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Clima, Trump isolato dal mondo rafforza il patto Cina-Ue - ma siamo sicuri che sarà sufficiente?

Edo Ronchi: Trump e l’Accordo di Parigi, 3 considerazioni - Fondazione Sviluppo Sostenibile

Levata di scudi mondiale contro la decisione del presidente Usa. Solo Putin tende la mano. La Ue respinge l'ipotesi di rinegoziare l'accordo. Accordo Bruxelles-Pechino sul clima

Pubblichiamo due importanti interventi:   Giuseppe Onufrio Direttore di Greenpeace Italia e Edo Ronchi Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile

Giusepppe Onufrio: Trump tra ripicche e visione fossile

 

Dopo la rottura al G7, Donald Trump ha annunciato di voler abbandonare l’Accordo di Parigi, con l’intenzione di rinegoziarlo e giudicando gli obiettivi irraggiungibili. Lo ha fatto contro buona parte dell’industria Usa – inclusa quella petrolifera.

E lo ha fatto contro gli stati più importanti e economicamente rilevanti a partire dalla California, che ha appena annunciato un piano per raggiungere il 100 per cento di rinnovabili entro il 2045.

Dunque la rottura al G7 è diventata nel giro di una settimana una specie di «cataclisma» con dichiarazioni contrarie a Trump dentro e fuori gli Stati Uniti.

Il sospetto è che possa aver ragione il premio Nobel Paul Krugman che, sulle pagine del New York Times, commenta che la decisione di Trump non è basata sul nazionalismo ma è una «pura ripicca» nei confronti del predecessore. Ricorda, tra l’altro, che nel 2016 l’industria del carbone ha dato i suoi finanziamenti elettorali per il 97% ai repubblicani. Ma anche che la linea della «ripicca» è generalizzata: cancellare ogni cosa fatta da Obama.

Al di là della dinamica interna agli Stati Uniti, la cosa più rilevante è che la reazione di difesa dell’Accordo di Parigi si è estesa a molti altri Paesi. La conferenza stampa tra Unione Europea e Cina per ribadire gli impegni assunti a Parigi è probabilmente un fatto storico e «surroga» forse quell’accordo di cooperazione promosso dalla Presidenza Obama, che ha inciso non poco sugli esiti della Cop 21.
Cosa serve per realizzare l’Accordo di Parigi? Volendo metterla in «soldoni» vanno circa triplicati gli investimenti annuali in tecnologie pulite. Nel 2015 gli investimenti globali nelle fonti rinnovabili sono stati di circa 286 miliardi di dollari con in testa nettamente la Cina che, da sola, ha investito più di Europa e Usa messe assieme: quasi 103 miliardi contro i circa 49 dell’Europa e 44 degli Usa. E negli Usa già oggi il settore del solare occupa più del carbone che invece continua a perdere terreno.

Un altro fatto positivo a livello globale, che è già in corso da alcuni anni, è che la riduzione di costo delle tecnologie consente di installare più Gigawatt a parità di costo. Allo stesso tempo i costi e le capacità delle batterie vanno migliorando rapidamente così come si sono drasticamente ridotti i costi di tecnologie efficienti come i Led.

Il gioco di squadra fatto da Germania, Francia e Italia al G7 e successivamente è un dato molto positivo: finalmente abbiamo visto una reazione corale e un primo segno di cosa può significare rilanciare la leadership europea, oggi più necessaria che mai.

È dunque tempo di passare a tradurre questa direzione politica in atti concreti, ad esempio alzando gli obiettivi europei fissati al 2030.

Per l’Italia si tratta di rilanciare con decisione il settore delle rinnovabili in stasi da almeno 3 anni. E di fare una riflessione sulla mobilità sostenibile e il ruolo dei veicoli elettrici in un quadro che vede la Fca in posizione di retroguardia, mentre altri importanti gruppi stanno investendo massicciamente.

Ci si propone come «via italiana» per ridurre le emissioni dei trasporti quella del gas, che avrà uno spazio nella transizione, ma che non rappresenta certo il futuro: già oggi i veicoli elettrici implicano emissioni di Co2 molto minori di quelle del gas. Futuro che è più vicino di quanto si possa immaginare: se la collaborazione tra le industrie europee – produttori di auto tedeschi e francesi – e la Cina avrà sviluppi, come è logico aspettarsi, e se in Italia non ci muoviamo celermente, il declino di parte della nostra industria è segnato.

