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Trivelle. Dai risultati del referendum, una radiografia tra due opposti modelli di economia. La schizofrenia di Pd e Cgil: in una città hanno fatto campagna astensionista, nell’altra, invece, hanno spinto i cittadini al voto.

La stampa siciliana, all’indomani dei risultati del referendum sulle trivelle, ha messo, giustamente, l’accento sull’Alfa e l’Omega dei controversi risultati della consultazione nell’isola: Gela con il record negativo dei votanti (15%) e Sciacca, scopertasi capitale siciliana del fronte antitrivelle con quasi il 54% di partecipazione, ben al di sopra del quorum. Gli altri comuni hanno ottenuto risultati variabili con affermazioni molto vicine al quorum soprattutto nei comuni dove si è sviluppato nel 2011 il grande movimento del “Forum Siciliano per l’acqua pubblica e i beni comuni” che ha portato all’approvazione in Sicilia di una legge sull’acqua pubblica per gli usi civili osteggiata nella sua applicazione dal governo Renzi e dai suoi rappresentanti nell’isola.

Sciacca e Gela, a poche decine di chilometri l’una dall’altra sulla costa meridionale della Sicilia, a metà del secolo scorso hanno scelto due linee di sviluppo alternative. Sciacca, assieme a Ribera e Menfi, ha puntato sull’irrigazione delle dighe dell’Ese, sullo sviluppo della viticoltura e, quindi, sulle cantine sociali con migliaia di soci e su un’agricoltura avanzata analoga a quella che, all’altra estremità sud dell’isola, a Vittoria, si sviluppava attraverso l’irrigazione e le serre. Nel 1963, poi, ad iniziativa dell’amministrazione comunale socialcomunista, quello che era un modesto approdo, con poche decine di barche da pesca, fu trasformato in un moderno porto che oggi accoglie 150 grandi pescherecci e costituisce una quota importante dell’occupazione e del Pil, in collegamento anche con lo sviluppo del turismo, con colossi come la francese “Rocco Forte” e il gruppo inglese “Aeroviaggi”, ma soprattutto con una rete di 200 B&B e case vacanza. Delle tredici richieste di perforazione presentate nello specchio d’acqua antistante Sciacca, undici sono state già archiviate a furor di popolo e per le altre due (della francese Schlumberger e della inglese Northern Petroleum) è in corso una battaglia che dura ormai da parecchi anni anche perché c’è memoria di uno sversamento a mare di prodotti petroliferi. Questa situazione ha fatto in modo che tutte le forze politiche presenti a Sciacca, oltre i movimenti e le associazioni, da Forza Italia a Ncd, dall’attuale sindaco Di Paola (principale collaboratore di Alfano), al M5S, alla corrente renziana del Pd e naturalmente a Sel e a Rifondazione comunista, hanno determinato la straordinaria partecipazione al voto del referendum.

Il discorso è rovesciato a Gela dove uno sviluppo analogo a quello di Vittoria e di Sciacca, Menfi e Ribera è stato bloccato dall’iniziativa di Mattei. Nei primi anni ’50, infatti, l’Agip-Eni scelse Gela per costruire raffineria e impianti petrolchimici su circa tremila ettari di latifondo che era stato proprio assegnato, attraverso le lotte per la Riforma agraria, a circa 1.500 braccianti e contadini poveri.

Gli assegnatari, contro il parere della Cgil e della Confederterra, furono indotti da Mattei a cedere le loro quote in cambio di un milione di vecchie lire (una tantum) e soprattutto dell’impegno, realizzato, di occupare nella nuova industria almeno un componente della famiglia degli assegnatari. Lo sviluppo del petrolchimico condizionò inevitabilmente il modello di sviluppo di tutta la zona ed impedì, per circa 60 Km ad est e ovest di Gela, la crescita di un’economia analoga a quella di Vittoria e di Sciacca. Ora, dopo la privatizzazione e l’entrata in crisi del sistema petrolifero, con la caduta del prezzo di oltre il 50%, l’Eni ha deciso di chiudere l’ultimo residuo del vecchio petrolchimico ridotto ad una raffineria del micidiale residuo velenoso il pet coke della raffineria oggi “Lukeoil” di Priolo. Queste vicende spiegano che a poche decine di km di distanza gli stessi partiti politici e organizzazioni sindacali che a Sciacca si sono uniti, senza distinzioni di destra e sinistra, contro le trivellazioni si sono ritrovate, sotto la guida di Crocetta, ex funzionario dell’Eni, ad invitare all’astensionismo che ha portato Gela al clamoroso risultato negativo. Mentre a Sciacca, seguendo la linea promossa dalla Fiom di Landini, la CdL e tutti i sindacati si schieravano sul fronte anti trivelle, a Gela con l’ intervento, anche personale, di Emilio Miceli, segretario nazionale della Cgil chimici, il sindacato è stato il promotore principale dell’astensionismo. Da notare che le uniche formazioni politiche che hanno mantenuto lo stesso atteggiamento sia a Sciacca che Gela sono Sel e Rifondazione comunista, da un lato e M5S dall’altro che ha perfino espulso il sindaco di Gela, Domenico Messinese, eletto nel 2015 nella sua lista.

