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CONVEGNO Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. A che punto siamo? Sala del CRA, Via della Navicella 4 (Villa Celimontana) Roma, 30 marzo 2015 - Sintesi degli interventi

CONVEGNO

Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. A che punto siamo?

Sala del CRA, Via della Navicella 4 (Villa Celimontana)

Roma, 30 marzo 2015

 

Dott. Paolo Bartolomei, ENEA, Osservatorio Chiusura Ciclo Nucleare: “ Il deposito nazionale e la classificazione dei rifiuti radioattivi”. Sintesi

 

È passato un anno dal recepimento della direttiva comunitaria sui rifiuti radioattivi (D.Lgs 45 del 4 marzo 2014) e in questo periodo  è stato realizzato ben poco di quanto previsto da questo decreto. Mancano proprio le cose più importanti, cioè la nuova autorità di sicurezza nucleare ISIN – che non è stata costituita e il programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi che non esiste nemmeno in bozza.

In questa situazione il Ministero dell’Ambiente ha chiesto all’ISPRA di avviare la procedura per rivedere la classificazione dei rifiuti radioattivi in Italia.

Sembrerebbe che la proposta sia quella di applicare in maniera quasi letterale il sistema proposto dall’International Atomic Energy Agency (IAEA) nel 2009, che prevede l’individuazione di sei diverse tipologie di rifiuti, contro le tre previste dalla vigente normativa (guida tecnica n°26 dell’ISPRA).

Tenendo conto di questi ritardi, è difficile capire quale possa essere il senso di questa modifica. Nel caso migliore, ci troveremo semplicemente di fronte a delle ridefinizioni terminologiche. Nel caso peggiore, invece, si rischia di ingenerare ulteriore confusione nel settore e di creare problemi all’iter della delicata procedura di localizzazione del deposito nazionale.

 

Non esiste una normativa europea specifica per questo argomento e ogni Paese della Comunità ha adottato la soluzione che ritiene più idonea in funzione dell’inventario dei propri rifiuti e soprattutto delle soluzioni che intende adottare per la gestione e lo smaltimento delle loro diverse tipologie. In Italia, finora, la distinzione è molto chiara: nella prima categoria ci sono i rifiuti che perdono la loro radioattività in pochi mesi e per i quali basta uno stoccaggio in sicurezza per questo breve periodo; nella seconda categoria i rifiuti che rimangono radioattivi per 300 anni e che dovranno andare nel deposito nazionale di cui si sta discutendo in questo periodo e che è stato progettato proprio per questa tipologia di nuclidi e infine nella terza categoria c’è l’alta attività che deve essere stoccata in sicurezza per 50-100 anni in attesa che maturino avanzamenti scientifici e tecnologici per poterli smaltire.

Nella nuova bozza proposta dall’ISPRA invece questa corrispondenza biunivoca tra singole categorie di rifiuti e tipologia di smaltimento non è più così ben definita e vengono ipotizzate diverse possibilità per la loro gestione, ad esempio nel caso dei cosiddetti rifiuti “intermedi”. Avanzare nuove ipotesi non è di per sé grave, anzi è legittimo. La logica però vorrebbe che prima si facesse il programma nazionale e poi si stabilissero le modalità applicative. La correttezza vorrebbe che l’introduzione di modifiche non banali nella policy venga discussa in maniera molto ampia e trasparente. Tanto vale quindi cercare di definire un buon programma nazionale, discuterlo in maniera ampia e trasparente e a valle di questa operazione decidere se è il caso di cambiare il sistema di classificazione e in che maniera.

Invece, per ora, sono stati consultati solamente gli operatori del settore.

Questo rischia di creare un precedente pericoloso, perché il decreto legislativo 45, oltre all’intervento sulla classificazione, prevede anche l’emanazione di un provvedimento sulla definizione dei “limiti di rilascio” affidando al Ministero dello Sviluppo il compito di emanare un decreto sulla materia, mentre in questo caso è molto più evidente la correlazione con le tematiche della salute.

Pertanto con decreto verrà fissata la soglia di attività al di sotto della quale un materiale non è più considerato radioattivo. Si tratta di aspetto molto delicato che è legato intimamente alla valutazione degli effetti di dosi di radiazione molto basse, ma protratte su tempi estremamente lunghi. La discussione nella comunità scientifica è vivace e non è ancora pervenuta a conclusioni univoche e condivise.

Intervenire su questi temi con dei decreti ministeriali che sono per loro natura limitati e parziali non sembra la scelta migliore.

L’Italia, inoltre, deve recepire un’ulteriore normativa comunitaria: la direttiva 2013/59 del 5 dicembre 2013 “Norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti”, che deve diventare legge italiana entro il 6 febbraio 2018. Sarebbe il caso, piuttosto che intervenire con decreti ministeriali, affrontare la materia della radioprotezione nel suo complesso, aggiornandola rispetto agli standard internazionali e in questo contesto definire anche il problema dei limiti di rilascio. E si potrebbe anche tentare di accelerare quest’iter legislativo evitando una volta tanto di arrivare al limite della procedura d’infrazione.

