci avanzano anche dei soldi, di quelli che abbiamo ricevuto. Ma l’azienda no, noin ce la faccio più. Io sono vecchio, pensavo di lasciare tutto a mio figlio. Ma ha preferito andare a vivere a Tokyo, a fare l’impiegato. Ci sto male, malissimo. Ma lo capisco. Abbiamo perso la speranza, le cose non saranno mai più come prima».

Perché? Voi non avete il problema nucleare…«Infatti, il nucleare non c’entra. C’entra il fatto che abbiamo tutti paura. E non ci sentiamo più protetti dalle autorità. Hanno sbagliato tutto, prima, durante e dopo lo tsunami. Non ci fidiamo più. E quindi ho chiuso». Se nel nord del Tohoku, colpito dallo tsunami ma non dall’incidente nucleare la situazione è così drammatica, nella regione di Fukushima è ancora peggio.

NEI PICCOLI PAESI attorno alla centrale, le radiazioni sono impercettibili: attorno a 0.4-0,5 microsievert l’ora. Come nel centro di Roma. Il governo dice che si può tornare, offre ulteriori incentivi a chi lo fa. Ma pochi lo fanno. «Solo vecchietti e sciacalli – afferma Kazuhiro Yoshida, che al momento dell’incidente lavorava per la Tepco ma si è poi dimesso diventando un attivista antinucleare – i vecchietti perché per loro venire a morire nella casa dove hanno vissuto tutta la vita è una cosa molto importante, gli sciacalli perché pensano che qui si possa ancora rubare, truffare, far soldi lavorando al nero per la Tepco…»

Al nero? «Beh, è risaputo che oltre la metà degli operai che lavorano all’interno della centrale, almeno un migliaio, siano precari e non qualificati. Molti hanno contratti regolari, ma poi ricevono una parte in nero, dai “mediatori” ai quali si affidano per trovare il lavoro. Mafiosi, che da subito dopo l’incidente sono arrivati qui e procurano la mano d’opera alla tepco. Se ne sentono di tutti i colori. Perfino che ci siano persone talmente disperate, ingenere debitori di grosse somme, che fanno doppi turni, con nomi falsi». Ed il bello, cioè il bruttissimo, è che si stanno giocando la vita, si stanno avvelenando, per niente. È notizia di questi giorni che il governo ha rivisto i tempi per il decommissionamento: ci vorranno ancora tra i 30 e i 40 anni. Ma la gente può tornare. A fare che?

 

 

 

Appena arrivata la notizia dell’incidente nella centrale nucleare di Flamanville, in Francia, il pensiero è tornato a Fukushima, a Chernobyl. Poi sono arrivate ulteriori informazioni, con l’evidenziazione molto accentuata sul fatto che l’incidente è avvenuto fuori dall’edificio reattore, ha coinvolto solo parti convenzionale ed il reattore è stato spento immediatamente come procedura precauzionale, ma non ci sono state conseguenze di natura radiologica.

Allora possiamo stare tranquilli?

Fino ad un certo punto!

La centrale di Flamanville si sta avviando al traguardo dei 40 anni. Come succede anche nelle nostre automobili la probabilità di rotture di componenti aumenta con l’età e probabilmente è proprio la vetustà l’origine dell’inconveniente. Stavolta è successo su un componente convenzionale, ma anche i componenti nucleari non sono indenni da questa legge. Tra l’altro è di pochi mesi fa l’intervento dell’autorità di sicurezza nazionale francese che ha stoppato quasi la metà del parco nucleare francese (21 reattori su 58) poiché era emerso un difetto strutturale nella costruzione dei componenti dell’isola nucleare, cioè l’aver usato degli acciai con un tenore di carbonio superiore a quello di progetto. Questo tipo di materiale è più fragile e ovviamente i rischi aumentano negli impianti con molti anni di esercizio.

In Francia ben 42 reattori hanno superato la soglia dei 30 anni e la maggioranza si sta avvicinando (alcuni sono già oltre) alla soglia dei 40 anni che è quella considerata come critica, e molti di questi sono a poca distanza dai confini italiani.

La ragione della cosiddetta “life extension” è ovviamente economica, infatti solo la possibilità di usare questi impianti per 50-60 anni rende la loro energia competitiva con quella delle fonti fossili e con quelle rinnovabili i cui costi si stanno continuamente abbassando.

Quello della competitività del nucleare è un problema enorme per la Francia che ha fatto la scelta di questa monocultura energetica. Oltre ai problemi di anzianità, negli ultimi anni EDF ha anche cercato di ridurre i costi riducendo la mano d’opera ed esternalizzando con appalti esterni molte attività anche tecniche. Ciò non può che comportare ulteriori rischi sulla sicurezza.

Tutti i paesi transfrontalieri della Francia negli anni ultimi hanno fatto pressione sul Governo di Parigi chiedendo conto della sicurezza delle centrali. In particolare la Germania ha aperto un contenzioso per la chiusura della centrale di Fessenheim che è un impianto problematico.