La manovra di Renzi, i tempi abbreviati per il referendum e il cedimento sulla parte essenziale delle proposte referendarie (che costituisce però, se confermato, un successo del movimento) hanno portato ai risultati contraddittori del 17 aprile.

Ma ora, in vista dei referendum costituzionali (senza quorum) e di quelli tematici (sulla scuola, contro il jobs act ed ora, ad iniziativa dei sindacati, sulle leggi che regolano il rapporto di lavoro) la Cgil della Camusso, dovrà trovare l’accordo tra Landini e i chimici di Miceli se vuole riuscire a raggiungere gli obiettivi che si è prefissa.
Ad urne chiuse il risultato del referendum apre alle forze di progresso e ambientaliste della Sicilia una nuova prospettiva sul futuro: sfruttare il sole del Mediterraneo, per fare diventare l’isola, con i poteri del suo Statuto autonomo, il centro propulsore dello sviluppo economico, democratico e pacifico dell’intera area mediterranea secondo l’ispirazione di papa Francesco ed ora dell’Onu che ha recepito integralmente i risultati della Conferenza sul clima, COP 21 di Parigi.

News - 2 maggio, 2016

Avevamo ragione: confermati rischi per clima, ambiente e sicurezza dei consumatori

I cittadini hanno diritto di sapere: Greenpeace Olanda pubblica oggi su www.ttip-leaks.org parte dei testi negoziali del TTIP per garantire la necessaria trasparenza e promuovere un dibattito informato su un trattato che interessa quasi un miliardo di persone, nell’Unione Europea e negli USA. È la prima volta che i cittadini europei possono confrontare le posizioni negoziali dell’UE e degli USA.

Questi documenti svelano che noi e la società civile avevamo ragione a essere preoccupati: con questi negoziati segreti rischiamo di perdere i progressi acquisiti con grandi sacrifici nella tutela ambientale e nella salute pubblica!

LEGGI TUTTO SUL SITO DI GREENPEACE @greenpeacenl rivela testi segreti del . LEGGILI ORA su http://ttip-leaks.org 

Dal punto di vista della protezione dell’ambiente e dei consumatori, quattro gli aspetti seriamente preoccupanti:

  • Tutele ambientali acquisite da tempo sembra siano sparite

Nessuno dei capitoli che abbiamo visto fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions). Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) della World Trade Organisation (WTO – in italiano anche Organizzazione Mondiale per il Commercio, OMC) permette agli stati di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili”. L’omissione di questa regola suggerisce che entrambe le parti stiano creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante.

  • La protezione del clima sarà più difficile con il TTIP

Gli Accordi sul Clima di Parigi chiariscono un punto: dobbiamo mantenere l’aumento delle temperature sotto 1,5 gradi centigradi per evitare una crisi climatica che colpirà milioni di persone in tutto il mondo. Il commercio non dovrebbe essere escluso dalle azioni sul clima. Ma non c’è alcun riferimento alla protezione del clima nei testi ottenuti.

  • La fine del principio di precauzione

Il principio di precauzione, inglobato nel Trattato UE, non è menzionato nei capitoli sulla “Cooperazione Regolatoria”, né in nessuno degli altri 12 capitoli ottenuti. D’altra parte, la richiesta USA per un approccio “basato sui rischi” che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, è evidente in vari capitoli. Questo approccio mina le capacità del legislatore di definire misure preventive, per esempio rispetto a sostanze controverse come le sostanze chimiche note quali interferenti endocrine (c.d. hormone disruptors).

