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Vogliamo ricordarlo con alcuni contributi apparsi oggi su il manifesto, a partire dal ricordo di Emanuele Macaluso, da cui abbiamo preso il titolo, dal saluto del collettivo del manifesto, e dall'articolo di Anna Bucca, attuale presidente del Cepes - fondato nel 1982 sulla base di una intuizione di Pio La Torre - al quale Nicola ha dedicato tante energie sapendo coniugare i valori migliori del movimento operaio e di sinistra con quelli ambientalisti.

Nel suo «Diario di un socialcomunista siciliano», Nicola ha raccontato decenni di lotte da leader sindacale, del Pci e poi da ambientalista.

Con Nicola Cipolla e col Cepes anche l'Associazione "Si alle Rinnovabili No al Nucleare" ha spesso collaborato, ricordiamo solo l'appello per salvare il pianeta dal riscaldamento globale, proposto da Nicola poco tempo prima della COP 21.

 

Appello per salvare il pianeta dal riscaldamento globale
 

L’IPCC (Intergovernmental panel on climate change) organo dell’Onu ha pubblicato tra la fine del 2013 e il marzo 2014 in piena campagna elettorale per le elezioni europee il suo V rapporto sul clima. Con il I rapporto di 25 anni fa questa istituzione, che si avvale di oltre 2500 scienziati e centri di ricerca in tutto il mondo, aveva avviato un processo di confronto tra gli Stati che aveva portato, nel 1997, all'accordo di Kyoto, firmato da Clinton, ma non ratificato dal Congresso americano, e revocato da George Bush jr.
Il 16 febbraio del 2005, dopo che era stato raggiunto il quorum necessario, è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto. In piena epoca neoliberista, questi trattati imponevano però vincoli e interventi pubblici per ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera e sviluppare le energie rinnovabili in sostituzione di quelle fossili. Dall’obbligo di rispettare i limiti degli accordi di Kyoto erano esclusi i paesi in via di sviluppo. In queste condizioni gli effetti degli accordi sono stati insufficienti a bloccare l’aumento complessivo delle emissioni climalteranti. Il V rapporto dice, infatti, che nei primi dieci anni del secolo l’incremento delle emissioni dannose per il clima è stato tale da anticipare al 2030 rispetto al 2050, come previsto nel I rapporto, il raggiungimento del punto oltre il quale non sarà più possibile limitare il riscaldamento globale entro i due gradi centigradi e le conseguenze in termini di vite umane e di costi per l’economia mondiale diventeranno incalcolabili. Stiamo già vivendo da tempo, infatti, il drammatico passaggio dalla stabilità all’instabilità climatica come testimoniano purtroppo ormai innumerevoli fenomeni climatologici, meteorologici e
biologici; “Inevitabili le sorprese”, ammoniva già dal 2002 il rapporto “Abrupt Climate Change” del NRC dell’Accademia delle Scienze Usa.
L’Europa è stata la prima a lanciare, coi suoi tre 20% al 2020, la sfida per far fronte al cambiamento climatico, raccogliendo gli appelli che la comunità scientifica internazionale aveva rivolto ai grandi decisori politici, sia al G8 di Gleaneagles (2005) che a quello di S.Pietroburgo (2006), con la perentoria richiesta di una “prompt action” contro il global warming. Negli ultimi anni, però, si è registrata una involuzione dell’attenzione nei riguardi del problema climatico ed ambientale, con direttive e scelte politiche di stampo neoliberista e con l’affermarsi di un’austerity, i cui nefasti effetti generali cominciano finalmente a essere oggetto di critiche e di proposte alternative. In particolare, è stata richiesta agli stati membri la privatizzazione di quegli enti pubblici energetici che in passato avevano realizzato, specie in Italia, l’elettrificazione del paese a costi relativamente convenienti. Queste direttive della UE sono state sostenute in Italia sia dal governo Berlusconi sia da Monti e Letta ed ora dal governo Renzi. E così, malgrado il grande