In questa situazione è invece da notare il silenzio dell’Italia nonostante il fatto che entro 200 Km dalle nostre frontiere, nel territorio francese, ci siano ben 5 centrali nucleari ognuna delle quali ospita diversi reattori in funzione per un totale di 17 reattori il più vecchio dei quali (Fessenheim 1) è in funzione dal 1978 e il più giovane (St. Alban 2) dal 1986. Se guardiamo poi alla Svizzera la situazione è ancora peggiore dato che l'impianto di Beznau è il più vecchio reattore nucleare in esercizio nel mondo, per non parlare dell'impianto sloveno di Krsko che è in zona fortemente sismica.

Questi sono i casi nei quali si sente la mancanza, in Italia, di un’Autorità di sicurezza nazionale forte, piena di persone competenti e realmente indipendente.

Invece i Governi Renzi – Gentiloni hanno prima disatteso la direttiva europea creando una struttura come l’ISIN (Ispettorato Nazionale Sicurezza Nucleare) priva di autonomia, con poche risorse e con persone al vertice chiaramente non competenti, poi non sono riusciti neanche a renderla operativa in ben due anni di distanza dalla legge istitutiva.

 

 

 A che punto siamo con la strategia nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi; il deposito nazionale; la carta dei siti idonei; la Valutazione Ambientale Strategica, la consultazione pubblica...

 Analisi e proposte del comitato scientifico 

Due anni fa sembrava che l’iter per la realizzazione del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi partisse da un momento all’altro e che quindi, finalmente venissero messi in sicurezza gli impianti nucleari, poi, dopo le prime difficoltà, tutto si è fermato e nell’ultimo anno è calato il silenzio.

In questi ultimi mesi sembra che qualcosa si stia muovendo, in particolare è stato cambiato il consiglio di amministrazione della SOGIN ed è stato sbloccato l’iter per la realizzazione della nuova autorità nazionale per la sicurezza nucleare.

Anche il Governo Renzi, che durante la gestione del MISE di Federica Guidi era stato praticamente assente da questo settore, negli ultimi tempi si è fatto sentire: il Ministro Calenda ha risposto alle osservazioni critiche sulla strategia nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi che la Commissione parlamentare sulle ecomafie aveva posto da circa un anno.

1. Cambia la tempistica del deposito

Il nuovo Governo Gentiloni sembra essere per massima parte una fotocopia di quello precedente, quindi conviene partire da questo testo perché, una volta tanto, si parla chiaramente di tempistica e di impegni che, si spera, dovrebbero essere confermati dal nuovo esecutivo.

  1. In questo momento si dà priorità al “Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi” di cui è già stata inviata una bozza (molto, molto grezza) alla Comunità Europea. Su questo programma deve essere completata la VAS (Valutazione Ambientale Strategica) avviando una consultazione pubblica che sarà estesa ai Paesi europei che hanno chiesto di essere coinvolti (per adesso, Austria, Svizzera, Francia, UK e Germania)

  2. Solo dopo l’approvazione del programma nazionale, quindi nel secondo o nel terzo trimestre del 2017, verrà pubblicata la carta provvisoria dei siti idonei e quindi ripartirà l’iter per la localizzazione del deposito nazionale.

  3. Per questa localizzazione sono previsti contributi di natura economica (d’importo che può essere anche molto rilevante) a favore del Comune che ospita il Deposito nella misura del 55 per cento e del 35 per cento per i comuni limitrofi e, infine, del 10 per cento a vantaggio dell’Area Vasta.

  4. Gli investimenti previsti per la localizzazione e la realizzazione del Parco tecnologico e del Deposito Nazionale ammontano complessivamente a 2,5 miliardi di euro, così ripartiti: 650 milioni di euro, per la localizzazione, progettazione e costruzione del Deposito Nazionale (finanziati dalla componente A2 della bolletta elettrica); 700 milioni di euro per infrastrutture interne ed esterne (finanziati dalla componente A2); 150 milioni di euro per la realizzazione del Parco Tecnologico (finanziati dalla componente A2); 1 miliardo di euro per i progetti di ricerca finanziati da altri strumenti. Quindi dove si andrà a localizzare il Deposito vi saranno investimenti per 2,5 miliardi.

  5. Per la realizzazione del Deposito, si è scelta la strada di una procedura semi-negoziata e il tempo stimato per arrivare all'autorizzazione è circa quattro anni e mezzo dalla definizione delle caratteristiche delle aree potenzialmente idonee, al netto di possibili ricorsi e ritardi.

Questa inversione degli ordini di priorità (prima si fa il programma generale, poi si va a localizzare il deposito) formalmente è giusta; verrebbe da dire che, tutto sommato, si arriva a quella che avrebbe dovuto essere la procedura corretta sin dall’inizio e che se si fosse partiti subito con il programma e la VAS non si sarebbero persi due anni.

Adesso comunque ci troviamo di fronte a questa nuova tempistica, ma che garanzie ci sono che fra un anno il piano di risanamento partirà veramente oppure ci sarà l’ennesimo rinvio?