  • Porte aperte all’ingerenza dell’industria e delle multinazionali

Mentre le proposte contenute nei documenti pubblicati minacciano la protezione dell’ambiente e dei consumatori, il grande business ha quello che vuole. Le grandi aziende ottengono garanzie sulla possibilità di partecipare ai processi decisionali, fin dalle prime fasi.

I documenti mostrano chiaramente che mentre la società civile ha avuto ben poco accesso ai negoziati, l’industria ha avuto invece una voce privilegiata su decisioni importanti.

Il rapporto pubblico reso noto di recente dall’UE ha solo un piccolo riferimento al contributo delle imprese, mentre i documenti citano ripetutamente il bisogno di ulteriori consultazioni con le aziende e menzionano in modo esplicito come siano stati raccolti i pareri delle medesime.

I documenti pubblicati da Greenpeace Olanda constano di 248 pagine in un linguaggio legale tecnicamente complesso: 13 capitoli di “testo consolidato” del TTIP più una nota interna dell’UE sullo stato del negoziato (Tactical State of Play of TTIP Negotiations – March 2016). Greenpeace Olanda ha lavorato assieme al rinomato network di ricerca tedesco di NDR, WDR and Süddeutscher Zeitung. Fino ad ora i rappresentanti eletti avevano potuto vedere parte di questi documenti in stanze di sicurezza, con guardie, senza consulenti esperti e senza poterne discutere con nessuno. Con questa pubblicazione, milioni di cittadini hanno la possibilità di verificare l’operato dei propri governi e discuterne con i loro rappresentanti.

Chi ha cura delle questioni ambientali, del benessere degli animali, dei diritti dei lavoratori o della privacy su internet dovrebbe essere preoccupato per quel che c’è in questi documenti. Il TTIP, si svela per ciò che davvero è: un grande trasferimento di poteri democratici dai cittadini al grande business. 

Per fermare il TTIP, tutelare i diritti e i beni comuni e costruire un altro modello sociale ed economico, equo e democratico, ti aspettiamo sabato 7 maggio 2016 a Roma per un grande appuntamento nazionale!

L’appello di Giorgio Parisi: “Noi ricercatori continueremo a mobilitarci. Il piano di Renzi e Giannini? Solo annunci”

https://www.change.org/p/salviamo-la-ricerca-italiana

TESTO IN ITALIANO DELLA LETTERA PUBBLICATA SUNATURE

Chiediamo all’Unione Europea di spingere i governi nazionali a mantenere i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza. Questo permetterebbe a tutti gli scienziati europei - e non solo a quelli britannici, tedeschi e scandinavi - di concorrere per i fondi di ricerca Horizon 2020.

In Europa i fondi di ricerca pubblici sono erogati sia dalla Commissione Europea che dai governi nazionali. La Commissione finanzia principalmente grandi progetti di collaborazione internazionali, spesso in aree di ricerca applicata, e i  governi nazionali finanziano invece  - oltre che i propri progetti strategici - programmi scientifici su scala più piccola, e operati “dal basso”.

Ma non tutti gli Stati membri fanno la loro parte. Per esempio l’Italia trascura gravemente la ricerca di base. Oramai da decenni il CNR non riesce a finanziare la ricerca di base,  operando in un regime di perenne carenza di risorse. I fondi per la ricerca sono stati ridotti al lumicino. I PRIN (progetti di ricerca di interesse nazionale) sono rimasti inattivi dal 2012, fatta eccezione per alcune piccole iniziative destinate a giovani ricercatori.

I fondi di quest’anno per i PRIN, 92 milioni di Euro per coprire tutte la aree di ricerca, sono troppo pochi e arrivano troppo tardi, specialmente se paragonati per esempio al bilancio annuale dell’Agenzia della Ricerca Scientifica Francese (corrispondente ai PRIN italiani) che si attesta su un miliardo di Euro l’anno. Nel periodo 2007-2013 l’Italia ha contribuito al settimo “Programma Quadro” europeo per la ricerca scientifica per un ammontare di 900 milioni l’anno, con un ritorno di soli 600 milioni. Insomma l’incapacità del Governo Italiano di alimentare  la ricerca di base ha causato una perdita di 300 milioni l’anno per la scienza italiana e  quindi per l’Italia.

Se si vuole evitare che la ricerca si sviluppi in modo distorto nei vari Paesi europei, le politiche nazionali devono essere coerenti tra di loro e garantire  una ripartizione equilibrata delle risorse.