successo dell’adozione in Italia del sistema degli incentivi per le energie rinnovabili – l’Italia ai primi posti nel mondo con il 7% del fabbisogno elettrico nazionale coperto dalla fonte solare, e oltre 170.000 posti di lavoro – si è arrivati non solo al blocco degli incentivi, ma addirittura a promuovere le ricerche di idrocarburi, con trivellazioni sia off shore che su tutto il territorio nazionale, e, attraverso la questione dell’“interrompibilità” del servizio elettrico, al tentativo di riconoscere una remunerazione alla capacità
produttiva delle centrali elettriche da fonte fossile. In un quadro poi in cui l’offerta di potenza elettrica – 118 GW (2013), più che doppia della domanda di punta – favorisce sprechi, in barba agli obiettivi di efficientamento, e il mantenimento di un prezzo “politico” a favore delle industrie energivore. L’ex ministro del governo Monti, ma soprattutto per 25 anni onnipotente direttore generale del ministero dell’ambiente, Corrado Clini, è stato sottoposto ad arresti domiciliari e a procedimenti giudiziari analogamente a quanto avvenuto poi per l’EXPO e per il MOSE.
Bisogna cambiare strada e rompere l'omertà su questi temi, che toglie informazione e possibilità di scelta ai cittadini! Serve urgentemente una strategia energetica che permetta di scongiurare i pericoli denunciati dal V rapporto dell'IPCC. Occorre a livello nazionale una mobilitazione di tutte le forze sociali e politiche perché i tre 20% della UE, e nuovi obiettivi vincolanti per il 2030, siano promossi, anche al di là di quanto viene previsto dal burden sharing nei piani regionali. Perché il Governo si adoperi in questo senso con un ruolo di coordinamento e di supporto economico-industriale. Perché ogni amministrazione pubblica, ente o istituzione, come anche ogni azienda, fino ai singoli cittadini, sia messa in grado di promuovere l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, con l’obiettivo quantitativo di raggiungere il 100% di sostituzione dei fossili a partire dal comparto elettrico e con quello, qualitatitivo, di decisioni in campo energetico sempre più vicine ai cittadini o da loro stessi praticate, fino all’autogestione.
Occorre poi a livello europeo porre al centro del progetto del nuovo governo della UE l’affermazione contenuta nell’appello del 2012 dal titolo: “Per l’Europa! - Manifesto per una rivoluzione unitaria” del Verde Daniel Cohn-Bendit e del liberale Guy Verhofstadt, presidente del gruppo Alleanza dei Democratici, che di fronte all’attuale crisi, dice testualmente: “Non affidiamoci solo al rigore di bilancio, e investiamo ugualmente in una nuova crescita. La sola austerità non ci farà mai uscire dalla crisi. Una trasformazione
completa del nostro modo di produzione sarà il motore della nuova crescita europea. Una crescita che oggi dipende per intero dai combustibili fossili. La crescita del futuro dovrà, al contrario, basarsi sulle energie non fossili. Questo ci permetterà di «prendere tre piccioni con una fava»: contribuire in modo significativo ad una effettiva diminuzione dei gas a effetto serra, stimolare una crescita economica duratura, reinserire l’Europa fra i leader economici mondiali”. Affermazioni che il V rapporto dell'IPCC rafforza.
Questo permetterebbe all’Europa di attenuare prima e annullare poi il ricatto energetico del gas di Putin o dello shale gas di Obama, dell’umiliante rapporto di dipendenza con regimi feudali o illiberali, come l’Arabia Saudita e il Kazakistan, contribuendo per questa via ad eliminare le principali cause di conflitti in atto, che rischiano di riportare l’umanità all’epoca della guerra fredda o, peggio, di configurare prospettive, drammatiche, ancor più immanenti dello stesso sconvolgimento climatico.
Seguono le firme:
Primi firmatari:
Nicola Cipolla
Pierluigi Adami
Mario Agostinelli
Franco Argada
Vittorio Bardi
Paolo Bartolomei
Mauro Bulgarelli
Giovanni Carrosio
Massimo De Santi
Paolo Ferrero
Giovanni Galluccio
Alfiero Grandi
Antonella Leto
Oscar Mancini
Gianni Mattioli
Emilio Molinari
Roberto Musacchio
Gianni Naggi
Giorgio Parisi
Rosa Rinaldi
Debora Rizzuto
Massimo Scalia
Alex Sorokin
Giovanna Tinè
Ettore Torregiani
Umberto Zona

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