Nessuna!

2. Chi è che rema contro

Come sempre si punta l’indice sull’instabilità del quadro politico, l’imminenza delle elezioni anticipate l’incapacità di prendere decisioni rilevanti in situazioni di questo genere.

Il punto vero è che ormai sono quasi 20 anni che si discute su come smantellare gli impianti nucleari italiani. È sicuramente un problema complesso, bisogna valutare diverse opzioni tecniche, ci sono implicazioni ambientali importanti, è necessario trovare percorsi condivisi.

Sono tutti problemi che esistono, ma non si capisce questo ritardo se non si ne analizzano le ragioni di fondo che sono sostanzialmente due.

Il primo motivo è che bisogna prendere atto dell’esistenza di un vero e proprio partito che rema contro e punta a lasciare le cose come stanno e non procedere al completo smantellamento degli impianti.

Questo partito è molto efficace perché è molto variegato. Una buona parte degli iscritti la troviamo nella SOGIN e questo è comprensibile: cosa c’è di più facile che gestire una situazione consolidata potendo fare affidamento su una rendita continua e assicurata come quella del prelievo dalle bollette elettriche senza essere obbligati a fare cose tecnicamente molto impegnative? Un’altra parte è nei Ministeri, più o meno per le stesse motivazioni. Paradossalmente fanno parte di questo partito anche molti rappresentanti dei Comuni attualmente sedi di impianti, che pubblicamente si stracciano le vesti per i ritardi nello smantellamento, ma sono ben contenti di ricevere ogni anno i soldi delle “misure compensative” per alleggerire le tasse locali e mantenere i servizi. Infine c’è la componente che vorrebbe tenere aperta l’opzione nucleare e che non è limitata all’industria (Ansaldo nucleare), ma è trasversale tra gli Enti di ricerca, le Università, ma anche la stessa Sogin e i Ministeri e, ovviamente, una parte molto piccola, ma molto ingorda, del sistema dei partiti. Il mantenimento di siti qualificati tecnicamente per ospitare impianti nucleari è essenziale per poter solo ipotizzare di riaprire la partita dell’energia nucleare nel nostro Paese.

L’efficacia dell’azione di questo partito è anche dovuta al fatto che non si esprime mai pubblicamente, non ne ha avuto bisogno!

Adesso c’è l’occasione per stanarli: nei prossimi mesi ci sarà la consultazione pubblica sul programma nazionale che dovrà essere organizzata molto bene e questo aspetto deve essere affrontato fino in fondo. Chi è contrario allo smantellamento totale degli impianti ha l’occasione (e il dovere) di argomentare questa posizione; lo faccia adesso, altrimenti taccia per sempre.

3. Una strategia contraddittoria

Il secondo motivo del ritardo ventennale sta nelle contraddizioni interne alle strategie e nelle capacità gestionali delle stesse.

Infatti negli ultimi 20 anni si è lentamente affermata l’ipotesi di costruire un deposito definitivo per i rifiuti di bassa e media attività e di collocare nello stesso sito un deposito “provvisorio” per quelli di alta attività in attesa che maturino le condizioni tecniche per la loro sistemazione definitiva. Strategia non condivisa dagli “immobilisti” e dai, a vario titolo, “orfani” del nucleare già sopra ricordati; questi ultimi inoltre militano senza se e senza ma per lo smaltimento dell’alta attività in sito geologico profondo a dimostrazione che il nucleare è un ciclo che si sa chiudere. E sembra poi improbabile trovare qualcuno che accetti che i rifiuti nucleari “veri”, cioè il combustibile esaurito e l’alta attività correlata, stazionino nel suo territorio in modo “provvisorio”, che sa assai di definitivo almeno rispetto al tempo di vita dell’uomo.

Il problema dell’alta attività è stato insomma rimosso; già segnalammo come la stessa ISPRA nelle sue linee guida, GT29, si fosse attenuta all’andazzo dominante fornendo criteri per il deposito nazionale per la bassa e media attività e ignorando completamente l’alta attività. E questa rimozione è determinata anche dal fatto che attualmente i rifiuti giustamente “più temuti”sono all’estero per essere ritrattati, lontani dagli occhi, lontani dal cuore.

Anche qui si è formato un partito, quello che punta a mantenere i rifiuti all’estero. In parte questo coincide con il partito del “mantenimento dello status quo”, ma ha un ampio seguito tra i partiti politici e anche in parte del mondo ambientalista: i rifiuti sono già fuori dall’Italia, cerchiamo di fare in modo che restino lì.

Ma si tratta di un’illusione.