Il racconto di Massimo Serafini, politico e scrittore, fondatore de “il Manifesto”, membro della segreteria nazionale di Legambiente. Tratto da la nuovaecologia.it

Ravenna

Se non segnalasse anche un tragico declino del paese, la scarsa voglia di futuro di chi lo governa, il gusto diffuso di mentire delle sue classi dirigenti, ci sarebbe solo da seppellirli con una risata questi adoratori dei combustibili fossili che, per sostenere le amate trivelle, ripetono le stesse ragioni che io, bambino, sentii oltre sessant’anni fa quando le installarono e con esse arrivò anche l’industrializzazione di Ravenna: producono lavoro, danno autonomia energetica al paese, è un’attività sicura che non inquina, compatibile col turismo… Solo una concezione del popolo come qualcosa di facilmente manipolabile può indurre a mentire con tanta sfrontatezza.

Sessant’anni fa quelle parole forse avevano un significato, trasmettevano alla popolazione la

In Italia sono già attivi 213 permessi di estrazione di petrolio e gas mentre altri 157 sono in fase di approvazione. L’obiettivo annunciato dal governo è quello di raddoppiare la produzione di idrocarburi entro il 2020 e per raggiungerlo si approvano progetti di trivellazione tra le falde acquifere, in zone sismiche, perfino in prossimità di vulcani sottomarini attivi, mentre alle compagnie petrolifere è riservato un sistema di tassazione tra i più convenienti al mondo.
Ma si tratta di una scelta lungimirante? E quali sono i costi ambientali e sociali che ne derivano? “Quale Petrolio?” accompagna lo spettatore nei luoghi simbolo della corsa italiana all’oro nero per cercare la risposta a queste domande. LEGGI TUTTO SUL SITO

 

Abbiamo 12 buoni motivi per andare a votare domenica 17 aprile che dobbiamo raccontare!
E abbiamo anche 12 artisti italiani, supporter di Greenpeace, che ci aiutano con questo video che vogliamo condividere:
 

Nei giorni scorsi è stata condivisa molto su Facebook una cartina che mostra le 29 nuove “trivellazioni” nel mar Adriatico decise dalla Croazia.

Come ben spiega il docente Gianluca Ruggeri sugli Stati Generali di Jacopo Tondelli e Lorenzo Dilena questa cartina è assimilabile a una bufala, anche se ha un fondo di verità. Infatti, la cartina riguarda concessioni autorizzate ma poi sospese a tempo indefinito, tanto che praticamente nessuna nuova trivellazione al momento è stata avviata. Le multinazionali americane che avevano ottenuto la concessione vi hanno rinunciato, e l’anno scorso il governo di centrosinistra poi uscito sconfitto alle elezioni aveva adottato una moratoria sulle nuove trivellazioni vista la loro forte impopolarità. Una decisione confermata dal nuovo esecutivo di centrodestra insediatosi dopo lunghe trattative per la formazione del nuovo governo.

LEGGI TUTTO SUL BLOG DI GAD LERNER

Qual è la vera posta in palio con questo referendum?

Il significato di questo referendum va al di là del suo quesito specifico, che riguarda una questione quantitativamente minimale. Del resto è sempre stato così, sin dal referendum sul nucleare del 1987, dove non fu chiesto esplicitamente agli italiani se volessero o meno centrali in Italia. La vittoria del “Sì”, però, bloccò lo sviluppo del nucleare per 30 anni. Il referendum del 2011, cancellò poi per sempre questa opzione.
Il referendum del 17 aprile ha un cruciale significato politico: siamo chiamati a dire se vogliamo continuare una politica energetica legata al passato o se vogliamo che l’Italia s’incammini senza incertezze lungo la strada della transizione energetica alle fonti e tecnologie rinnovabili. È una questione su cui si gioca il futuro economico, ambientale e occupazionale dell’Italia, perché l’energia è il motore di tutto.

