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Nucleare francese: Considerazioni sull’incidente di Flamanville

Appena arrivata la notizia dell’incidente nella centrale nucleare di Flamanville, in Francia, il pensiero è tornato a Fukushima, a Chernobyl. Poi sono arrivate ulteriori informazioni, con l’evidenziazione molto accentuata sul fatto che l’incidente è avvenuto fuori dall’edificio reattore, ha coinvolto solo parti convenzionale ed il reattore è stato spento immediatamente come procedura precauzionale, ma non ci sono state conseguenze di natura radiologica.

Allora possiamo stare tranquilli?

Fino ad un certo punto!

La centrale di Flamanville si sta avviando al traguardo dei 40 anni. Come succede anche nelle nostre automobili la probabilità di rotture di componenti aumenta con l’età e probabilmente è proprio la vetustà l’origine dell’inconveniente. Stavolta è successo su un componente convenzionale, ma anche i componenti nucleari non sono indenni da questa legge. Tra l’altro è di pochi mesi fa l’intervento dell’autorità di sicurezza nazionale francese che ha stoppato quasi la metà del parco nucleare francese (21 reattori su 58) poiché era emerso un difetto strutturale nella costruzione dei componenti dell’isola nucleare, cioè l’aver usato degli acciai con un tenore di carbonio superiore a quello di progetto. Questo tipo di materiale è più fragile e ovviamente i rischi aumentano negli impianti con molti anni di esercizio.

In Francia ben 42 reattori hanno superato la soglia dei 30 anni e la maggioranza si sta avvicinando (alcuni sono già oltre) alla soglia dei 40 anni che è quella considerata come critica, e molti di questi sono a poca distanza dai confini italiani.

La ragione della cosiddetta “life extension” è ovviamente economica, infatti solo la possibilità di usare questi impianti per 50-60 anni rende la loro energia competitiva con quella delle fonti fossili e con quelle rinnovabili i cui costi si stanno continuamente abbassando.

Quello della competitività del nucleare è un problema enorme per la Francia che ha fatto la scelta di questa monocultura energetica. Oltre ai problemi di anzianità, negli ultimi anni EDF ha anche cercato di ridurre i costi riducendo la mano d’opera ed esternalizzando con appalti esterni molte attività anche tecniche. Ciò non può che comportare ulteriori rischi sulla sicurezza.

Tutti i paesi transfrontalieri della Francia negli anni ultimi hanno fatto pressione sul Governo di Parigi chiedendo conto della sicurezza delle centrali. In particolare la Germania ha aperto un contenzioso per la chiusura della centrale di Fessenheim che è un impianto problematico.

In questa situazione è invece da notare il silenzio dell’Italia nonostante il fatto che entro 200 Km dalle nostre frontiere, nel territorio francese, ci siano ben 5 centrali nucleari ognuna delle quali ospita diversi reattori in funzione per un totale di 17 reattori il più vecchio dei quali (Fessenheim 1) è in funzione dal 1978 e il più giovane (St. Alban 2) dal 1986. Se guardiamo poi alla Svizzera la situazione è ancora peggiore dato che l'impianto di Beznau è il più vecchio reattore nucleare in esercizio nel mondo, per non parlare dell'impianto sloveno di Krsko che è in zona fortemente sismica.

Questi sono i casi nei quali si sente la mancanza, in Italia, di un’Autorità di sicurezza nazionale forte, piena di persone competenti e realmente indipendente.

Invece i Governi Renzi – Gentiloni hanno prima disatteso la direttiva europea creando una struttura come l’ISIN (Ispettorato Nazionale Sicurezza Nucleare) priva di autonomia, con poche risorse e con persone al vertice chiaramente non competenti, poi non sono riusciti neanche a renderla operativa in ben due anni di distanza dalla legge istitutiva.

 

 

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