Ci impegneremo perché, anche in quell’occasione, si sviluppi un’ampia e trasparente discussione, cosa che viene fatta abitualmente nei paesi europei “normali”: precondizione necessaria per gestire correttamente la complessità di questi problemi.

 

Ing. Roberto Mezzanotte, già Direttore Dipartimento Nucleare ISPRA: “Messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi: strategia e stato di attuazione”. Sintesi

Il problema dei rifiuti radioattivi italiani ha una dimensione complessiva di 90 mila metri cubi. A formare un simile volume contribuiscono i 30 mila metri cubi giacenti all’interno degli impianti nucleari dove sono stati prodotti e in alcuni depositi temporanei; un volume equivalente che si formerà con lo smantellamento degli impianti nucleari stessi; i rifiuti oggi all’estero, ma destinati a rientrare in Italia, derivanti dal riprocessamento, avvenuto in Inghilterra e in Francia, del combustibile nucleare a suo tempo utilizzato nelle quattro centrali italiane; infine, i rifiuti radioattivi che continuano a prodursi, al ritmo di alcune centinaia di metri cubi all’anno, nell’industria, nei laboratori di ricerca e soprattutto negli ospedali, dove si utilizzano per scopi diversi sostanze radioattive.

La maggior parte di questi rifiuti (75 mila metri cubi circa) sono a bassa e media attività (seconda categoria). La loro destinazione è un impianto di smaltimento di tipo superficiale, una soluzione largamente condivisa. Diversa è la situazione per i 15 mila metri cubi di rifiuti ad alta attività (terza categoria).  Per questi, l’unica soluzione finale oggi disponibile sarebbe lo smaltimento geologico profondo. Si tratta tuttavia di una strada sulla cui validità esistono riserve anche forti. Sta di fatto che diversi paesi stanno progettando un sito geologico per lo smaltimento dei rifiuti ad alta attività e a vita lunga, ma nessuno è stato ancora realizzato. C’è invece da registrare il costosissimo fallimento del progetto di Yucca Mountain, negli Stati Uniti.

Tra le altre considerazioni, la collocazione dei rifiuti in un deposito geologico profondo preclude, di fatto, la possibilità di adottare soluzioni diverse che la ricerca potrebbe offrire. Inoltre, i tempi necessari per qualificare un sito geologico sono incompatibili con la situazione italiana. Ricordiamo che gli accordi presi imporranno all’Italia, tra pochi anni, di riprendere i rifiuti che si trovano in Francia e in Inghilterra, e oggi non sapremmo dove metterli. Va poi tenuto presente che, oltre ai rifiuti radioattivi strettamente intesi, è da associare all’alta attività il combustibile irraggiato non riprocessabile. Si tratta in particolare delle circa due tonnellate di combustibile del tipo Elk River presenti nella piscina dell’impianto ITREC di Rotondella, per i quali è previsto lo stoccaggio a secco in contenitori da gestire alla stregua dei rifiuti ad alta attività. E al riguardo non va dimenticato che nella centrale di Trino e nel deposito Avogadro di Saluggia vi sono ancora circa venticinque tonnellate di combustibile irraggiato, destinate ad essere riprocessate in Francia, ma per le quali, per motivi diversi, non è stato ancora possibile effettuare il trasferimento. Tra i motivi, vi è il fatto, noto, che l’impianto francese non è al momento autorizzato a trattare il tipo specifico di combustibile al quale quel residuo italiano appartiene.

Tutte queste considerazioni portano oggi ad escludere, per i rifiuti ad alta attività, una soluzione di smaltimento, e fanno preferire quella, più immediata e meno impegnativa per le scelte future, di un deposito di lungo termine (50-100 anni), dove i rifiuti possano rimanere in condizioni di sicurezza ottimali, mentre auspicabilmente si parteciperà alla ricerca nelle tecnologie avanzate, ma anche alle iniziative in ambito internazionale e comunitario per l’eventuale individuazione di soluzioni regionali.

Si tratta ora di individuare il sito dove il deposito nazionale, con l’impianto di smaltimento per la bassa e media attività e il deposito di lungo termine per l’alta attività, potrà essere realizzato. Si attende al riguardo che, intorno alla metà di aprile, i Ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico autorizzino la pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, elaborata dalla Sogin sulla base dei criteri stabiliti dall’ISPRA con l’apposita guida tecnica emanata nel giugno scorso.