4. Il problema dell’alta attività

Nel Regno Unito sono state spedite complessivamente1600 tonnellate di combustibile irraggiato italiano che sono state riprocessate a Sellafield, 920 tonnellate sono relative a contratti anteriori al 1976 quando era ancora possibile la cessione definitiva delle scorie, mentre 680 tonnellate circa sono relative ai due contratti sottoscritti dall’ENEL dopo quella data: un contratto del 1979, per combustibile Magnox della centrale di Latina (573 tonnellate), e un contratto del 1980, per combustibile delle centrali di Trino e del Garigliano (rispettivamente 52 e 54 tonnellate circa). E queste 680 tonnellate dovrebbero rientrare. Il ritrattamento di quest’ultima aliquota di combustibile ha prodotto circa 5500 m3 di rifiuti radioattivi e più precisamente 17,3 m3 di rifiuti ad alta attività, 847 m3 di rifiuti a media attività e 4626 m3 di rifiuti a bassa attività. Quindi in Italia devono rientrare questi volumi oppure una volumetria equivalente di complessivi 18,7 m3 tutti di alta attività. A questi si dovranno aggiungere i rifiuti che verranno prodotti dal ritrattamento in Francia di altre 235 tonnellate di combustile esaurito.

Il contratto del 2007con i francesi è molto chiaro: i rifiuti devono tornare in Italia al massimo entro il 2025. Questo termine non è prorogabile, infatti la legge francese vieta assolutamente l’importazione di rifiuti radioattivi e l’accordo intergovernativo Italo-francese fu siglato con il parere contrario dell’autorità francese sulla sicurezza nucleare, che ha insistito per inserire clausole precise (tipo la verifica sull’avanzamento dello stato di realizzazione del deposito italiano) e che è ben decisa a farle rispettare. Difficile superare quel divieto da parte di qualunque governo, ammesso e non concesso che lo volesse fare.

Queste 235 tonnellate del contratto francese rappresentano lo zoccolo duro del problema. Infatti diversa è la situazione nei confronti dell’UK: qui i contratti sono già in parte scaduti o in scadenza quindi la loro permanenza è legata a nuovi possibili accordi, che evidentemente porterebbero però ad un ulteriore incremento della componente A2 della bolletta elettrica.

Insomma, entro solo otto anni l’Italia dovrà essere in grado di ospitare in sicurezza sul suo territorio almeno le scorie nucleari di alta attività riprocessate in Francia, che lo vogliano o meno tutti gli “attendisti”, furbacchioni (presunti) o meno.

5. Quanto ci costa?

La questione della componente A2 della bolletta dell’energia elettrica è, per usare un eufemismo, molto critica: per anni questo prelievo a carico degli utenti si è aggirato intorno ai 200 milioni di euro l’anno, poi improvvisamente, nel 2015, è schizzato a 622. La ragione di questo incremento non è del tutto chiara, la Sogin parla di alcune “operazioni particolari connesse alla gestione del ciclo del combustibile”, che per quanto complesse possano essere non sono di certo sufficienti per giustificare, da sole, un prelievo aggiuntivo di 400 milioni.

Siamo di fronte ad un sistema con equilibri fragili nel quale eventi non programmati, o non programmati bene, possono avere effetti molto pesanti in termini di esborso economico.

Si deve evitare il rischio immediato che la Sogin sia lasciata da sola a discutere con gli Inglesi per la proroga dei contratti, per poi far trovare l’anno prossimo i cittadini di fronte a un ulteriore aumento della componente A2, magari non come quello del 2015, ma sicuramente molto consistente.

In prospettiva si deve smettere di navigare a vista, senza criteri e piani per risolvere i problemi proprio nel settore nel quale la visione strategica è più necessaria, continuando a confidare che qualche accordo internazionale prima o poi caverà le castagne dal fuoco.

6. Cambiare il programma nazionale

Su questo punto l’attuale proposta di Programma nazionale, sostanzialmente una scaletta, deve essere scritta completamente da capo; e questo deve diventare uno dei punti centrali della consultazione pubblica. Occorre poi avere anche un “piano B”, ovvero sapere che fare se non si riesce a costruire il deposito entro il 2025, come sembra purtroppo sempre più probabile.

Si possono ipotizzare diverse soluzioni, ma quella apparentemente più semplice sarebbe realizzare prima il deposito “provvisorio” per l’alta attività in uno dei siti attuali.

Questa ipotesi gira da anni, e trova consensi anche tra antinuclearisti convinti, ma è naturale che vi sono alcuni siti che, per le loro caratteristiche specifiche (ad es. la vicinanza della falda e il rischio allagamento), dovrebbero essere assolutamente esclusi. 

In ogni caso è necessario che, a questo fine, lISIN predisponga una apposita guida tecnica per la localizzazione del deposito per l'alta attività.

Un aspetto positivo di quest’ipotesi sarebbe la facilitazione della localizzazione del deposito definitivo per i rifiuti di bassa e media attività, che non avrebbe più la “zavorra” dell’alta attività.