Dunque tocca alla politica di battere un colpo: un segnale importante è stato dato al G7, occorre creare le condizioni perché queste politiche vengano assunte come riferimento dalle principali istituzioni e attori politici, perché l’Italia possa giocare la sua parte e rilanciare la sua economia.

La prima occasione è la discussione sulla Strategia Energetica Nazionale: si alzino gli obiettivi rinnovabili, troppo bassi nella proposta, e si dia un traguardo di totale decarbonizzazione al 2050. Si può fare, ne avrebbe beneficio il clima e l’aria che respiriamo, e le prospettive della nostra economia.

 

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Il Presidente Trump ha annunciato la sua decisione di uscire dall’Accordo di Parigi sul clima. Non ha ancora detto come intende procedere per farlo. I trattati internazionali sono regolati dalla Convenzione di Vienna (1969) che prevede (art.42) che il ritiro da un trattato internazionale possa avvenire secondo le modalità previste dal trattato stesso.

 Il rischio di illegalità

L’Accordo di Parigi – sottoscritto da 175 Paesi, Stati Uniti compresi – è un trattato internazionale in vigore dal 4 novembre 2016, avendo superato i due quorum previsti (sottoscrizione di almeno il 55% dei Paesi che rappresentano almeno il 55% delle emissioni mondiali). L’art.28 dell’Accordo di Parigi  prevede- per consentire l’avvio dei suoi complessi meccanismi – che per tre anni dalla sua entrata in vigore –quindi fino al 4 novembre 2019- nessun Paese possa notificare la decisione per uscirne e che , presentata tale notifica , debba passare almeno un altro anno perché possa avere efficacia. Almeno fino al 4 novembre 2020, quindi, nessuno dei Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi può legalmente uscirne . Poichè le prossime elezioni Presidenziali americane sono fissate il 3 novembre 2020,Trump, se seguisse la via della legalità internazionale, per vedere l’uscita dall’Accordo di Parigi, dovrebbe essere prima rieletto .

Un accordo iniquo?

Pare francamente infondato affermare che l’Accordo di Parigi sia iniquo verso degli Stati Uniti. Secondo i dati pubblicati da IEA nel 2015, la somma delle emissioni di CO2 del settore energetico, dal 1980 al 2014, degli Stati Uniti sono state ben superiori sia a quelle della Cina, sia a quelle dell’Europa: nell’aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera – che sono alla base della crisi climatica- c’è, quindi, una maggiore responsabilità storica degli Stati Uniti. Sempre secondo la IEA, applicando gli impegni dell’Accordo di Parigi (INDC) gli Stati Uniti al 2030 emetterebbero, nel settore energetico, 10,9 tonnellate all’anno di Co2 pro-capite, ben più della Cina che sarebbe a 7 tonnellate all’anno pro-capite e dell’Europa che sarebbe a 4,7 , meno della metà di quelle americane.

Vantaggi e svantaggi economici per gli USA

Colpisce anche nel calcolo della convenienza economica per gli USA il metodo usato da Trump: quello di contare solo i vantaggi di quei settori che lo hanno appoggiato in campagna elettorale (del carbone e dell’industria ad alta intensità energetica fossile) . Non ha infatti nemmeno citato nè i costi della crisi climatica che sono ingenti anche negli Usa (siccità con perdite in agricoltura, enormi costi assicurativi e di riparazione dei gravissimi danni causati dell’aumento della frequenza e della intensità degli eventi atmosferici estremi, costi sanitari delle ondate di calore ecc), né i vantaggi economici e occupazionali generati dagli investimenti sviluppati dalle diverse imprese americane low-carbon della green economy , di gran lunga maggiori di quelli possibili del settore dei combustibili fossili. Se l’annuncio di Trump dovesse concretizzarsi, i danni economici per gli USA sarebbero ben maggiori dei vantaggi procurati ad alcuni dei suoi sostenitori.

 

 

 

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