La Carta sarà ovviamente oggetto della massima attenzione, come pure il progetto preliminare del deposito, ricordando, oltre ai criteri dell’ISPRA, che per tutela della popolazioni dalle radiazioni la legislazione italiana impone a ogni progetto, e quindi anche al deposito nazionale, un requisito molto stringente, rappresentato da una dose massima pari a quella internazionalmente indicata come trascurabile (10 microSievert/anno).

Ma alcune osservazioni possono già oggi riguardare i criteri dell’ISPRA. Oltre al loro merito tecnico, pure interessante, va rilevato un aspetto forse potenzialmente critico per il prosieguo dell’iter: i criteri sono stati formalmente indicati solo per la localizzazione dell’impianto di smaltimento della bassa e media attività e non anche per quella del deposito dell’alta attività, cosa che ha fatto anche supporre un ripensamento sull’unicità del sito stabilita dalla legge.

 

Prof. Giorgio Parisi, Fisica Teorica, “La Sapienza” – Università di Roma: “Dalla fissione alle scorie”. Sintesi

Nonostante gli ottimismi iniziali l'uso civile delle sostanze radioattive e dell'energia nucleare deve ancora affrontare problemi non risolti di sicurezza.

Il problema  principale che abbiamo di fronte – di cui Three Miles Island, Cernobyl, Fukushima e le migliaia di incidenti minori che costellano la quotidiana  attività degli impianti per la produzione elettronucleare sono solo le emergenze, in alcuni casi purtroppo catastrofiche – è quello della radioattività e della contaminazione radioattiva. Nel caso dei rettori nucleari non abbiamo ancora una strategia chiara sul controllo efficace della contaminazione radioattiva, non solo nella fase dell’esercizio degli impianti del combustibile nucleare ma anche per quel che riguarda la questione oggetto del Convegno: la gestione delle scorie radioattive.

Anzi, la questione dei rifiuti radioattivi è quella che meglio fa comprendere che cosa vuol dire aprire un ciclo industriale senza sapere come si fa a chiuderlo. Certo, il nucleare non è il solo, basta pensare al petrolio e ai suoi innumerevoli derivati pericolosi, ma nel caso della fissione ci troviamo di fronte a problemi che riguardano le prossime centinaia d’anni nel caso più favorevole, la sistemazione dei rifiuti di bassa e media attività; mentre, per quelle con tempi di dimezzamento di decine di migliaia di anni, ci troviamo di fronte a scenari che travalicano di gran lunga la nostra ordinaria percezione.

Abbiamo alle nostre spalle il fallimento dello Yucca Mountain, il deposito geologico per scorie nucleari civili e militari abbandonato dall’Amministrazione Usa dopo oltre 10 miliardi di dollari spesi. Il premio Nobel per la Fisica, Stephen Chu, all’epoca Ministro per l’Energia, fu incaricato da Obama di costituire una Commissione per la valutazione del problema. La Commissione consegnò il rapporto che ha portato alla chiusura del progetto.

Negli ultimi venti anni c'e' stata la speranza di poter eliminare i materiali radiottivi a vita media lunghissima mediante il sistema ADS (Accelerator Driven System) trasformandoli cioè in altri radionuclidi gestibili a corta vita media. Sull’ipotesi ADS si è molto speso anche Carlo Rubbia, fin dagli anni ’90, ma i progetti sia della UE che degli Stati Uniti e del Giappone hanno poi battuto il passo anche in virtù degli elevatissimi costi previsti. Servirebbe un grande investimento governativo in questo progetto che tuttavia e' estremamente improbabile specialmente in questa Europa dominata da pure preoccupazioni di cassa.

Di fronte alla difficoltà e alla complessità di tutte le questioni cui far fronte, netta è la sensazione che con la creazione delle centrali nucleari sia stato aperto, tanti lustri fa, il vaso di Pandora. Compete a tutti gli organi istituzionali, ma anche a tutti coloro che sono preoccupati delle conseguenze della radioattività, in particolare a questa Commissione, il compito di trovare le soluzioni tecnicamente e scientificamente più affidabili ma anche socialmente sostenibili, nel contesto di scelte che, riguardando comunicazione, cultura, società e persone, vanno affronate nella democrazia e nella trasparenza delle decisioni.

Un deposito per le scorie radioattive per la bassa e media attività è all’ordine del giorno di Istituti preposti e del Governo. La nostra Commissione si propone di intervenire in tutti i passaggi, con particolare riguardo alla questione delle garanzie alla popolazione per la tutela dalle dosi di radioattività, che sappiamo si protrarranno per centinaia di anni, associate all’esistenza del deposito. Per la valutazione dei danni al DNA, indotti dall’energia delle radiazioni, e della loro riparabilità sono emersi negli ultimi anni evidenze di vari fenomeni biologici in cui l’effetto non appare collegato in modo semplice e diretto al danno al DNA (“non-DNA-targeted effects”); la risposta biologica alle basse dosi non ha soglia ma c’è ancora incertezza sulla valutazione quantitativa dei loro effetti. Per questo è necessario assumere un atteggiamento conservativo e per questo il criterio di non rilevanza radiologica ci sembra irrinunciabile per la progettazione del contenimento dei rifiuti radioattivi. 