L’aspetto negativo sarebbe innanzitutto la difficile accettabilità sociale del deposito “provvisorio”: è vero che dovrebbe ospitare un volume equivalente di alta attività di poco più di 20 m3 – una piscina assai piccola per bambini – ed è vero che le tecnologie di contenimento a secco del materiale sono provate e i contenitori possono essere agevolmente cambiati in capo al loro fine vita (30-40 anni), ma nessuno è oggi in grado di dire quanti decenni vale quel “provvisorio”, quanti cambi di contenitori saranno necessari prima di una sistemazione definitiva. Un eventuale piano “B” di questo tipo si dovrebbe quindi confrontare con la sciagurata necessità di chiedere ulteriori sacrifici a chi ha già dovuto subire per decenni il rischio di convivere con gli impianti nucleari e andrebbe studiato con molta attenzione e con tutto il tempo necessario, non solo per i problemi tecnico- ambientali dei siti attuali, ma soprattutto per ricercare il massimo dell’accettabilità sociale. E per l’accettabilità servono sì le garanzie di sicurezza, servono sì le “misure compensative”, ma la cosa più importante sarebbe garantire che lo stoccaggio delle scorie più temute sia veramente provvisorio. La soluzione non è davvero dietro l’angolo, ma bisogna cominciare a parlarne, a individuare un percorso rinunciando alla inconfessata convinzione di star fermi perché ci penserà lo “stellone” d’Italia.

Nel settore dello smaltimento geologico dei rifiuti radioattivi di alta attività, ad esempio, sono stati fatti alcuni passi avanti. In Svezia hanno già superato le fasi di progettazione e di localizzazione e sono già partiti i lavori preliminari. Peccato che, anche in questo caso, le comunità che hanno accettato il deposito hanno preteso e ottenuto la garanzia che in quel deposito andranno solo e unicamente i rifiuti svedesi e lo stesso sta avvenendo negli altri Paesi più avanzati in questo settore (Finlandia, Francia).

7. l’importanza della ricerca

Un’altra opzione per smaltire i rifiuti di alta attività sarebbe quella di “bruciarli”. Questa è una linea di ricerca che all’inizio di questo secolo sembrava molto promettente, ma che poi non è andata avanti come sembrava ed era possibile. Le difficoltà sono effettivamente molto grandi, perché ci si muove a livello di ricerca fondamentale, con tutte le incertezze del caso; e poi ci sono gli ostacoli che, almeno nel nostro Paese, vengono dalla politica, anzi dalla sua bassa cucina. L’Italia, grazie a Carlo Rubbia, era all’avanguardia in Europa sulla tematica dell’incenerimento dei rifiuti di alta attività, tanto che era stato coniato il termine “Rubbiatrone”, ancora reperibile online, per la macchina da lui proposta nella seconda metà degli anni ’90 e che faceva parte degli scenari di ricerca europei nei primi anni 2000. Poi nel 2005 Rubbia fu cacciato dall’ENEA per decisione del sottobosco berlusconiano e il programma fu interrotto in maniera così repentina che si persero cospicui finanziamenti europei già stanziati per il progetto TRADE finalizzato allo studio di un primo prototipo.

In Europa le cose hanno avuto un andamento di non così basso profilo, ma di ugual esito. Anche lì infatti, e proprio dal 2005, i finanziamenti sui progetti di “partitioning and transmutation” e per i sistemi ADS (utilizzo di sistemi guidati da acceleratori per “bruciare” le scorie nucleari e produrre energia) sono diminuiti vertiginosamente, con un andamento inversamente proporzionale all’aumentare degli investimenti sui programmi nazionali per i depositi geologici. E, soprattutto, perché alla Fisica sono stati riconosciuti quei sette miliardi e mezzo per l’esperimento al Cern sulla rivelazione del bosone di Higgs, che non lasciavano certo molto spazio ad altri temi di ricerca fondamentale quali il controllo della radioattività poneva e continua a porre.

Discutere della ricerca necessaria, rilanciarla, finanziarla adeguatamente non solo è necessario per aumentare le conoscenze, ma in questo caso è decisamente importante per impostare correttamente il problema di come smaltire i nostri rifiuti. Tenendo conto di tutto alla fine avremo qualche decina di metri cubi di rifiuti di alta attività; troppo pochi perché abbia senso pensare a un deposito geologico profondo, al di là di ogni valutazione di merito su tale “soluzione”, ma abbastanza per impostare un programma di largo respiro.

Dopo 15 anni l’hanno capito anche alla Sogin che finalmente si è decisa ad entrare nei network internazionali. È un passo avanti, ma non basta.

Investire sulla ricerca avrebbe due vantaggi. Il primo è far vedere che per quello che riguarda il deposito “provvisorio” non si sta ad aspettare che cada dal cielo “la maturazione delle condizioni tecnico-scientifiche per lo smaltimento dell’alta attività”, ma si intende partecipare attivamente a quella “maturazione”, pronti a giovarsi delle possibili ricadute scientifiche, tecnologiche ed economiche. Il secondo è che linee di ricerca di questo tipo hanno necessariamente un carattere internazionale come i contatti per portare avanti i progetti sulle possibili soluzioni comuni a diversi Paesi, necessari per costruire gli accordi internazionali previsti dall’articolo 4 della direttiva comunitaria sui rifiuti radioattivi.