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Quello di cui si parla nelle intercettazioni che hanno portato alle dimissioni del ministro è un emendamento alla legge di Stabilità che a fine 2014 diede il via libera ai piani fuori dalle concessioni. Tra le proteste dei parlamentari cinquestelle

di Alessandro Trocino (Corriere della Sera)

Quando, il 12 settembre 2014, Matteo Renzi andò a Taranto, fu accolto dalle proteste del movimento «Stop Tempa Rossa». Alle quali rispose promettendo un approfondimento ma sottolineando anche che si trattava di un progetto strategico e che c’era «un elemento di tensione slegato dai problemi». La posizione favorevole del governo sullo sblocco del progetto, che prevede lo smistamento a Taranto del petrolio proveniente dalla Basilicata, era dunque già sostanzialmente presa. Ma l’iter che ha portato al via libera dell’emendamento nella legge di Stabilità, quello incriminato nelle intercettazioni con il ministro Federica Guidi, è stato travagliato, tra ricorsi al Tar, opposizioni del Comune di Taranto, improvvise fuoriuscite da una legge (lo Sblocca Italia) e approdo definitivo in un’altra, la Stabilità.

 Il progetto contestato

Nel settembre 2014, il progetto viene considerato dal ministero dello Sviluppo economico come «il principale programma privato di sviluppo industriale in corso in Italia»: vale 300 milioni, due anni di lavoro e 300 assunzioni. Ma il progetto è anche molto contestato. Ci sono gli ambientalisti, che temono un aumento dell’inquinamento (nonostante le assicurazioni delle compagnie di una riduzione delle emissioni). Ci sono gli esponenti di Sel locali che premono sul governatore Nichi Vendola per rivedere la posizione della Regione Puglia favorevole al progetto. E c’è il Comune di Taranto. Che, dopo un primo parere positivo, cambia idea e vieta nel piano regolatore portuale le opere nella raffineria Eni. Un articolo su Formiche firmato da Federico Pirro, del Centro studi di Confindustria Puglia, spiega: «Tempa Rossa: così Renzi vuole sconfiggere l’estremismo ambientalista in Puglia».

Fuori dallo Sblocca Italia, il sì nella Legge di Stabilità

A ottobre in commissione Ambiente viene presentato da Simona Vicari un emendamento nello Sblocca Italia che rende strategico il progetto Tempa Rossa. Racconta Mirella Liuzzi, dei 5 Stelle: «Il folle emendamento fu ritirato e dichiarato inammissibile il 17 ottobre, dopo le nostre proteste, durate tutta la notte». Ma il 14 dicembre del 2014, tra gli emendamenti presentati dal governo alla legge di Stabilità, rispunta una norma per sbloccare il progetto. Protestano ancora i 5 Stelle, con una serie di subemendamenti e con interventi di Gianni Girotto, capogruppo M5S della Commissione Industria del Senato: «Questo è un emendamento marchetta, che chiude il cerchio dei favori alla lobby del fossile»....

LEGGI TUTTO SUL SITO DEL CORRIERE DELLA SERA

La Commissione ambiente della Camera ha "cancellato" gli elementi più interessanti della legge per la ri-pubblicizzazione del servizio idrico integrato, mentre i decreti attuativi del ddl Madia -la riforma della pubblica amministrazione- esplicitano la volontà dell'esecutivo di favorire l'ingresso di soggetti privati nel capitale dei gestori. Oggi è il World Water Day. Intervista a Paolo Carsetti del Forum italiano dei movimenti per l'acqua.

di Luca Martinelli -  Altreconomia - 22 marzo 2016


Mercoledì 16 marzo è terminato il lavoro della Commissione ambiente della Camera sulla legge relativa alla “gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ri-pubblicizzazione del servizio idrico”. I deputati hanno votato gli emendamenti al testo, che avrebbe dovuto andare in aula la prossima settimana, il 29 marzo. Usiamo il condizionale perché la calendarizzazione era stata richiesta dal gruppo del M5S, i cui componenti hanno però ritirato la propria firma in calce al testo di legge, insieme ai deputati di SEL: non condividono, infatti, alcuni interventi sulla legge promossi da deputati della maggioranza, che hanno di fatto “depotenziato” il contenuto (come scrivevamo il 4 marzo). 

Il testo originale “ricalcava nei contenuti la legge d’iniziativa popolare del 2007, presentata dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, ed era stata aggiornata e depositata dopo averne discusso con parlamentari di tutti gli schieramenti, quelli che hanno aderito all’intergruppo parlamentare per l’acqua bene comune, nato nel giugno del 2013” racconta Paolo Carsetti, del Forum. 