 

Prof. Massimo Scalia, CIRPS, Presidente Comitato Scientifico: “Le strategie industriali. Il problema SOGIN”. Sintesi

 

La messa in custodia di tutti gli impianti nucleari fu deliberata dal CIPE, in attuazione di una  mozione parlamentare di poche settimane prima, nell’agosto del 1990. Ai primi del 1998 la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile presentò una risoluzione sulla sistemazione dei rifiuti radioattivi e l’ANPA, l’ex agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente, sollevò la questione degli elementi di combustibile irraggiato stoccati da più di dieci anni nella piscina della centrale nucleare di Caorso. La Commissione d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti colse l’occasione perché, passando dal piano tecnico-istituzionale al piano politico-legislativo, venisse portato all’attenzione del Parlamento nell’aprile del 1999 un documento sulla gestione delle scorie radioattive e, soprattutto, del decommissioning degli impianti nucleari.

In questi anni, soprattutto dopo il “disastro” di Scanzano (novembre 2003), ci si è rifatti in varie sedi alle indicazioni di quel documento; ancora valide, nel ritardo ultra-decennale che ne frattempo è maturato. Un tema è pero sempre rimasto in ombra: quello di una strategia industriale nella quale inquadrare operazioni e attività.

L’industria nucleare è in forte declino, sia per le catastrofi di Cernobyl e di Fukushima, che per motivi interni alla filiera quali, ad es., la strettoia delle forniture dei necessari acciai speciali. Negli ultimi anni si è aggiunta la concorrenza delle fonti rinnovabili; negli Usa è dal 2010 che superano la produzione nucleoelettrica con il contributo dominante delle biomasse, ma dal 2011 in tutto il mondo il contributo delle biomasse è stato superato dalle rinnovabili “moderne”.

C’erano insomma elementi perché l’industria nucleare guardasse con maggior attenzione alle attività industriali del decommissioning, ancor di più oggi dal momento che proprio quest’anno ben 91 centrali nucleari raggiungono i 40 anni di vita e, nonostante i tentativi in corso, è difficile pensare per la maggior parte di esse ci possa essere una proroga di altri 20 anni d’esercizio. Già nel 2009 fu addirittura il Senato del Vermont a respingere una richiesta di tal tipo e ha senza dubbio il suo peso che la Germania abbia risolto questo problema prevedendo la chiusura di tutte le centrali nucleari per il 2022.

Di fronte a questa occasione sembra però che non ci siano seri tentativi di una parziale riconversione dell’industria nucleare nel decommissioning, neanche nei Paesi tradizionalmente più impegnati. In Italia neanche se ne parla, anche se, paradossalmente, il nostro Paese potrebbe giocare un ruolo in questo settore; ma forse fa premio, come in altri Paesi, quel finanziamento improprio all’elettromeccanica pesante che si realizza tramite l’improbabile progetto di fusione a Caradache, la grandeur de la France a spese dei contribuenti europei.

Questa disattenzione generale si ripercuote ovviamente sulla realizzazione del decommissioning, e quindi sulle garanzie di sicurezza e tutela, che fruirebbero di un più elevato livello in un contesto industriale organico.

E qui si colloca il problema SOGIN.

Nata come costola dell’Enel e forte di molte centinaia di tecnici e di ingegneri, subì una reprimenda dell’Autorità Energia Elettrica e Gas (AEEG) già nel primo triennio di esercizio 2002-2004: spesa corrente dominante e in aumento, progetti in ritardo. All’inizio del 2007 fu la Commissione sulla sicurezza nucleare insediata nel 2004 dal Governo a giudicarla, nella relazione finale, “inadeguata” alla sua mission: cronicizzarsi dei ritardi rispetto al cronoprogramma e sistematico ricorso ad appalti esterni per ogni intervento. Nel 2011 SOGIN presentò un piano industriale triennale rilevante solo per lo spostamento in avanti di parecchi anni dei tempi previsti per le varie fasi del decommissioning; e il sostanziale scontro di linee cui hanno dato vita nelle recenti audizioni al Senato il Presidente e l’AD di SOGIN non rende certo credibile il nuovo piano industriale e la Società nel suo complesso.

Alla SOGIN spetterebbe, sotto il controllo dell’ISPRA, la qualificazione tecnica del sito per il deposito, però, anche se non ci fossero i precedenti appena ricordati – e auspichiamo vivamente una totale inversione di tendenza – ci impegneremo perché le attività tecniche di qualifica vengano in qualche modo monitorate anche da esperti di fiducia delle popolazioni locali interessate, in modo da offrire loro una garanzia in più.     

 

 

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