8. Conclusioni

Abbiamo elencato il pacchetto di problemi – criticità, aspetti tecnico-scientifici, accettabilità sociale – che dovranno essere sviscerati nella procedura di VAS sul programma nazionale.

Una proposta immediata la possiamo subito rilanciare, così come venne chiaramente espressa nell’ultimo Convegno che la Commissione scientifica sul Decommisioning organizzò il 27 maggio scorso: cancellazione di ogni riferimento al “parco tecnologico”. Pensato all’interno del “rilancio del nucleare” come incentivo per il territorio nel quale localizzare il deposito nazionale per la bassa e media attività, non ha motivo di esistere in una strategia di uscita definitiva dal nucleare. La cancellazione sarebbe quindi un segnale molto chiaro contro ogni ambiguità, il “parco tecnologico” è infatti sempre gestibile come “officina” nazionale per i reattori provati; e siano invece gli enti locali coinvolti a stabilire come vogliono impiegare a favore del loro territorio quel finanziamento.

Non ci limiteremo alle indicazioni e agli scenari ma interverremo puntualmente sui diversi aspetti per eliminare almeno le contraddizioni più eclatanti, per fornire proposte per una gestione di problemi complessi, sicura e non delegata a una qualche buona stella. Per reclamare obiettivi specifici di ricerca necessari per il controllo della radioattività delle scorie nucleari.

 

 

Giappone. Fukushima oggi è uno «stato d’eccezione»: aggirati i diritti dei lavoratori e i controlli sui contractors. L’importante è mantenere costante la manodopera nell’impianto.

 

Controlli sui lavoratori in procinto di entrare nella zona di Fukushima. (foto Lapresse)

Tokyo Electric (Tepco), l’utility dell’energia che serve la capitale giapponese e alcune zone del Giappone orientale e gestisce l’impianto di Fukushima Dai-ichi, danneggiato da un terremoto e uno tsunami l’11 marzo 2011, ha ammesso che nel corso del 2015, centinaia di lavoratori avrebbero operato senza un effettivo datore di lavoro. Secondo i numeri sono 465, tutti assunti con contratti «mascherati».

PER LA LEGGE SONO IRREGOLARI. Ma a Fukushima, dove l’emergenza è quotidiana – soprattutto a causa delle migliaia di tonnellate di acqua radioattiva che si accumula nel sottosuolo della centrale – la legge è un concetto relativo. La verità è che nessuno, al momento, può dire con sicurezza quanti siano i lavoratori illegali nella centrale nucleare.
Dal 2011, per monitorare la condizione dei lavoratori delle aziende appaltatrici Tepco distribuisce annualmente questionari di valutazione in cui vengono chiesti agli operatori dati sul tipo di contratto, sul datore di lavoro e un commento generico sulle proprie mansioni. Durante l’indagine dello scorso anno, su 3.268 lavoratori, calcolati al netto dei responsabili e dei dirigenti, 465 (circa il 14 per cento del totale) hanno risposto che l’azienda da cui prendono ordini è diversa da quella che li paga. Dopo ulteriori indagini tra le aziende appaltatrici è emerso che una parte di questi lavoratori è in regola. Ma i dubbi permangono. Sono alcune testimonianze di lavoratori, raccolte in queste settimane dalla stampa giapponese ad alimentarli. A cominciare proprio dai questionari.

«CONDIZIONI DURISSIME», ha spiegato un lavoratore anonimo al quotidiano Mainichi Shimbun. «C’è chi è svenuto per la fatica e il caldo. Ma non ho potuto scriverlo». In alcuni casi, infatti, prima di arrivare a Tepco, i questionari compilati vengono consegnati in busta non sigillata ai responsabili dell’azienda responsabile dell’appalto o del subappalto. Anche a Fukushima sono i «caporali» a dettare legge. «Anche se i questionari sono anonimi, loro capiscono chi sei dalla grafia», ha spiegato ancora il lavoratore.

Che ci fossero irregolarità nell’assunzione e nella gestione dei lavoratori è un problema noto da anni. A ottobre 2013, Reuters aveva pubblicato un reportage in cui raccontava delle condizioni di lavoro all’interno della centrale. Queste erano così riassumibili: bassi salari a fronte di rischi altissimi.
In media i lavoratori intervistati potevano contare su uno stipendio compreso tra i 6 e i 12 dollari all’ora, cifre minime anche per un operaio edile. I guai finanziari di Tepco, nazionalizzata nel 2012, hanno spinto in basso i compensi a dipendenti e appaltatori. L’urgenza di mostrare che il Giappone poteva ospitare le Olimpiadi del 2020 – del 2013 le parole del premier Shinzo Abe al Comitato olimpico internazionale: «A Fukushima è tutto sotto controllo» – ha fatto il resto.

MOLTI REGOLAMENTI e standard esistenti, di conseguenza, sono stati aggirati. Fukushima è diventata uno «stato d’eccezione». Dalla legge di agosto 2011 con cui il parlamento sbloccava dei fondi per i lavori di smantellamento e bonifica dell’impianto – il cui costo totale veniva stimato allora in 35 miliardi di dollari – venivano virtualmente escluse o aggirate norme vigenti in tema di diritti dei lavoratori.