Poiché il testo era stato condiviso e recava la firma di un centinaio di parlamentari, secondo Carsetti gli interventi che lo hanno modificano “sono da considerare anche più gravi”. In particolare, secondo il Forum italiano dei movimenti per l’acqua è significativa la soppressione dell’articolo 6, quella che -spiega Carsetti- “disciplinava i processi di ri-pubblicizzazione, ovvero la trasformazione del gestore in ente di diritto pubblico: era una norma stringente e prevedeva che entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge si sarebbero avviate le trasformazioni dei soggetti gestori. Veniva costituito anche un Fondo per la ri-pubblicizzazione, per garantire la possibilità di ri-acquistare le quote societarie cedute a soggetti privati”.

Secondo Carsetti, tuttavia, il modo migliore per “leggere” il dibattito intorno alla legge attualmente al vaglio dei parlamentari è inserendola in una prospettiva capace di considerare tutti gli atti che negli ultimi anni “hanno fissato dei paletti molto stringenti rispetto alla scelta dell’affidamento in house, cioè a soggetti pubblici, intendendo come tali aziende speciali ma anche società per azioni a totale capitale pubblico”. 

Con l’approvazione della legge di Stabilità 2015, ad esempio, è stato inserito un comma che prevede l’obbligo per gli enti locali di accantonare delle somme a bilancio, per garantirsi coperture in caso di bilancio in rosso per la società partecipate. Ciò rappresenta -potenzialmente- un problema, dato che si tratta di bloccare (accantonare) risorse che potrebbe coprire investimenti e spese correnti, in un contatto di limiti di bilancio degli enti locali, colpiti dalla spending review (tagli nei trasferimenti). Anche una nota dell’ANCI (Associazione nazionale dei Comuni italiani) spiega come una lettura restrittiva della norma (secondo cui l’accantonamento dovrebbe essere pari al capitale investito) “rischierebbe di rendere, di fatto, impraticabile il ricorso all’in house d’ambito, limitando quindi l’autonomia di scelta dell’amministrazione nella gestione del servizio sovra comunale”. 

Spiega Paolo Carsetti: “A Reggio Emilia, a seguito di questa norma, è stato frenato nel corso di una notte, dopo una decisione in tal senso nella direzione provinciale del Partito democratico, che rappresenta la maggioranza in quasi tutti gli enti locali, il processo di ri-pubblicizzazione in corso, che era già stato approvato in consiglio comunale a Reggio Emilia e in consiglio provinciale: si andava verso la costituzione di un soggetto pubblico, che avrebbe preso il posto dell’attuale gestore, IREN, una società quotata in Borsa. La norma della legge di Stabilità 2015 è stata indicata come ‘alibi’, segnalando che gli enti locali non sarebbero in grado di sopportare una spesa del genera. Ed oggi si va verso l’affidamento del servizio a una società mista”.

Se la legge sulla ri-pubblicizzazione è stata depotenziata, c’è un altro intervento legislativo in corso che, sebbene poco dibattuto, comporterà profondi cambiamenti nella gestione dei servizi pubblici locali, compreso quello idrico integrato: sono in arrivo, infatti, i decreti attuativo del ddl Madia sulla riforma della pubblica amministrazione (PA), e in particolare è stato diffuso dal ministero della PA quanto che viene definito “testo unico dei servizi pubblici locali”. “Nella legge delega -spiega Carsetti- un emendamento prendeva che la nuova disciplina avrebbe dovuto tener conto dell’esito referendario del 2011, in seguito alla campagna ‘2 sì per l’acqua bene comune’. In particolare, nell’articolo sulle forme di gestione è escluso l’affidamento diretto ad aziende speciali, cioè a un ente di diritto pubblico, quello che è stato fatto a Napoli. Per quanto riguarda la tariffa, invece, viene re-introdotto nel calcolo della tariffa il principio dell’adeguata remunerazione del capitale investito. In questo modo si contraddice la volontà popolare (l’abrogazione dell’adeguata remunerazione del capitale investito era l’oggetto del secondo quesito referendario, ndr), ma la stessa delega”.

 
“Il decreto attuativo sui servizi pubblici sta iniziando il proprio iter per entrare in vigore, che prevede un parere del Consiglio di Stato, quello della Conferenza Stato-regioni e poi il passaggio nelle commissioni competenti” spiega Carsetti. E l’impianto del decreto rilancia le privatizzazioni, cioè la cessione di quote azionarie oggi detenute da enti locali.“Lo esplicita la relazione di accompagnamento: obiettivo è la riduzione delle partecipazione pubblica, per favorire l’ingresso del capitale privato”.
 
 
 
 
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