I controlli sull’affidabilità dei contractor venivano ridotti al mimino: l’importante era mantenere costante il flusso di manodopera nell’impianto. Si è venuta a creare una piramide di appalti e subappalti alla base della quale si sono gonfiate sacche di illegalità che hanno fatto la felicità dei clan di malavita locale.

Tra il 2011 e il 2013 i principali clan di yakuza hanno spostato a Fukushima oltre mille uomini per gestire il racket della fornitura di manodopera alla bonifica dell’area. A loro si sono appoggiate decine di piccole e medie aziende. Ai lavoratori viene promesso un compenso da cui gli intermediari trattengono una percentuale a proprio beneficio.

In un caso recente a fronte di una paga pattuita di 17.000 yen al giorno (circa 150 euro), un lavoratore se ne era visti assegnati appena 8.000 (circa 70).

CON IL BUSINESS della manodopera illegale si è ingrandito il numero di quelli che in Giappone sono conosciuti come gempatsu gypsy, zingari dell’atomo. Un fenomeno, questo, conosciuto almeno dagli anni 70, quando nel paese arcipelago sorsero i primi impianti nucleari. Fin da allora molti lavoratori nelle centrali nucleari del paese sono stati reclutati ai margini della società : un tempo, erano i quartieri ghetto abitati dai lavoratori giornalieri in grandi cittàa fornire manodopera; oggi i punti di reclutamento sono sparsi in tutto il Giappone. Con l’emergenza a Fukushima, i «cacciatori di teste» hanno iniziato a reclutare anche senzatetto nelle grandi città della regione del Nordest del Giappone. Arrivati nella zona dell’impianto di Dai-ichi, i lavoratori vengono sistemati in villaggi di prefabbricati e sottoposti a ulteriori discriminazioni da parte dei pochi abitanti locali rimasti. Ma trovare manodopera disposta a lavorare a Fukushima continua a essere complesso. I compensi bassi, turni di lavoro massacranti e il rischio radiazioni tengono lontani lavoratori competenti e giovani.

Così per i responsabili del governo e di Tepco il sistema piramidale degli appalti e delle forniture esterne di manodopera rimane l’unica via percorribile per la bonifica. C’è poi un problema strutturale: il Giappone è un paese sempre più vecchio e così la sua manodopera. Dal 2015, in alcune mansioni in centrale sono entrati anche lavoratori stranieri. Sono una decina di cittadini brasiliani figli e nipoti di emigrati giapponesi. Hanno fatto ritorno al paese di origine dei loro avi per trovare un lavoro.

COME MOLTI DEI LORO COLLEGHI a Fukushima sono stati costretti a vivere in un limbo di legalità. «Quando sono entrato nel 2014 sono rimasto scioccato», ha spiegato ancora al quotidiano Mainichi Roney Tsuyoshi Ishikawa, un saldatore 43enne impiegato nell’assemblaggio delle cisterne di stoccaggio per l’acqua usata nei reattori per raffreddare il combustibile nucleare ancora lì presente. Erano fasi concitate: ogni giorno bisognava assemblare quanto più possibile per far fronte alle perdite di acqua radioattiva da cisterne già installate. Ma «Tutti intorno a me erano anziani o non addestrati. I lavori sembravano fermi» Dopo di lui sono entrati altri suoi connazionali.

È stato Ishikawa, che intanto aveva lasciato il suo lavoro, a metterli in contatto con gli intermediari. La loro paga era poco più alta della media, ma a differenza di altri lavoratori regolari oggi rischiano di non ricevere indennizzi in caso di esposizione eccessiva alle radiazioni. Il sospetto è infatti che anche loro siano entrati in centrale con «contratti mascherati». Sulla carta erano lavoratori di una piccola azienda di saldatura di Tokyo, all’atto pratico, però, era qualcun altro a dar loro indicazioni. «Noi siamo stati tra i primi stranieri, anche se di origine giapponese, a entrare qui», ha detto uno dei lavoratori brasiliani al Mainichi. «Ma sono certo che in futuro ce ne saranno di più».

 

 

Francia . L'allarme del presidente dell'authority, che ha avviato una vasta operazione di controllo sui 58 reattori. 12 sono fermi o stanno per esserlo. La crisi di Areva e le difficoltà di Edf. L'export dell'Epr in Finlandia, Cina e Gran Bretagna. Uno, a Flamanville, in costruzione in Francia. Dovrebbe sostituire la vecchia centrale di Fessenheim, di cui Hollande aveva promesso la chiusura.


 

Il nucleare francese traballa, sia sul fronte della sicurezza che su quello dell’economia. Ieri il presidente dell’Asn, l’authority della sicurezza nucleare, Pierre-Frank Chenet, ha lanciato l’allarme: «La situazione è molto preoccupante». Dodici reattori sono fermi (o stanno per esserlo), per essere sottoposti a controlli. Ci vorrà un mese per le prime conclusioni e un altro per farli ripartire, se passeranno l’esame.

Ciò significa che, con l’arrivo del freddo invernale, la Francia che dipende al 78% dal nucleare per l’energia elettrica, potrebbe essere costretta a importare massicciamente energia per evitare una penuria (in un paese dove il riscaldamento elettrico è molto diffuso). È da mesi che l’allarme sul nucleare fermenta: nella primavera del 2015 sono state scoperte delle anomalie nelle vasche del futuro reattore Epr, in costruzione a Flamanville (reattore di nuove generazione, che dovrebbe sostituire la più vecchia centrale di Francia, Fessenheim, promessa elettorale di Hollande del 2012, che però non è stata ancora chiusa).

Nelle ispezioni a cui sono state sottoposte le 19 centrali francesi con i loro 58 reattori sono venute alle luce «pratiche inaccettabili», che risalgono a decenni scorsi, addirittura agli anni ’70, periodo fasto del nucleare civile francese, alter ego del nucleare militare, in nome dell’indipendenza nazionale. Nel sito del Creuset di Areva sarebbero stati prodotti dei «pezzi» difettosi. Ci vorrebbe un investimento di 100 miliardi di euro per rimodernare il parco nucleare e renderlo sicuro. In altri termini, una missione impossibile, mentre il futuro è nelle energie rinnovabili. Ma i temi dell’energia e dell’ecologia non sono per ora al centro della campagna elettorale per le prossime presidenziali: François Fillon, il vincitore del primo turno delle primarie della destra, è un gran difensore del nucleare (che neppure Alain Juppé rinnega).

Le centrali invecchiano, per legge la vita degli impianti è stata allungata, in Francia come in altri paesi. Ma anche così i costi crescono per garantire la sicurezza. Lo stato è a corto di soldi, ha stanziato una manciata di miliardi per Edf (gestore) e Areva (costruttore storico). Ma Areva è praticamente in fallimento. Ha venduto a Edf l’attività di fabbricazione e di mantenimento dei reattori, per concentrarsi sul ciclo del combustibile (estrazione e arricchimento dell’uranio, riciclaggio del combustibile, trasporto e stoccaggio, smantellamento dei siti).

Il fatturato di Areva è dimezzato e la sua emblematica fondatrice, Anne Lauvergeon, che era stata stretta collaboratrice di François Mitterrand, ha ora problemi con la giustizia. Edf cerca di ritrovare la salute all’export. Un reattore Epr è in costruzione da anni in Finlandia, con una crescita esponenziale dei costi. A settembre, Areva ha ottenuto il via libera dal governo britannico per la costruzione di due centrali nucleari Epr a Hinkley Point. Un Epr è in costruzione in Cina.

 

Abbiamo chiuso le nostre centrali da quarant’anni, ma il nostro sistema elettrico e le nostre bollette continuano ad essere influenzate dal nucleare. Perché?

Abbiamo chiuso le nostre centrali da quarant’anni, ma il nostro sistema elettrico e le nostre bollette continuano ad essere influenzate dal nucleare. Perché? Motivo base è che siamo importatori di elettricità, lo siamo non perché non siamo in grado di produrre tutta quella che ci serve, anzi ne avevamo troppe di centrali e ne stiamo chiudendo parecchie2, ma perché esistendo dal 2004 un mercato all’ingrosso aperto a qualsiasi produttore, italiano o straniero che sia, ed essendo il nostro Paese distinto in diverse zone per la formazione del prezzo medio nazionale (PUN), la zona Nord (quella che consuma più elettricità), acquista in maniera regolare dalla Francia. 

Di quanta elettricità parliamo? Nel 2015 ne abbiamo importata una quantità pari a 50.849 GWh (46.747,5 nel 2014)3. Dalla Francia ne sono arrivati direttamente 15.520 GWh mentre ben 24.414 sono stati importati dai tralicci che ci mettono i comunicazione con la Svizzera ma l’elettricità importata non è tutta made in Suisse, una parte è ancora francese che transita dalla Svizzera. Perché importiamo elettricità nucleare? Per il motivo più semplice del mondo: perché costa meno di quella che produciamo in Italia con il gas. Questo fattore ha condizionato il nostro mercato elettrico fin dalla sua nascita, ma qualcosa sta cambiando e questa disponibilità economicamente conveniente sta probabilmente finendo.

Nove mesi record A segnalarlo è l’inversione dell’andamento del prezzo all’ingrosso dell’elettricità (il cosiddetto PUN), che negli ultimi anni è sempre calato grazie al ribasso del prezzo del gas e alla crescita delle rinnovabili, arrivando a valori molto bassi in questo 2016. Sino al 10 ottobre il PUN era intorno ai 45 euro la megawattora, ad aprile era sceso al valore record di soli 42,89. Ma a ottobre il record è stato negativo nel senso che si è toccato il prezzo più alto dell’anno: 53 euro (vedi grafico sottostante).

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO di Roberto Meregalli, su martinbuber novembre 2016

 

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